Diritto e Fisco | Articoli

Macchina investe un pedone: di chi è la colpa?

7 Maggio 2019
Macchina investe un pedone: di chi è la colpa?

Investire una persona senza accorgersene e senza volerlo: la responsabilità è del conducente o di chi viene messo sotto? I criteri stabiliti dalla Cassazione.

Che il conducente di un’auto debba fare di tutto per evitare di investire i passanti non ci sono dubbi. Così come non ci sono neanche dubbi sul fatto che il pedone debba prestare attenzione nel momento in cui attraversa la strada. Ma se in teoria è facile stabilire i confini dei rispettivi obblighi, nella pratica accertare la responsabilità in caso di investimento di una persona può diventare complicatissimo. Questo perché si è chiamati a ricostruire una vicenda a cui non si è assistito sulla base delle poche prove spesso recuperabili. Nel dubbio, i giudici preferiscono attribuire la colpa all’automobilista, sul quale incombe il generale dovere di tutelare la sicurezza e l’integrità fisica di tutti gli altri utenti della strada e di prevenire anche le imprudenze altrui. Una recente sentenza della Cassazione [1] è ritornata su questo spinoso problema tentando di dare una risposta definitiva alla tipica domanda: se una macchina investe un pedone, di chi è la colpa? I giudici sono così arrivati a stilare una vera e propria guida comportamentale di automobilista e passante definendo i rispettivi obblighi.

La pronuncia è molto interessante perché, rispetto alle altre che si sono susseguite sull’argomento, ha il merito di chiarire quali sono i doveri del conducente per evitare di rispondere del reato di lesioni o – nella più infausta delle ipotesi – di omicidio stradale.

Prima però di spiegarti di chi è la colpa se la macchina investe un pedone, facciamo il punto della situazione e di quelli che sono stati gli orientamenti che, sino ad oggi, si sono susseguiti sul tema in questione.

Investire una persona che attraversa la strada: di chi è la colpa?

In un paio di articoli pubblicati un po’ di tempo fa su questo stesso giornale, abbiamo spiegato Quando il pedone investito ha ragione e Quando il pedone investito non ha ragione. La sintesi del ragionamento si può così spiegare.

Seppure il pedone ha l’obbligo di attraversare sulle strisce (gli è consentito di camminare fuori dalle strisce solo se queste sono più lontane di 100 metri), non perché viola questo precetto può essere investito impunemente: il conducente ha comunque l’obbligo di anticiparne le mosse ed evitarlo. Il che significa commisurare la velocità alle condizioni della strada e ai pericoli che possono verificarsi anche per causa altrui. Ivi compresa la condotta imprudente dei passanti. Quindi, il pedone che attraversa fuori dalle strisce ha ugualmente diritto al risarcimento del danno se risulta che l’investimento è stato determinato da imprudenza o distrazione dell’automobilista. Lo stesso dicasi nel caso di una persona che cammina ai bordi di una strada extraurbana poco illuminata: seppur sta violando il Codice della strada [2] – che interdice ai pedoni la circolazione su tali aree – egli avrà ugualmente diritto al risarcimento in caso di guida poco prudente.

Questo, in pratica, significa che l’automobilista deve porsi sempre nella condizione di frenare in tempo all’arrivo di un pedone, anche se quest’ultimo si pianta in mezzo alla strada senza guardare a destra o a sinistra e se attraversa fuori dalle strisce.

Ma allora quand’è che il conducente non ha colpa per l’investimento del pedone? Quando l’evento è imprevedibile e inevitabile ossia quando il guidatore, pur essendosi messo nella condizione di frenare per tempo in caso di emergenza, rispettando non solo i limiti di velocità ma anche i generali doveri di prudenza e diligenza, non avrebbe mai potuto impedire l’investimento. Il che succede, ad esempio, quando una persona attraversa la strada all’improvviso, a pochissimi metri da un’auto che sta passando proprio in quel momento. È chiaro che, in un’ipotesi del genere, il conducente non può avere alcuna colpa perché nulla potrebbe salvare il pedone da un investimento.

I doveri dell’automobilista

Nella pronuncia in commento la Cassazione ha individuato quali sono i tre obblighi principali che ogni automobilista deve rispettare per poter andare esente da responsabilità in caso di investimento di pedone. In particolare, egli deve:

  • ispezionare costantemente la strada: ossia non distogliere mai gli occhi da essa e guardare attentamente in tutte le direzioni per prevenire anche le altrui violazioni del Codice della strada;
  • mantenere sempre il controllo del veicolo: non può quindi distrarsi, parlare al telefono o guidare con una sola mano;
  • prevedere le ragionevoli situazioni di pericolo, in modo da non costituire intralcio per gli altri utenti della strada.

Quando il pedone è responsabile per l’investimento?

Di conseguenza – continua la Corte – per affermare la colpa esclusiva del pedone vi devono essere due condizioni:

  • il conducente, per cause estranee alla diligenza e alla prudenza da lui osservate, deve essersi trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, movimenti attuati quindi in modo improvviso e inatteso;
  • il conducente deve aver rispettato le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza (regole, queste ultime che, seppur non scritte e tipizzate in una condotta specifica, sono obbligatorie al pari di tutti gli altri articoli di legge).

Pertanto, al fine di poter escludere la responsabilità del conducente da ogni responsabilità in caso di investimento di pedone, è necessario che la condotta di quest’ultimo sia stata irragionevole e imprevedibile anche adottando la massima prudenza e diligenza.


note

[1] Cass. sent. n. 18321/19 del 3.05.2019.

[2] Art. 175 cod. strada.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 10 gennaio – 3 maggio 2019 n. 18321

Presidente Dovere – Relatore Esposito

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Roma, in riforma della sentenza del G.U.P. del Tribunale di Roma del 12 febbraio 2015 emessa a seguito di giudizio abbreviato, ha assolto C.A. dal reato di cui all’art. 113 C.d.S. e art. 589 c.p., commi 1 e 2, (omicidio colposo di L.P. – in (omissis) – capo A).

1.1. Il G.U.P. aveva ricostruito la vicenda sulla base degli accertamenti tecnici condotti dalla Polizia stradale, delle consulente tecniche espletate dal pubblico ministero e dal responsabile civile nonché delle dichiarazioni del C. rese nell’immediatezza dei fatti.

Il giudice di primo grado aveva affermato la responsabilità dell’imputato, non tanto per il mantenimento di una velocità elevata alla guida del proprio veicolo (di poco superiore al limite consentito di 70 km./h.), bensì per il suo comportamento disattento, costituito dall’investimento del pedone L.P. , che stava camminando sulla destra, in corrispondenza della striscia bianca continua della banchina.

Il G.U.P. aveva condiviso la valutazione del consulente tecnico del pubblico ministero, secondo il quale l’ora notturna e il colore scuro degli abiti indossati dal pedone investito avrebbero potuto giustificare un tardivo avvistamento e un tempo di reazione particolarmente dilatato, ma non un mancato avvistamento, che poteva trovare plausibile giustificazione solo con la disattenzione del C. alla guida. D’altronde, lo stesso imputato ammetteva di aver notato tardivamente la presenza del pedone.

Nella sentenza di primo grado era affermato che, a prescindere dall’impossibilità di trarre conclusioni certe sull’eventuale attraversamento della strada da parte del pedone, emergeva una grave negligenza nell’ispezionare la sede stradale di prossima percorrenza prima del fatale impatto. In base ai rilievi fotografici, l’incidente risultava avvenuto su un tratto rettilineo sovrastante ad un viadotto; tenuto conto dell’altezza del viadotto, il deceduto non poteva essersi arrampicato sulla rete di protezione e così superare il guard-rail rialzato nel medesimo punto dell’investimento.

L’organo giudicante ha osservato che, diversamente dall’ipotesi di strada priva di guard-rail o di altri ostacoli al libero accesso alla sede stradale, ben lungi dall’essere apparso dal nulla, il L. stava già camminando in prossimità della corsia percorsa dall’automobilista, il quale, se non fosse stato distratto, avrebbe potuto avvistarlo coi fari anabbaglianti che gli garantivano una visibilità di 70 metri ed avrebbe avuto la possibilità di rallentare e poi di frenare o, quantomeno, di eseguire idonee manovre di emergenza. Poteva giungersi a tali conclusioni, peraltro dovendosi escludere che la distrazione fosse stata causata dal verosimile pregresso consumo di cocaina.

1.2. La Corte di appello ha rilevato che, sulla base della consulenza tecnica del pubblico ministero, il L. percorreva a piedi, con abiti scuri, nel medesimo senso di marcia del veicolo, una strada extraurbana, priva di illuminazione, nella quale, ai sensi dell’art. 175 C.d.S. era vietata la circolazione dei pedoni al di fuori delle banchine (art. 190 C.d.S.). Egli verosimilmente occupava parte della carreggiata, oltre la striscia continua per circa 30-40 cm., per cui, se si fosse trovato all’interno della banchina, il sinistro non si sarebbe verificato.

La Corte territoriale ha ritenuto indimostrato il nesso di causalità tra la condotta negligente dell’imputato e l’evento morte del pedone, in quanto quest’ultimo non doveva trovarsi in quel tratto di strada interdetto al traffico pedonale e, se l’avesse percorso all’interno della banchina, non sarebbe stato colpito da C. che marciava a velocità pressoché pari a quella consentita e nella propria corsia.

Il comportamento della vittima, pertanto, costituiva una causa eccezionale, atipica, non prevista e non prevedibile, idonea ad escludere il nesso di causalità, anche alla luce di quanto riportato nella memoria dell’ing. F.P. , consulente del responsabile civile Zuritel s.p.a., secondo il quale si era verificato uno spostamento del pedone improvviso e repentino dalla banchina verso la corsia di marcia, in modo tale da impedire a C. di reagire tempestivamente alla sua comparsa.

La Corte capitolina, infine, ha osservato che le parti civili, costituitesi in giudizio, non avevano dimostrato l’esistenza di rapporti di parentela col defunto.

2. La Procura generale presso la Corte di appello di Roma propone ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 113 e 589 c.p., artt. 140 e 141 C.d.S..

Si deduce che la responsabilità del C. doveva essere riconosciuta in base alle risultanze degli accertamenti tecnici e peritali inerenti al punto d’impatto del veicolo col pedone, all’andamento rettilineo della sede stradale, alle condizioni di visibilità e alle dichiarazioni rese dall’imputato nell’immediatezza dei fatti (in ordine all’avvistamento del pedone avvenuto solo successivamente all’impatto). L’ora notturna e gli abiti scuri indossati dalla vittima non potevano giustificare il tardivo avvistamento, dovuto alla disattenzione del C. . L’ipotesi formulata dal consulente del responsabile civile (attraversamento della strada da parte del pedone) non escludeva la colpa sotto forma di grave negligenza per la mancata ispezione della sede stradale di prossima percorrenza prima del fatale impatto.

Lo stato dei luoghi non impediva l’avvistamento del pedone, consentendo i fari anabbaglianti, utilizzati dal veicolo, una visibilità in un campo almeno di settanta metri, dunque la possibilità di rallentare dopo l’avvistamento del pedone.

Nella sentenza impugnata la giustificazione del mancato avvistamento del pedone è stata erroneamente desunta dalla mancanza di illuminazione della strada. Al contrario, le consulenze del pubblico ministero e del responsabile civile nonché l’osservazione dei rilievi fotografici dimostravano l’idonea visibilità della carreggiata. Nella fattispecie, le condizioni di visibilità della sede stradale e l’ausilio dei fari anabbaglianti, che consentivano una visuale fino a m. 70, rendevano del tutto marginale la condotta della vittima.

La Corte di appello, peraltro, non ha tenuto conto della disattenzione dell’imputato, evincibile dalle tracce di assunzione di cocaina emerse dall’analisi delle urine dell’imputato.

3. Le parti civili L.G. , L.V. e B.V.G. , a mezzo del comune difensore, ricorrono per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello, articolando i medesimi motivi di impugnazione di cui al ricorso della Procura generale.

Considerato in diritto

I ricorsi sono fondati.

1. Con l’unico motivo di ricorso, la Procura ricorrente deduce che erroneamente nella sentenza impugnata è stata affermata l’insussistenza del nesso di causalità, nonostante la consulenza del pubblico ministero avesse adeguatamente dimostrato la condotta imprudente del C. , conducente del veicolo, che aveva tardivamente avvistato la presenza del pedone.

1.1. Vanno premessi alcuni principi di carattere generale relativi al vizio di motivazione prospettato dalla Procura ricorrente.

Va osservato innanzitutto che il giudice d’appello che riformi in senso assolutorio la sentenza di condanna di primo grado non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale mediante l’esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive, ma deve comunque offrire una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata, anche riassumendo, se necessario, la prova dichiarativa decisiva (Sez. U, n. 14800 del 21/12/2017, dep. 2018, Troise, Rv. 272430).

In tema di vizio della motivazione della sentenza, peraltro, la motivazione apparente e, dunque, inesistente è ravvisabile soltanto quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Sez. 5, n. 9677 del 14/07/2014, dep. 2015, Vassallo, Rv. 263100; Sez. 5, n. 24862 del 19/05/2010, Mastrogiovanni, Rv. 247682).

1.2. In ordine alla problematica del sinistro in esame, come è noto, le principali norme che presiedono il comportamento del conducente del veicolo, oltre a quelle generiche di prudenza, cautela ed attenzione, vanno rinvenute nell’art. 140 C.d.S., che pone, quale principio generale informatore della circolazione, l’obbligo di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale, e negli articoli seguenti, laddove si sviluppano, puntualizzano e circoscrivono le specifiche regole di condotte. Tra queste ultime, di rilievo, con riguardo al comportamento da tenere nei confronti dei pedoni, sono quelle dettagliate nell’art. 191 C.d.S., che trovano il loro pendant nel precedente art. 190 C.d.S., che, a sua volta, dettaglia le regole comportamentali cautelari e prudenziali che deve rispettare il pedone.

In questa prospettiva, la regola prudenziale e cautelare fondamentale, che deve presiedere al comportamento del conducente, è sintetizzata nell’”obbligo di attenzione” che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone sì da potere porre in essere efficacemente gli opportuni (rectius, i necessari) accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento.

Il dovere di attenzione del conducente teso all’avvistamento del pedone trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel richiamato principio generale di cautela che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali (Sez. 4, n. 10635 del 20/02/2013, Calarco, Rv. 255288; Sez. 4, n. 44651 del 12/10/2005, Leonini, Rv. 232618):

– l’obbligo di ispezionare la strada costantemente, dove si procede o che si sta per impegnare;

– l’obbligo di mantenere sempre il controllo del veicolo;

– l’obbligo di prevedere tutte le situazioni di pericolo che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada.

Affinché in caso di investimento sia affermata la colpa esclusiva del pedone, deve realizzarsi una duplice condizione (Sez. 4, n. 33207 del 02/07/2013, Corigliano, Rv. 255995; Sez. 4, n. 20027 del 16/04/2008, Di Cagno, Rv. 240221 Sez. 4, n. 16842 del 09/11/1990, Pascali, Rv. 186076):

– che il conducente del veicolo investitore si sia venuto a trovare, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza e prudenza, nell’oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati invece in modo rapido e inatteso;

– che, nel comportamento del conducente, non sia riscontrabile alcuna infrazione alle norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza.

Inoltre, in tema di omicidio colposo, per escludere la responsabilità del conducente per l’investimento del pedone è necessario che la condotta di quest’ultimo si ponga come causa eccezionale ed atipica, imprevista e imprevedibile dell’evento, che sia stata da sola sufficiente a produrlo (Sez. 4, n. 10635 del 2013 cit.; Sez. 4, n. 26131 del 03/06/2008, Garzotto, Rv. 241004).

2. Ciò posto sui principi generali operanti in materia, va osservato che nella sentenza di primo grado la responsabilità del C. era affermata in considerazione della grave negligenza consistente nella mancata ispezione della sede stradale di prossima percorrenza anteriormente al momento dell’impatto, del carattere non eccezionale della presenza del L. nella carreggiata e della possibilità del C. di porre in essere una manovra di emergenza, elementi tratti principalmente dalle risultanze della consulenza tecnica del pubblico ministero e dei rilievi fotografici.

Al contrario, la Corte di appello ha affermato apoditticamente che il C. (conducente) non poteva vedere il L. , in quanto questi si trovava a piedi, con abiti scuri, nel medesimo senso di marcia del veicolo, in una strada extraurbana, priva di illuminazione, preclusa alla circolazione dei pedoni al di fuori delle banchine (artt. 175 e 190 C.d.S.). Secondo la Corte territoriale, il L. verosimilmente occupava parte della carreggiata, oltre la striscia continua per circa 30-40 cm., per cui, se si fosse trovato all’interno della banchina, il sinistro non si sarebbe verificato. L’organo giudicante ha rilevato che la presenza del L. in un luogo inibito ai pedoni costituiva una causa eccezionale atipica, non prevista e non prevedibile.

Tali asserzioni, tuttavia, contrastano con le risultanze della consulenza del pubblico ministero e del responsabile civile, in base alle quali alcuni dati fattuali – la sufficiente illuminazione della strada e l’idoneità della luce dei fari anabbaglianti – consentivano il tempestivo avvistamento del pedone, al fine di rallentare e poi frenare o, quanto meno, di effettuare una diversa manovra di emergenza.

Non appaiono adeguatamente illustrate le ragioni, per le quali la Corte territoriale abbia contraddetto e omesso di considerare e valutare infatti l’intero quadro delle conclusioni dei consulenti recepite integralmente nella sentenza di primo grado, che configurava una grave negligenza nell’ispezione della sede stradale (situata in un tratto rettilineo) e l’esistenza di un’accettabile visuale per il conducente, nonostante il colore scuro degli abiti della vittima e l’ora tarda, condizioni entrambe ritenute idonee a permettergli di evitare l’investimento.

La Corte di merito, peraltro, non ha esaminato le considerazioni dei consulenti e della sentenza di primo grado relativamente all’irrilevanza della condotta della vittima nel determinismo causale (essendo stata esclusa la possibilità per il pedone di scavalcare improvvisamente il guard-rail o la natura imprevedibile e non prevenibile di suoi eventuali movimenti repentini) e le indicazioni fornite dallo stesso imputato circa l’avvenuto avvistamento del pedone – da lui stesso ammesso. Tale circostanza, infatti, secondo il giudice di primo grado, consentiva di scartare l’ipotesi della presunta natura repentina ed improvvisa dell’eventuale attraversamento della carreggiata e implicava la percezione di una situazione di pericolo, in presenza della quale ogni conducente è tenuto a porre in essere una serie di accorgimenti (in particolare, moderare la velocità e, all’occorrenza, arrestare la marcia del veicolo), al fine di prevenire il rischio di un investimento.

La natura delle argomentazioni della Corte di appello, che non ha svolto una disamina accurata diretta a confutare l’apparato argomentativo della sentenza emessa dal G.I.P. contravviene all’obbligo di motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione (vedi il sopra riportato insegnamento di cui a Sez. U, n. 14800 del 2018 cit.).

La sentenza di appello di riforma totale del giudizio assolutorio di primo grado, infatti, deve essere supportata da una motivazione “rafforzata”, nel senso che deve confutare specificamente, pena altrimenti il vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata a elementi di prova diversi o diversamente valutati (Sez. IV, n. 17402 del 20/03/2018, B., non massimata).

3. Ne consegue che, in presenza delle evidenziate lacune motivazionali, la sentenza impugnata va annullata con rinvio alla Corte di appello di Roma per un nuovo approfondito giudizio, da condursi in piena libertà, ma alla luce dei principi di diritto e dei rilievi sopra enunciati in ordine alle carenze argomentative suddette.

Al giudice del rinvio va altresì demandata la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Roma, cui demanda anche la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio di legittimità.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube