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Il danno alla persona

4 Giugno 2019 | Autore:
Il danno alla persona

In questo articolo spieghiamo i vari aspetti del pregiudizio che un essere umano può subire a causa del comportamento illecito altrui.

Di recente, tuo marito è stato investito mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali. La responsabilità è da attribuire esclusivamente all’automobilista che ha provocato l’incidente. A seguito di quest’ultimo, il tuo coniuge è stato sottoposto a diversi interventi chirurgici, ha dovuto affrontare un periodo di riabilitazione e non ha potuto svolgere la sua professione. La forzata inattività, insieme alla sofferenza fisica e alla preoccupazione di carattere economico, gli hanno anche provocato uno stato depressivo. L’assicurazione dell’investitore ha formulato un’offerta di risarcimento, ma tu e tuo marito non sapete se essa è adeguata. Certamente vi farete consigliare da un avvocato; ma per cominciare ad orientarvi vorreste conoscere il danno alla persona nei suoi vari aspetti. Ciò vi consentirebbe di capire quali potrebbero essere i vostri diritti. Questo articolo fa al caso vostro: leggetelo attentamente e troverete le risposte ai vostri interrogativi. Il danno alla persona ricomprende in sé tutte le forme di danno che possono essere provocate a un essere umano. Esso è conseguenza del comportamento di un’altra persona contrario alla legge. Ad esempio: Tizio, mentre attraversa la strada, viene investito da Caio, che con la sua automobile non si ferma al semaforo rosso; Sempronio, durante una lite, viene aggredito fisicamente da Martino, che gli provoca una frattura.

Il danno alla persona in passato

Su questa forma di danno vi è stata, nel tempo, un’evoluzione. In passato, sia gli studiosi del diritto che i giudici ritenevano che spettasse un risarcimento soltanto a chi avesse subito un pregiudizio di tipo economico (detto danno patrimoniale). Insomma, il danno, per essere risarcibile, doveva consistere in una perdita di denaro. La sofferenza, il dolore, l’eventuale cambiamento nelle abitudini di vita ed altre situazioni simili (danno non patrimoniale) non davano diritto a risarcimento. A questa regola c’era solo un’eccezione, che si verificava quando il fatto che provocava il danno era previsto come reato, quindi contrario alla legge penale (ad esempio: lesioni personali, percosse, violenza privata, diffamazione, e così via).

Facciamo un esempio. Seguendo il vecchio sistema, se una persona subiva delle lesioni a seguito di un incidente, l’unico danno risarcibile era la perdita economica, consistente nelle spese sostenute a causa dell’infermità e nell’eventuale mancata percezione di un reddito. La sofferenza morale, la perdita o riduzione delle relazioni sociali, la compromissione della salute non erano considerati danni risarcibili, a meno che il comportamento della persona che aveva causato l’incidente non fosse considerato dalla legge come reato (ad esempio quello di lesioni personali).

Le cose oggi non stanno più così: dopo il 2008, a seguito dell’evoluzione della dottrina e della giurisprudenza e, soprattutto, di alcune importanti sentenze delle Sezioni Unite della Cassazione [1], tutti gli aspetti del danno alla persona sono risarcibili.

Il danno alla persona nel sistema attuale

L’attuale sistema, come è stato delineato dalla Cassazione, viene detto bipolare. Esso contempla due tipologie di danno: quello patrimoniale e quello non patrimoniale.

Il danno patrimoniale è il pregiudizio subito dal patrimonio del danneggiato. Esso viene espresso in termini monetari e si distingue in due categorie:

  • il danno emergente, consistente nel denaro che viene speso dal soggetto interessato per rimediare al pregiudizio subito e possibilmente ripristinare la situazione anteriore al fatto che ha provocato il danno. Ad esempio: Tizio subisce un incidente automobilistico, provocato dalla negligenza di Caio. Alcune cure gli  vengono erogate gratuitamente dal servizio sanitario nazionale; tuttavia egli, per poter recuperare pienamente la forma fisica, deve sottoporsi a particolari sedute di fisioterapia a pagamento. La spesa che egli sostiene rientra nel danno emergente;
  • il lucro cessante, consistente nel mancato guadagno di una somma di denaro come conseguenza dell’evento dannoso. Tornando all’esempio già fatto, supponiamo che Tizio sia un ingegnere che aveva ricevuto un importantissimo incarico di progettazione, da portare a termine in tempi molto brevi. Come conseguenza dell’incidente, non può più far fronte al proprio impegno professionale. il committente quindi affida l’incarico a un collega di Tizio, che così perde il relativo compenso. Questa perdita è qualificabile come lucro cessante.

Il danno non patrimoniale invece è un pregiudizio derivante dalla lesione di beni immateriali, che non hanno un contenuto economico: ad esempio la salute, l’onore, la sfera affettiva, la vita di relazione, il nome, l’equilibrio psicologico, e così via.

Il danno biologico

Il danno biologico è la lesione della dimensione fisica e psichica di una persona. Esso deve poter essere valutato e accertato secondo i criteri e con gli strumenti che la medicina mette a disposizione. Si tratta di un danno che può essere risarcito a prescindere dal fatto per il soggetto interessato abbia subito una riduzione della sua capacità lavorativa.

Ad esempio, un lavoratore dipendente, che subisce un incidente e durante il periodo di malattia continua a percepire il suo stipendio, ha diritto al risarcimento del danno biologico; quest’ultimo comprende:

  • il danno alla salute. Il fatto che la salute di una persona venga compromessa, per un certo periodo di tempo o per sempre, costituisce di per sé un danno risarcibile;
  • il danno alla sfera sessuale. Il comportamento illecito altrui può provocare traumi fisici e/o psicologici che impediscono alla vittima di avere una vita sessuale regolare e serena;
  • il danno alla vita di relazione. Il danneggiato, a causa delle mutate condizioni fisiche o delle sue condizioni psicologiche successive al fatto dannoso, non riesce a intrattenere le relazioni sociali alle quali era abituato;
  • il danno estetico. Si tratta di un mutamento peggiorativo dell’aspetto di una persona.

Il danno morale

Il danno morale consiste nella sofferenza provata dalla vittima del comportamento illecito altrui. Esso comprende il dolore e altri disagi di carattere fisico, l’ansia, gli stati depressivi, l’agitazione, l’angoscia, il panico e altri stati d’animo negativi. E’ un pregiudizio diverso da quello puramente biologico, dal quale deve essere distinto. Ad esempio, Tizio subisce un incidente, nel quale riporta alcune ferite, a seguito del quale si ritrova in uno stato d’ansia che si protrae per molti mesi. Il danno che Tizio subisce ha diverse componenti: le lesioni fisiche riportate (danno biologico);  il dolore fisico provocato dalle ferite (danno morale); lo stato ansioso (danno morale).

Il danno morale dà diritto al risarcimento anche se il soggetto interessato non ha subito nessun danno biologico. Tornando all’esempio già fatto, poniamo che Tizio nell’incidente non abbia riportato ferite, ma abbia subito soltanto uno shock tale da lasciarlo in un permanente stato di ansia. Questo danno (morale) gli darebbe diritto, di per sè, ad essere risarcito, pur non essendovi danni di carattere biologico.

Il danno esistenziale

Il danno esistenziale consiste nella rinuncia, da parte del soggetto danneggiato, allo svolgimento di attività che non producono reddito, ma che te lui sono significative.

Può trattarsi, ad esempio, di attività associative, culturali o di volontariato; può trattarsi dell’alterazione delle abitudini di vita di una persona anziana, che tutti i pomeriggi era solita recarsi in un circolo ricreativo per giocare a carte.

Si pensi, ancora, al professionista che, dopo aver subito un incidente, continua a svolgere la sua attività da casa, non potendosi recare nel suo studio o presso i clienti. Questo gli consente di continuare a produrre un reddito, evitando così un pregiudizio di carattere economico, ma essere costretto a sconvolgere le normali abitudini relative alla sua attività professionale e ad esercitarle in maniera “diversa” rappresenta, per lui, un danno che incide sulla sua esistenza.

Il danno derivante dalla morte

Quando una persona muore a causa del comportamento illecito altrui, non può ovviamente ricevere un risarcimento dal responsabile. Tuttavia vi sono altri soggetti che, a seguito della sua morte, possono aver diritto ad essere risarciti. A tal proposito vanno considerati il danno parentale danno tanatologico.

Il danno parentale è quello subito dai più stretti congiunti del defunto: il coniuge, i figli, i genitori; esso può essere:

  • patrimoniale, quando i parenti più prossimi della persona deceduta subiscono un pregiudizio economico a causa della sua morte. Ciò succede, in particolare, quando il defunto svolgeva un’attività lavorativa e produceva un reddito che è venuto meno;
  • non patrimoniale. Questo consiste nella privazione del godimento del congiunto, nella perdita di un’importante relazione interpersonale che si svolgeva nell’ambito familiare. Si pensi alla sofferenza dei figli e del coniuge, che sanno di non potere più riabbracciare una persona tanto cara.

Il danno tanatologico o danno da perdita del diritto alla vita consiste nella sofferenza derivante dalla consapevolezza dell’approssimarsi della fine. Secondo la giurisprudenza questo danno è risarcibile quando tra l’evento dannoso e la morte è trascorso un lasso di tempo in cui il soggetto era cosciente.

Facciamo un esempio. Tizio, a causa del comportamento imprudente di Caio,  subisce un incidente e riporta gravi ferite. Viene ricoverato in ospedale pienamente cosciente e muore dopo alcuni giorni. Durante questo breve periodo ha certamente compreso la gravità della situazione e l’approssimarsi della fine. Ciò ha comportato per lui un danno, che tuttavia, essendo deceduto, non può essergli risarcito. Tale risarcimento, però, spetta ai suoi eredi, ai quali il suo diritto si trasmette.

La situazione cambia se il danneggiato muore sul colpo oppure rimane in stato di incoscienza fino alla morte: in tal caso egli non ha avuto modo di percepire l’approssimarsi della fine, quindi non ha subito alcun danno sotto questo particolare aspetto. Pertanto i suoi eredi non hanno diritto al relativo risarcimento.

Il risarcimento del danno alla persona

Il soggetto che afferma di aver subito un danno alla persona deve provarne l’esistenza e l’entità. Non basta, in definitiva, che la vittima del fatto illecito altrui lamenti un pregiudizio: quest’ultimo deve essere dimostrato con gli strumenti che la scienza mette a disposizione. Ad esempio, non è sufficiente affermare di essere affetti da uno stato depressivo; occorre che, a seguito della visita di uno specialista, ciò venga certificato.

In situazioni particolari, il danno può essere presunto, salvo prova contraria. Si pensi al caso di una persona che, a seguito di un incidente, ha cambiato le sue abitudini e lamenta quindi un danno esistenziale. Quest’ultimo non è misurabile né certificabile da nessuno specialista: si presume che ci sia per il solo fatto che il danneggiato conduca una vita diversa da quella alla quale era abituato. Naturalmente, egli dovrà indicare tutti i fatti e le circostanze che dimostrano la situazione che lamenta: ad esempio il fatto che prima dell’incidente era solito frequentare un’associazione di volontariato e che ora non è più in grado di farlo.

Per stabilire l’importo che spetta al danneggiato a titolo di risarcimento, i giudici ricorrono a diversi criteri. Per il danno biologico esistono apposite tabelle; per gli altri aspetti del danno alla persona, si fa ricorso a un criterio equitativo, derivante da un’attenta valutazione del giudice [2]. Infatti, mentre il pregiudizio di carattere puramente fisico è misurabile in maniera obiettiva, e consente di stabilire dei parametri validi per tutti, lo stesso non può avvenire per il danno morale e per quello esistenziale.

Ora conosci il danno alla persona nei suoi vari aspetti, e sai quali possono essere i diritti tuoi e dei tuoi cari nella malaugurata ipotesi in cui, a causa del comportamento altrui, doveste subire un pregiudizio.

note

[1] Cass. SS.UU. n. 26972, n. 26973, n. 26974 e n. 26975 dell’11.11.2008.

[2] Art. 1226 cod. civ.


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