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Revoca assegnazione casa coniugale figlio studente fuori sede

7 Maggio 2019
Revoca assegnazione casa coniugale figlio studente fuori sede

Figlio all’università: la casa torna al padre proprietario dell’abitazione familiare?

Sono diversi anni ormai che hai divorziato dalla tua ex moglie. Sin da quando vi siete separati, il giudice ha assegnato a lei la casa coniugale visto che le è stato affidato vostro figlio. Da allora, vivi in affitto nella speranza di poter, un giorno, tornare nell’appartamento di tua proprietà. Ora però è sopraggiunta una novità: il ragazzo ha iniziato un corso di laurea fuori sede ed è già al secondo anno di università. Da quanto ti risulta, non torna mai a casa. Lo fa solo di tanto in tanto, in occasione delle feste durante le quali si divide tra te e la madre. Ha ormai trovato la sua dimensione nella nuova città, dove ci sono gli amici e la fidanzata. Anche gran parte delle vacanze le trascorre da solo, organizzando con i suoi compagni dei viaggi. Ti chiedi perciò se tale circostanza sia sufficiente per ricorrere al giudice e chiedere la revoca dell’assegnazione della casa coniugale. Da quanto hai sentito dire, infatti, tale provvedimento ha ragione di essere solo finché sussiste la «coabitazione tra madre e figlio»; ma, una volta che questa viene meno, a prescindere dalle ragioni, il tribunale deve restituire l’immobile al suo legittimo proprietario.

Cosa prevede la legge a riguardo? La realtà è che nessuna norma chiarisce quando scatta la revoca dell’assegnazione della casa coniugale col figlio studente fuori sede. Per cui è toccato alla giurisprudenza stabilire le regole. L’ultima pronuncia, in ordine di tempo, è una recentissima ordinanza della Cassazione [1] particolarmente importante perché sembra contraddire un principio affermato più volte in passato. La Corte appare oggi più orientata verso l’idea di restituire l’immobile al padre qualora il figlio, che studia fuori, torni solo nel fine settimana. Si tratta dunque di una pronuncia innovativa che merita di essere approfondita.

Revoca della casa coniugale all’ex moglie se il figlio non è convivente

Poiché l’assegnazione della casa coniugale viene disposta solo in favore del figlio – e quindi ha ragione di essere unicamente nei casi di coppie con figli minori o maggiorenni, ma non ancora autosufficienti – e non è un sostegno al reddito del genitore con cui questi convive, non appena viene meno la coabitazione tra i due l’immobile può tornare al legittimo proprietario.

In pratica, quando il figlio o i figli dei coniugi cessano di convivere stabilmente con il genitore assegnatario oppure raggiungono l’autosufficienza economica, il coniuge interessato può chiedere al giudice la revoca dell’assegnazione della casa familiare.

Figlio maggiorenne studente fuori sede: c’è revoca della casa?

La giurisprudenza ritiene che si possa continuare a parlare di «coabitazione con il genitore assegnatario della casa familiare» anche quando il figlio maggiorenne se ne allontana per studiare fuori sede, ma solo ad una condizione: che vi torni abitualmente qualora gli impegni scolastici glielo consentano. Laddove invece questi non fa ritorno nella città della madre è probabilmente perché sta mettendo radici – sia pure provvisorie – in un’altra città. Quando il figlio, quindi, nonostante possa tornare a casa, non lo fa allora c’è ragione di ritenere che quella convivenza sia venuta meno.

Non rileva quindi la mancanza convivenza quotidiana ma uno «stabile collegamento» tra il figlio e l’abitazione ove vive ancora il genitore.

Quando la madre perde la casa perché il figlio studente non torna

La pronuncia odierna della Cassazione lascia più spazio al diritto dei padri di tornare in possesso della propria abitazione riducendo i confini del concetto di «stabile collegamento».

Secondo la Corte, se il figlio sta sempre fuori per motivi di studio o lavoro e rientra solo nel fine settimana l’assegnazione della casa familiare può essere revocata all’ex coniuge collocatario del giovane. In questi casi, infatti, rileva la coabitazione in senso stretto e la prevalenza di tempo presso il domicilio.

Le parole della stessa Corte sono chiare e meritano di essere riportate integralmente. Secondo i giudici, «la nozione di convivenza, rilevante agli effetti dell’assegnazione della casa familiare, comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità. Deve, pertanto, sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, benché la coabitazione possa anche non essere quotidiana; tale concetto è compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro, purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile. Quest’ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese)».

Il concetto è chiaro: se nell’arco di un mese, di un semestre o di un anno – a seconda degli impegni di studio – il figlio studente rimane fuori sede pur potendo tornare è segno che è venuto meno quel collegamento stabile. Dunque la madre deve restituire la casa coniugale all’ex marito.


note

[1] Cass. sent. n. 11844/19 del 6.05.2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 2 aprile – 6 maggio 2019, n. 11844

Presidente Scaldaferri – Relatore Nazzicone

Rilevato in fatto

– che è stato proposto ricorso, sulla base di due motivi, avverso il decreto della Corte d’appello di Venezia n. 349 del 17 ottobre 2017, di rigetto del reclamo avverso la decisione di primo grado pronunciata della L. n. 898 del 1970, ex art. 9, la quale ha ridotto l’ammontare del contributo mensile a carico del padre per il mantenimento della figlia maggiorenne, nonché revocato l’assegnazione della casa familiare in favore della madre odierna ricorrente, in considerazione del trasferimento della figlia all’estero;

– che si difende con controricorso l’intimato.

Ritenuto in diritto

– che i motivi di ricorso possono essere così riassunti:

1) vizio di motivazione “in relazione all’art. 115 c.p.c.”, avendo la corte territoriale omesso di valutare i documenti prodotti dalla reclamante, volti a dimostrare il carattere meramente temporaneo dell’allontanamento della figlia maggiorenne dalla città di residenza;

2) violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, con nullità della decisione, per la mera apparenza e la contraddittorietà della motivazione, avendo il giudice d’appello ritenuto sciolto il legame della figlia maggiorenne con la città ove era ubicata la casa familiare, salvo poi riconoscere la frequenza con cui quest’ultima si reca presso tale abitazione:

– che il primo motivo è inammissibile:

– che questa Corte ha chiarito in numerose occasioni come “il mancato esame di un documento può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui determini l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, segnatamente, quando il documento non esaminato offra la prova di circostanze di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di fondamento. Ne consegue che la denuncia in sede di legittimità deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione delle ragioni per le quali il documento trascurato avrebbe senza dubbio dato luogo a una decisione diversa” (e plurimis Cass. 16812/2018; Cass. 19150/2016);

– che, nel caso di specie, il ricorso non contiene indicazione circa la decisività dei documenti, neppure specificamente indicati, che si reputa non siano stati valutati dal giudice di merito;

– che, inoltre, tali “risultanze anagrafiche” – al pari degli altri elementi probatori dall’odierna ricorrente prodotti nel corso del giudizio di merito ed espressamente menzionati nella motivazione della decisione censurata – sono inidonee ad invalidare i dati probatori posti a fondamento della decisione (in primis, si veda quanto dalla corte dedotto in forza della audizione della stessa figlia maggiorenne);

– che, in definitiva, la formulazione di tale motivo di ricorso pare piuttosto essere funzionale all’ottenimento in questa sede di un inammissibile riesame del merito e a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito al diverso convincimento soggettivo della parte;

– che il secondo motivo di ricorso è parimenti inammissibile;

– che, a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è “denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra le affermazioni inconciliabili e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. U. 8053/2014);

– che, nel caso di specie, la motivazione dell’impugnato decreto risulta essere puntuale, coerente e perfettamente idonea a consentire di individuare il procedimento logico-giuridico che ne costituisce fondamento, nonché pienamente conforme alla giurisprudenza di legittimità;

– che, infatti, la circostanza per cui la figlia maggiorenne si rechi con una certa frequenza presso l’abitazione materna non esclude la conclusione fattuale, di cui al decreto impugnato, secondo cui essa abbia trasferito il centro delle proprie attività ed interessi all’estero;

– che, d’altronde, questa Corte ha chiarito in diverse occasioni come il carattere del tutto saltuario dell’utilizzazione da parte della prole dell’originaria casa familiare escluda che questa possa ancora rappresentarne l’habitat domestico e, di conseguenza, il centro dei suoi affetti (Cass. n. 11218/13), e come “la nozione di convivenza rilevante agli effetti dell’assegnazione della casa familiare comporti la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità; deve, pertanto, sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro, purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile; quest’ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese)” (Cass. 4555/2012);

– che, pertanto, nessuna censura può essere mossa all’impugnato decreto, avendo la corte valutato, con apprezzamento di fatto insindacabile, la cessazione della necessità del mantenimento dell’assetto abitativo fruito dalla figlia delle parti in epoca antecedente alla separazione;

– che la condanna alle spese segue la regola della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore della parte costituita, di Euro 3.600,00 (di cui Euro 100,00 per esborsi), oltre alle spese forfetarie nella misura del 15% sul compenso ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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