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Bonifico ricevuto dall’estero: quali rischi

6 Maggio 2019


Bonifico ricevuto dall’estero: quali rischi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Maggio 2019



Accredito di denaro sul conto corrente: come difendersi dall’accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate.

Attenzione a ricevere soldi sul conto senza essere in grado poi di giustificarne la ragione. Una recente ordinanza della Cassazione [1] ha illustrato, in particolare, quali rischi corre il contribuente in caso di bonifico ricevuto dall’estero. Rischi di certo non superiori rispetto a quelli che provengono dall’Italia ma che, comunque, generano maggiore diffidenza in capo all’Agenzia delle Entrate. E questo proprio perché il “mittente” del denaro è un soggetto non censito dal nostro fisco ed è proprio questa triangolazione che spesso viene usata per evadere le tasse. Ecco che quindi qualsiasi accredito partito fuori dai confini è sospetto già in radice.

Per comprendere meglio la legge e scoprire quali rischi può comportare un bonifico dall’estero non resta che leggere e commentare le stesse parole della Suprema Corte. Procediamo dunque con ordine e vediamo cosa è stato detto nel caso di specie.

I controlli fiscali sui bonifici ricevuti sul conto

La regola è nota ormai a tutti: il fisco controlla i conti correnti. Lo fa grazie alle informazioni che le stesse banche gli forniscono attraverso l’Anagrafe dei rapporti finanziari (una sezione della più ampia Anagrafe tributaria). Gli accertamenti colpiscono innanzitutto i versamenti di contanti o i bonifici. Solo per imprenditori e società il controllo si estende anche ai prelievi (purché superiori a mille euro al giorno o a cinquemila euro al mese). Leggi sul punto Prelievi e versamenti sul conto: quali limiti?

Bonifico sul conto: quali rischi?

Il rischio che corre il correntista nel momento in cui riceve un bonifico si verifica solo quando tale accredito non ha una correlativa giustificazione all’interno della dichiarazione dei redditi. Ad esempio, se il bonifico deriva dall’azienda datrice di lavoro non può esserci alcun rischio atteso che si tratta della normale corresponsione dello stipendio (ed è quindi già noto all’Agenzia delle Entrate). Altrettanto dicasi se si tratta del pagamento di un cliente a cui è stata emessa regolare fattura, trovando l’accredito una voce corrispondente nella denuncia dei redditi. Lo stesso vale nel caso del bonifico eseguito dall’inquilino per il canone di un affitto registrato, e così via.

I problemi si pongono invece quando una persona riceve un bonifico ma di queste somme non v’è traccia nel 730 o nella dichiarazione dei redditi. In queste ipotesi il fisco può presumere che si tratti di evasione. Una presunzione autorizzata proprio dalla legge che attribuisce all’Agenzia delle Entrate il potere di notificare accertamenti in caso di versamenti ingiustificati sul conto corrente. Peraltro la nostra normativa non prevede, in questi casi, una preventiva fase amministrativa in cui il contribuente sia chiamato a dare giustificazioni (come invece nel caso di accertamenti col redditometro); il correntista, pertanto, si vedrà recapitare direttamente l’atto impositivo a casa con cui gli viene intimato di pagare la maggiore imposta evasa e le sanzioni. Insomma il fisco è autorizzato ad etichettare come evasore fiscale il titolare di un conto corrente che, avendo ricevuto un bonifico, non sappia fornire la prova della ragione di tale accredito. Prova peraltro che deve essere per forza scritta e con data certa (ad esempio un contratto registrato).

Bonifici dall’estero sul conto corrente: quali rischi?

La pronuncia della Cassazione, come anticipato, si riferisce principalmente ai bonifici ricevuti dall’estero sul conto corrente e analizza i rischi e le insidie che si possono celare dietro tali operazioni. La Corte ribadisce i principi già pacifici per gli accrediti nazionali: spetta al cittadino giustificare le elargizioni in denaro. Se manca tale giustificazione, il fisco può dunque considerare ricavi in nero i bonifici dall’estero sul conto corrente bancario del contribuente.

Gli Ermellini hanno infatti ricordato che «qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’amministrazione è soddisfatto, per legge [2], già dai dati e dagli elementi risultanti dai conti predetti». Si determina ciò che tecnicamente viene detto «inversione dell’onere della prova a carico del contribuente». In pratica è quest’ultimo tenuto a giustificarsi e non il fisco a dover fornire la dimostrazione dell’evasione; evasione che è già implicita nel fatto stesso di aver ricevuto un bonifico che non trova, in un documento scritto, alcuna motivazione [3].

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate aveva dimostrato che, sul conto corrente di un contribuente, erano affluite alcune somme per accrediti dall’estero, con la causale “investimenti in beni e diritti immobiliari”; ciò è stato ritenuto sufficiente, in via presuntiva, a dimostrare la disponibilità in capo al correntista di maggiori redditi tassabili. E siccome quest’ultimo è rimasto sprovvisto di una prova contraria, ha dovuto subire l’accertamento fiscale.

Come difendersi in caso di bonifici sul conto corrente

Da quanto detto si possono trarre alcuni insegnamenti.

Il primo è quello di evitare di ricevere bonifici sul conto se non si ha poi modo di giustificarne la causa con un documento scritto dotato di data certa (ossia certificata da un notaio o da altro pubblico ufficiale). Tale documento, se sussistente, deve essere conservato per almeno cinque anni dall’anno in cui viene inviata la relativa dichiarazione dei redditi per quella determinata annualità, in modo da contrastare eventuali richieste di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Quale può essere, infine, la ragione del bonifico da dichiarare al fisco senza rischiare un accertamento? Il contribuente che riceve soldi senza che di questi vi sia traccia nella dichiarazione dei redditi deve dimostrare che si tratta di somme esenti e che quindi non vanno dichiarate (ad esempio un risarcimento da incidente stradale) o di somme già tassate alla fonte ossia che sono state erogate al beneficiario al netto delle tasse (ad esempio una vincita al gioco).

note

[1] Cass. ord. n. 11810/19 del 6.05.2019.

[2] Art. 36 Dpr n. 600/1973.

[3] Inoltre, la presunzione di cui all’art. 32 d.P.R. 600/1973 ha natura legale e, in quanto tale, non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 c.c., previsti, invece, per le presunzioni semplici.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 14 marzo – 6 maggio 2019, n. 11810

Presidente Iacobellis – Relatore La Torre

Ritenuto che:

L’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza della CTR della Toscana, meglio indicata in epigrafe, che, in controversia su impugnazione di avviso di accertamento per IRPEF anno 2008, con il quale veniva contestato alla contribuente di aver conseguito redditi di capitale non dichiarati, risultanti dalle movimentazioni bancarie – ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 32 – ha respinto l’appello dell’Ufficio. In particolare, secondo la CTR, la motivazione a base dell’accertamento era fondato su “semplici congetture, per quanto sensate, prive di riscontri oggettivi e, pertanto, della valenza di presunzioni gravi, precise e concordanti”, con conseguente mancato assolvimento dell’onere della prova della pretesa tributaria, gravante sull’Agenzia a prescindere dalla prova contraria fornita dal contribuente.

Z.A. è rimasta intimata.

Considerato che:

Con l’unico motivo di ricorso l’Agenzia deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, degli artt. 2729 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la CTR affermato che l’onere della prova della rilevanza reddituale delle movimentazioni bancarie graverebbe solo sull’Amministrazione, e non sul contribuente, che non sarebbe neppure onerato della prova contraria.

Il motivo è fondato.

Va premesso che la presunzione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, ha natura legale e, in quanto tale, non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 c.c., previsti, invece, per le presunzioni semplici (Cass. 9078/2016; Cass. n. 6237/2015).

Costituisce altresì principio consolidato quello secondo cui “qualora l’accertamento effettuato dall’Ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, secondo il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, determinandosi un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente” (cfr. da ultimo Cass., 9 marzo 2018, n. 5758, che richiama Cass. n. 711/2017, n. 15857/2016 e n. 4829/2015; nonché Cass. 12 gennaio 2018, n. 623, e 6 dicembre 2017, n. 29261).

Ciò premesso, nel caso di specie, l’Agenzia, fornendo la prova che sul conto corrente di Z.A. erano affluite ingenti somme per accreditamenti bancari dall’estero, con la causale dell’operazione “investimenti in beni e diritti immobiliari”, aveva già dimostrato, in via presuntiva, la disponibilità in capo alla contribuente di maggiori redditi tassabili, per cui spettava a quest’ultima, sulla base di una prova, non generica ma analitica per ogni versamento bancario, dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non erano riferibili ad operazioni imponibili e pertanto privi di rilevanza fiscale.

La CTR non si è attenuta ai superiori principi, per cui la sentenza va cassata, con rinvio alla CTR della Toscana, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla CTR della Toscana, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità


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