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Violenza domestica: ultime sentenze

26 Aprile 2021
Violenza domestica: ultime sentenze

Misure di prevenzione; ammonimento; prova del reato; comunicazione dell’avvio del procedimento; notizia di nuovi episodi di violenza domestica; protezione internazionale dello straniero; persecuzione; trattamenti inumani o degradanti.

Deve essere negato il rinnovo del permesso di soggiorno allo straniero che ha posto in essere gravi condotte di violenza domestica. In tal caso, i vincoli familiari e la lunga permanenza sul territorio sono irrilevanti per il soggetto reo di violenza domestica.

Atti di violenza domestica

In tema di protezione internazionale, gli atti di violenza domestica, così come intesi dall’art. 3 della Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011, quali limitazioni al godimento dei diritti umani fondamentali, possono integrare i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, ex art. 14, lett. b), d.lgs. n. 251 del 2007, in termini di rischio effettivo di “danno grave” per “trattamento inumano o degradante”, qualora risulti che le autorità statuali non contrastino tali condotte o non forniscano protezione contro di esse, essendo frutto di regole consuetudinarie locali.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di rigetto della domanda di protezione, ritenendo necessario valutare l’incidenza dei maltrattamenti subiti sullo sviluppo della personalità del richiedente asilo ed anche la risposta delle autorità statuali a tali condotte, all’esito dell’acquisizione di COI riferite a quest’ultimo aspetto).

Cassazione civile sez. I, 21/10/2020, n.23017

Violenza domestica: misura di prevenzione

La «misura di prevenzione per condotte di violenza domestica», prevista dall’art. 3 del decreto legge n. 93/2013, convertito dalla legge n. 119/2013, è finalizzata a dissuadere dalla commissione di condotte che, pur potendo risultare in sé, anche episodicamente valutate, non particolarmente gravi, sono comunque idonee a costituire, quando si verificano in un clima connotato da mancanza di serenità familiare e di potenziale violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, il sintomo di una situazione passibile di sfociare, se non tempestivamente arginata, in manifestazioni più eclatanti.

Pertanto, posto che il provvedimento di ammonimento in discorso mira non già a sanzionare condotte di violenza domestica idonee a configurare i reati, consumati o tentati, di cui agli articoli 581 (percosse) e 582 (lesioni personali) del codice penale, quanto piuttosto a prevenire la commissione di tali reati, ai fini dell’adozione di esso non occorre la piena prova della consumazione dei predetti reati, ma è sufficiente che dall’attività investigativa emergano elementi probatori attendibili in ordine all’avvenuto verificarsi del comportamento violento ed all’identificazione del suo autore. I suddetti provvedimenti di ammonimento sono adottati dal Questore nell’ambito di un potere valutativo, ampiamente discrezionale, di un quadro indiziario che rende verosimile la esistenza delle predette condotte.

Pertanto il sindacato del giudice amministrativo non può che essere limitato ai casi di manifesta insussistenza dei presupposti di fatto che legittimano l’adozione del provvedimento o di sua manifesta irragionevolezza e sproporzione.

T.A.R. Reggio Calabria, (Calabria) sez. I, 17/09/2020, n.553

Misura di prevenzione con finalità dissuasive

L’istituto dell’ammonimento è una misura di prevenzione con finalità dissuasive, finalizzata a scoraggiare ogni forma di persecuzione o di violenza nel contesto di relazioni affettive e/o sentimentali, per la fattispecie in questione, più propriamente definita di “violenza domestica”. Detto provvedimento assolve ad una funzione tipicamente cautelare e preventiva, in quanto preordinato ad impedire che gli atti persecutori o violenti siano più ripetuti e cagionino esiti irreparabili.

In tali evenienze, il Questore, nell’ambito dei suoi poteri discrezionali, può valutare il se e il quando emanare il provvedimento di ammonizione; oltre ad essere titolare del potere di emettere o meno la misura, egli può infatti decidere se emanare senza indugio il provvedimento di ammonizione, oppure se le circostanze consentano di avvisare il possibile destinatario dell’atto, con l’avviso di avvio del procedimento, previsto dall’art. 7 della l. n. 241/1990 e ciò, stante la natura eminentemente cautelare di tale istituto, sovente volto a far fronte ad una situazione di emergenza con la massima urgenza.

T.A.R. Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 08/06/2020, n.85

Nella violenza domestica rientrano i casi di cyberviolenza?

Nella fattispecie della violenza domestica rientrano anche i casi di cyberviolenza come l’accesso ai dati sensibili della vittima e ai suoi account privati. Di conseguenza, gli Stati parti alla Convenzione devono adottare tutte le misure necessarie idonee a rispettare gli obblighi positivi imposti dalla Convenzione europea nei casi di violenza contro le donne. Le autorità nazionali, nei casi di violenza domestica, devono respingere un approccio meramente formalistico e far sì che le misure di protezione adottate siano effettive.

Corte europea diritti dell’uomo sez. IV, 11/02/2020, n.56867

Violenza domestica e rinnovo del permesso di soggiorno

L’Amministrazione, prima di negare il rinnovo del permesso di soggiorno, deve effettuare una valutazione della pericolosità dello straniero e, in presenza di gravi condotte maturate in ambito di violenza domestica, ma foriere di pericolo per l’intera collettività, l’esistenza di vincoli familiari e la lunga permanenza sul territorio nazionale non possono essere considerate prevalenti sulle esigenze di sicurezza pubblica.

Consiglio di Stato sez. III, 15/03/2019, n.1716

Ammonimento: misura di prevenzione con finalità dissuasive

L’istituto dell’ammonimento costituisce una misura di prevenzione con finalità dissuasive finalizzata a scoraggiare ogni forma di persecuzione (art. 8) e di violenza domestica (art. 3) e preordinata a che gli atti posti in essere contro la persona che ne è stata vittima non siano più ripetuti e non cagionino esiti irreparabili.

Il procedimento amministrativo di cui all’art. 3, d.l. n. 93/2013 si muove, quindi, su un diverso piano (cautelare e preventivo) rispetto a quello del procedimento penale per i reati di cui agli artt. 582 e 583 c.p. (e all’art. 612 bis, c.p.); di conseguenza, il provvedimento conclusivo (decreto di ammonimento) presuppone non l’acquisizione di prove tali da poter resistere in un giudizio penale avente ad oggetto un’imputazione per i reati di percosse e lesione personale (e di atti persecutori), bensì la sussistenza di elementi dai quali sia possibile desumere un comportamento violento (o persecutorio o gravemente minaccioso) che possa degenerare e preludere a condotte costituenti reato.

Ne consegue che, ai fini dell’ammonimento, non occorre che sia raggiunta la prova del reato, bensì è sufficiente far riferimento ad elementi dai quali sia possibile desumere, con un adeguato grado di attendibilità, un comportamento violento in ambito domestico (o persecutorio che ha ingenerato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia e di paura).

TAR Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 11/06/2018, n.129

Nuovi episodi di violenza domestica

Va integrata la comunicazione dell’avvio del procedimento laddove sopraggiunga la notizia di nuovi episodi di violenza domestica, ulteriori rispetto a quelli che hanno determinato l’avvio del procedimento. L’interessato deve essere messo al corrente di nuove prove che introducano nel quadro indiziario circostanze di fatto in precedenza non note.

Di converso, l’integrazione della comunicazione non può ritenersi necessaria laddove gli elementi di prova sopravenuti si limitino a confermare il quadro indiziario già emergente dagli atti, perché tale integrazione si risolverebbe in un inutile aggravamento del procedimento, in palese contrasto con il principio generale dell’azione amministrativa, sancito dall’art. 1, comma 2, l. n. 241 del 1990.

TAR Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 01/02/2018, n.29

Violenza domestica: tutela delle donne

La ricorrente che proviene dalla Nigeria ha diritto ad ottenere lo stato di rifugiata in Italia considerato che dai più autorevoli report emerge come in Edo State (da cui proviene la ricorrente) non vi sia un’adeguata tutela per le donne nei confronti di atti di violenza domestica che si configura come diffusa e generalizzata.

Tribunale Catania sez. I, 21/11/2017

Violenza domestica e protezione internazionale

In tema di protezione internazionale dello straniero, in virtù degli artt. 3 e 60 della Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, anche gli atti di violenza domestica sono riconducibili all’ambito dei trattamenti inumani o degradanti considerati dall’art. 14, lett. b), del d.lgs. n. 251 del 2007 ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, sicché è onere del giudice verificare in concreto se, pur in presenza di minaccia di danno grave ad opera di un “soggetto non statuale”, ai sensi dell’art. 5, lett. c), del decreto citato, come il marito della ricorrente, lo Stato di origine sia in grado di offrire alla donna adeguata protezione.

(Nella specie, relativa a cittadina marocchina vittima di abusi e violenze – proseguiti anche dopo il divorzio – da parte del coniuge, punito dalla giustizia marocchina con una blanda sanzione penale, la corte d’appello aveva negato il riconoscimento della protezione internazionale valorizzando elementi quali la condanna penale, l’ottenimento del divorzio e l’appoggio della famiglia di origine della donna, circostanze ritenute dalla S.C. di per sé non necessariamente indicative di un’adeguata protezione da parte del Paese di origine).

Cassazione civile sez. VI, 17/05/2017, n.12333

Status di rifugiato e violenza domestica

In tema di riconoscimento dello “status” di rifugiato, costituiscono atti di persecuzione basati sul genere, ex art. 7 d. lgs. 251/2007, rientranti nel concetto di violenza domestica di cui all’art. 3 della Convenzione di Istanbul dell’11.5.2011, le limitazioni al godimento dei propri diritti umani fondamentali attuate ai danni di una donna, di religione cristiana, a causa del suo rifiuto di attenersi alla consuetudine religiosa locale – secondo la quale la stessa, rimasta vedova, era obbligata a sposare il fratello del marito – anche se le autorità tribali del luogo alle quali si era rivolta, nella perdurante persecuzione da parte del cognato, che continuava a reclamarla in moglie, le avevano consentito di sottrarsi al matrimonio forzato, ma a condizione che si allontanasse dal villaggio, abbandonando i propri figli ed i suoi beni.

Tali atti, ex art. 5 lettera c) del d.lgs n. 251 del 2007, integrano i presupposti della persecuzione ex art. 7 del d.lgs n. 251 del 2007 anche se posti in essere da autorità non statali, se, come nella specie, le autorità statali non le contrastano o non forniscono protezione, in quanto frutto di regole consuetudinarie locali.

Cassazione civile sez. I, 24/11/2017, n.28152

Maltrattamenti e violenza sessuale nella vita domestica

La natura dei reati maltrattamenti e di violenza sessuale, che sono consumati nell’intimità della vita domestica, all’interno della casa familiare, spiega il motivo per cui nella quasi totalità dei casi non vi sono testimoni che possano essere chiamati a deporre in udienza sui fatti. Occorre allora valorizzare altri elementi idonei in ogni caso a confortare la credibilità del narrato, quali l’atteggiamento violento e minaccioso, la mancanza di considerazione nei confronti delle congiunte.

Affermata la credibilità e attendibilità della persona offesa, non può dubitarsi che i comportamenti configurino i reati contestati.

Corte appello Roma sez. III, 27/04/2017, n.2566

Misura di prevenzione

La misura di prevenzione prevista dall’art. 3, d.l. n. 93 del 2013 è finalizzata a dissuadere dalla commissione di condotte che, pur non potendo risultare in sé, anche episodicamente valutate, non particolarmente gravi, sono comunque idonee a costituire — quando si è verificato in un clima connotato da mancanza di serenità familiare e di potenziale « violenza fisica, sessuale, psicologica o economica » — il sintomo di una situazione passibile di sfociare, se non tempestivamente arginata, in successive manifestazioni più eclatanti. Pertanto, posto che il provvedimento di ammonimento di cui all’art. 3, d.l. n. 93 del 2013, mira non già a sanzionare condotte di violenza domestica idonee a configurare i reati, consumati o tentati, di cui agli artt. 581 (percosse) e 582 (lesioni personali) c.p., quanto piuttosto a prevenire la commissione di tali reati, ai fini della sua adozione, non occorre la piena prova della commissione dei predetti reati, ma è sufficiente che dall’attività investigativa emergano elementi probatori attendibili in ordine all’avvenuto verificarsi del comportamento violento e all’identificazione del suo autore.

TAR Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 03/04/2017, n.118

Violenza domestica: denuncia delle vittime

La Corte europea dei diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia – per la prima volta per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica – per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica posti in essere dal marito, che hanno condotto all’assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie.

Il caso è avvenuto a Remanzacco, in provincia di Udine, a novembre del 2013 quando l’uomo, ora in carcere, uccise il figlio diciannovenne e tento di uccidere anche la madre, dopo che la donna aveva denunciato il marito e dopo ripetute richieste di intervento rivolte alle autorità.

Per i giudici di Strasburgo, che “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”.

Corte europea diritti dell’uomo sez. I, 02/03/2017, n.41237

Istanza di revoca della misura cautelare

L’obbligo di comunicazione dell’istanza di revoca o di sostituzione delle misure cautelari coercitive applicate nei procedimenti per reati commessi con violenza alla persona, previsto dall’articolo 299, commi 2 bis e 3 del Cpp, non è da intendere esteso onnicomprensivamente a tutti i delitti commessi con violenza alla persona, ma, onde contemperare razionalmente le esigenze di tutela della persona offesa con quelle dell’imputato a non vedere ingiustificatamente negato o sospeso l’esame della propria istanza de libertate, riguarda solo quelli rispetto ai quali sia apprezzabile una tutela qualificata della persona offesa.

Al riguardo, dovendosi tenere conto che la disciplina di garanzia si pone nell’alveo dei principi e delle scelte di politica legislativa espresse dalla Direttiva del Parlamento e del Consiglio 2012/29/Ue del 25 ottobre 2012 (norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato) e dalla Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (ratificata dall’Italia con legge n. 77 del 2013), per determinare i casi cui è applicabile la disciplina dell’obbligo di comunicazione il giudice dovrà tenere conto della “tipologia di parte offesa” (potendosi considerare il fatto che si tratti di parte offesa di delitti connessi alla tratta di esseri umani, al terrorismo, alla criminalità organizzata, alla violenza o sfruttamento sessuale, o di delitti basati sull’odio, ovvero il fatto che si tratti di parte offesa minorenne) o del “movente del reato” (potendosi considerare che si sia trattato di cosiddetta violenza di genere) ovvero del “contesto” in cui il reato è stato commesso (potendosi considerare rilevante il fatto che si sia trattato di vittima di violenza in “relazioni strette”, come dettagliato nel par. 18 delle premesse della direttiva 2012/29/Ue, ossia avendo riguardo al fatto che la violenza sia stata commessa dall’attuale o precedente coniuge o partner della vittima o da un altro membro della sua famiglia, a prescindere dalla circostanza che l’autore del reato conviva o abbia convissuto con la vittima, anche in relazione alla sfera economica della vittima medesima) (da queste premesse, in una fattispecie de libertate in cui la contestazione riguardava il reato di rapina, la Corte ha annullato con rinvio l’ordinanza che, invece, aveva ritenuto necessaria la previa comunicazione dell’istanza di revoca della misura cautelare).

Cassazione penale sez. II, 08/06/2017, n.46996

L’acquisizione di elementi probatori

I provvedimenti di ammonimento di cui all’art. 3, d.l. n. 93 del 2013 non postulano la piena prova della commissione dei reati di percosse e di lesioni personali, essendo sufficiente l’acquisizione di elementi probatori attendibili in ordine all’avvenuto verificarsi anche di un singolo episodio di violenza domestica e all’identificazione del suo autore.

Sono adottati dal Questore nell’ambito di un potere valutativo, ampiamente discrezionale, di un quadro indiziario che rende verosimile l’esistenza di condotte di violenza domestica e, quindi, il sindacato del giudice amministrativo non può che essere limitato ai casi di manifesta insussistenza dei presupposti di fatto che legittimano l’adozione del provvedimento o di sua manifesta irragionevolezza e sproporzione.

TAR Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 14/09/2016, n.329


note

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2 Commenti

  1. Scusate, si è prospettata una situazione particolare in casa e vorrei capire come posso tutelare me e mio figlio piccolo. Con questa pandemia, la convivenza in famiglia è diventata insostenibile. Mio marito è sempre nervoso e più aggressivo. La situazione si è amplificata rispetto al passato ed ora non voglio più sopportare certi comportamenti. Cosa posso fare? Vi ringrazio in anticipo

    1. La violenza domestica riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale per controllare una persona che fa parte del nucleo familiare. In questo caso, è consigliabile sporgere una denuncia-querela presso le autorità competenti (questura, stazione dei carabinieri o Procura della Repubblica). Con l’entrata in vigore del Codice rosso (L. n. 69/2019 del 19.07. 2019) la vittima sarà ascoltata dal pubblico ministero (pm) entro tre giorni dalla segnalazione del reato, evitando così il verificarsi di ulteriori episodi di violenza.

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