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Divorzio: come cambia l’assegno di mantenimento

6 Maggio 2019
Divorzio: come cambia l’assegno di mantenimento

Come cambia l’assegno divorzile con la nuova proposta di legge approvata dalla Commissione Giustizia.

Non sarà certo una rivoluzione copernicana la nuova legge sull’assegno di divorzio, ma se non altro ha il merito di regolamentare ciò che sino ad oggi è stato scritto solo dalle sentenze (in particolare quelle della Cassazione). Non c’è però alcun riferimento – come qualcuno avrebbe sperato – a criteri matematici che consentano di predeterminare l’importo da versare all’ex coniuge: solo parametri generali a fronte dei quali, ancora una volta, si riconosce ampio potere di giudizio alla magistratura. E del resto una materia tanto spinosa e delicata non poteva che passare per un’analisi del caso concreto che solo il giudice può fare.

Lo spartiacque tra chi cerca nel mantenimento un “assistenzialismo a vita” e chi invece un rifugio dalla povertà perché – per varie ragioni a lui non addebitabili – non può più lavorare, non può certo essere definito a priori dal legislatore, ma solo da chi è in grado di conoscere il singolo caso.

Ma come cambia l’assegno di mantenimento dopo il divorzio? La nuova legge non ha fatto altro che trasportare in un solo articolo la sintesi delle istruzioni della Cassazione degli ultimi tre anni, che noi già avevamo sintetizzato nell’articolo Assegno di divorzio diritto solo in 4 casi. Di tanto parleremo qui di seguito.

Assegno di divorzio solo per un primo periodo

Viene prevista una novità assoluta per il nostro ordinamento: l’assegno di divorzio “a tempo determinato”, ossia riconosciuto dal giudice solo per un periodo limitato tutte le volte in cui il coniuge più debole si trova in una momentanea difficoltà economica (si pensi a una ragazza ancora giovane, disoccupata, che sta cercando lavoro).

Tutte le volte in cui la difficoltà non è passeggera, ma destinata a rimanere stabile (si pensi a una donna di oltre 50 anni che, dopo aver fatto per una vita la casalinga, non ha più modo di impiegarsi in un’occupazione), l’assegno di divorzio resta quello di sempre: vita natural durante.

Assegno di divorzio non retroattivo

Si potrebbe pensare che chi già versa l’assegno di divorzio sulla base di una sentenza emessa prima dell’entrata in vigore della nuova normativa possa, a questo punto, far ricorso al giudice per ottenere la modifica sulla base delle nuove regole. Un interesse, questo, che dovrebbe riguardare di più chi è tenuto al pagamento – di solito l’uomo – visto che la riforma tende a ridurre l’ammontare del contributo periodico per come a breve vedremo. In verità, non è così ed è probabile che avremo a breve “divorziati di serie A” e “divorziati di serie B”. Difatti, il nuovo testo non si applica ai casi già giudicati con sentenza definitiva, ma solo a quelli futuri o ai processi ancora in corso. Così, ad esempio, se un ex marito sta versando l’assegno divorzile con le vecchie regole potrà chiedere la revisione – e con la scusa far applicare le nuove norme – solo se sopraggiungono nuovi elementi di fatto tali da modificare l’assetto economico di uno dei due ex coniugi; il solo fatto dell’esistenza della riforma non gli consentirà di chiedere la modifica dell’assegno.

Criteri di calcolo dell’assegno di divorzio

Come dicevamo, la nuova legge fa riferimento ai parametri utilizzati dalla Cassazione per definire il “se” e il “quanto” dell’assegno.

Innanzitutto, la norma stabilisce che l’assegno di divorzio è «destinato a equilibrare, per quanto possibile, la disparità [economica] che lo scioglimento o la cessazione degli effetti del matrimonio crea nelle condizioni di vita rispettive dei coniugi». Sembrerebbe quasi un ritorno al passato e alla necessità di garantire “lo stesso tenore di vita” del matrimonio, criterio che invece la sentenza Grilli del 2017 aveva abolito. Ma fortunatamente non è così. Leggendo l’articolo n. 2 del ddl si scopre infatti che il giudice, nel determinare l’assegno di divorzio, dovrà innanzitutto tenere conto della durata del matrimonio. Tanto più è stata breve l’unione, tanto più basso sarà l’eventuale assegno.

Ci sono poi da considerare i seguenti parametri:

  • le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito del divorzio;
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune: in pratica, come raccomandato dalle Sezioni Unite della Cassazione nell’estate dell’anno scorso, bisogna valorizzare il ruolo della casalinga, di chi cioè, dopo molti anni di matrimonio passati a prendersi cura della famiglia, ha rinunciato alla propria carriera per favorire quella del coniuge (e quindi, in definitiva, la ricchezza di quest’ultimo);
  • il patrimonio e il reddito di entrambi i coniugi;
  • la ridotta capacità di reddito, ossia di procurarsi un lavoro, dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali, nel corso della vita matrimoniale;
  • l’impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti;
  • il comportamento dei coniugi che ha determinato la fine del matrimonio.

Tutto ciò sembra dire una sola cosa: tenendo conto comunque di chi non potrà più lavorare per circostanze indipendenti dalla sua volontà (ad es. età, condizioni di salute, oggettive difficoltà – tutte da dimostrare – per via del mercato occupazionale, assenza di formazione professionale), l’assegno di mantenimento andrà a chi ha rinunciato alla carriera e sulla base, comunque, della durata del matrimonio.

Nuove nozze o convivenza

L’assegno non è dovuto nel caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di una stabile convivenza del richiedente l’assegno. L’obbligo di corresponsione dell’assegno non sorge nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell’unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza.

Per scaricare il testo del ddl clicca qui.

Mantenimento figli: non cambia nulla

Il divorzio non si ripercuote sul diritto dei figli a mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in precedenza. Infatti, con la fine della convivenza non cessa l’obbligo dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli e anche di garantire loro una stabile organizzazione domestica.

Il criterio del tenore di vita va invece usato nel determinare l’assegno per i figli che, nonostante la fine del matrimonio, non perdono il diritto a conservare le loro abitudini.

Che succede subito dopo la separazione

La nuova legge – così come le sentenze più recenti della Cassazione – tocca solo il divorzio e non la separazione. Quindi, dopo la separazione il coniuge più debole economicamente mantiene il diritto a vedersi garantito lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio.

All’assegno divorzile, teso non a ricostituire il tenore di vita matrimoniale ma a riconoscere il ruolo e il contributo fornito dall’ex economicamente più debole alla formazione del patrimonio familiare e personale, va attribuita una funzione assistenziale, compensativa e perequativa (Cassazione a Sezioni Unite, sentenza 18287 dell’11 luglio 2018).

La natura composita dell’assegno divorzile – assistenziale nonché perequativo-compensativa – è tesa a consentire al richiedente il raggiungimento concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito alla vita familiare, anche alla luce delle aspettative professionali sacrificate (Cassazione, ordinanza 5975 del 28 febbraio 2019)


2 Commenti

  1. Vorrei capire il perchè concedere l’assegno di mantenimento e su esso dover pagare allo Stato quasi la metà di quello che si percepisce? Quei soldi servono per aiutare il separato non per rimpinguare le casse dello Stato. Inoltre mi acccorgo che nessuno parla di questa assurda ingiustizia.

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