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Separazione dopo pochi anni di matrimonio: c’è mantenimento?

7 Maggio 2019
Separazione dopo pochi anni di matrimonio: c’è mantenimento?

Matrimonio di breve durata: se la crisi interviene dopo pochi mesi, il contributo fornito dalla moglie al patrimonio familiare non può che essere minimo. L’assegno di mantenimento quindi non va riconosciuto.

Immaginiamo una coppia che decida di separarsi dopo uno o due anni di matrimonio. Già all’indomani delle nozze, i due avevano sperimentato le difficoltà della convivenza, sicché la crisi non si è fatta attendere. Dopo qualche tentativo di mantenere in piedi il rapporto, marito e moglie decidono quindi di recarsi in tribunale per dirsi addio. Sorge però il problema del mantenimento che lei chiede a gran voce in modo da potersi mantenere quantomeno nei primi anni. Lui invece non vuol riconoscerle alcunché: il matrimonio è stato breve – sostiene – e non può aver determinato alcuna aspettativa in capo all’altro coniuge. Se così fosse – conclude l’uomo – il matrimonio sarebbe una sorta di assicurazione, un sostegno di disoccupazione che mal si concilierebbe invece con lo spirito che deve unire i coniugi. Chi dei due ha ragione? Se interviene la separazione dopo pochi anni di matrimonio, c’è mantenimento? La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Si tratta di una pronuncia estremamente importante perché fa tesoro dell’insegnamento fornito l’estate scorsa dalle Sezioni Unite [2]. Queste ultime – lo ricordiamo – avevano detto che l’assegno di divorzio deve tenere conto del contributo che il coniuge richiedente ha fornito alla famiglia durante il matrimonio. Dunque, la misura del contributo mensile dell’ex viene indirettamente rapportata alla durata stessa delle nozze. Per comprendere dunque se, in caso di separazione dopo pochi anni di matrimonio c’è mantenimento, occorre fare un passo indietro.

Mantenimento all’ex coniuge: come viene calcolato? 

Prima di entrare nel vivo del discorso, dobbiamo fare una differenza terminologica. Quando parliamo di assegno di mantenimento ci riferiamo a quello che viene riconosciuto dopo la sentenza di separazione, che resta in piedi fino al divorzio. Dopo, invece, la pronuncia che scioglie definitivamente il matrimonio, l’assegno di mantenimento viene sostituito dall’assegno divorzile che invece vale “a tempo indeterminato” e fino a quando non sopraggiunga una modifica delle condizioni di reddito di uno dei due ex coniugi.

Nessuna legge precisa come debbano essere calcolati l’assegno di mantenimento e quello di divorzio; perciò le indicazioni sono state fornite dalla giurisprudenza.

Per comprendere, in modo chiaro e semplice, i criteri di quantificazione delle due misure di sostegno dobbiamo prima capire la loro funzione.

Assegno di mantenimento e durata del matrimonio

L’assegno di mantenimento serve per garantire, al coniuge con il reddito più basso, lo «stesso tenore di vita» di cui godeva durante il matrimonio. Ciò sta a significare che bisogna, laddove possibile, garantirgli il soddisfacimento di quei bisogni e delle comodità che gli erano consentite finché la convivenza è andata avanti. In termini pratici, questo vuol dire che bisogna “livellare” i due redditi per eliminare ogni sproporzione, in modo che i due importi – al netto delle spese da sostenere (che dopo la separazione sono sempre maggiori) – siano, se non identici, almeno equivalenti. In ogni caso, la Cassazione ha più volte detto che, nella quantificazione dell’assegno, bisogna sempre tenere conto della durata del matrimonio: tanto più è stato breve, tanto più modesto deve essere l’importo.

La giurisprudenza ha da sempre stabilito che la durata del matrimonio rileva ai fini della sola quantificazione dell’assegno di mantenimento (ma non può comportarne la negazione).

Secondo la Cassazione, un matrimonio di breve durata può incidere sull’ammontare della somma dovuta a titolo di mantenimento, ma non sul suo riconoscimento [3] che non può essere perciò negato se c’è disparità economica tra i due ex. E ciò perché, come detto, scopo del mantenimento è eliminare proprio tale disparità.

Anche se il matrimonio è stato breve e i coniugi non hanno convissuto, il coniuge che ha ingenti disponibilità economiche deve mantenere l’altro, anche se quest’ultimo ha adeguati redditi propri: il dislivello economico tra le parti deve far presumere, infatti, che durante il matrimonio, il coniuge meno abbiente (seppur autonomo) abbia goduto di un tenore di vita molto più elevato di quello che potrebbe avere a matrimonio cessato (nel caso in esame la brevità del matrimonio ha giustificato il riconoscimento di un assegno di mantenimento di importo inferiore a quello che sarebbe stato attribuito se l’unione fosse stata più duratura) [4].

Assegno di divorzio e durata del matrimonio

L’assegno di divorzio, invece, serve per consentire il sostentamento al coniuge che non abbia la capacità di mantenersi da solo per cause esterne alla sua volontà (età, condizioni di salute, assenza di formazione professionale, crisi occupazionale, ecc.). Questo significa che l’importo dovrebbe essere (ma non sempre succede) più basso rispetto a quello del precedente mantenimento. Per il calcolo bisogna tenere conto però di una serie di fattori, primo tra tutti il contributo che il coniuge economicamente più debole ha dato al patrimonio della famiglia con la sua attività domestica. In buona sostanza, tutte le volte in cui uno dei due coniugi (di solito, la moglie), d’accordo con l’altro, rinuncia alla carriera e al lavoro per dedicarsi a casa e figli, l’assegno divorzile deve tenere conto di tale sacrificio e fornire una congrua ricompensa. Ciò perché è proprio grazie a questo sacrificio che l’altro coniuge è riuscito a dedicarsi di più alla carriera, vedendo aumentare così il proprio stipendio. Anche in questo caso, dunque, l’assegno di divorzio dipende dalla durata del matrimonio: e ciò perché tanto più breve è stato il rapporto, tanto minore sarà stato il contributo fornito dalla casalinga alla famiglia.

Per evitare il sorgere di rendite parassitarie, il legislatore prevede che tutti i parametri per calcolare l’assegno divorzile debbano sempre tenere conto della durata della comunione di vita tra i coniugi.

La durata va calcolata con riferimento all’intera durata legale del vincolo, che si esaurisce con la pronuncia di divorzio [5]. Se il matrimonio è durato poco, ma il coniuge economicamente più debole si dedica, dopo la separazione, alla cura quotidiana dei figli continuando a sacrificare le proprie aspirazioni lavorative, ha diritto a un assegno di divorzio commisurato all’effettiva durata del suo impegno a favore della famiglia.

Separazione dopo pochi anni di matrimonio: c’è mantenimento?

Alla luce delle indicazioni appena fornite è possibile comprendere se, in caso di divorzio dopo breve tempo, ci può essere assegno di divorzio. La risposta è negativa quando si dimostra che il coniuge più debole non ha fornito un valido contributo al patrimonio familiare, come nel caso di coppia senza figli o di moglie che aveva comunque un part-time, per cui una parte del tempo la trascorreva fuori di casa.

Le Sezioni Unite civili hanno chiarito che l’assegno divorzile ha natura perequativa ed assistenziale: serve dunque a compensare il contributo fornito dal coniuge che chiede il trattamento. Ma quando il matrimonio è stato di durata tale da non incidere sulla formazione del patrimonio delle parti, non può essere accampato alcun diritto o quanto meno l’importo è notevolmente ridotto.


note

[1] Cass. sent. n. 12021/19.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Cass. 13 ottobre 2014 n. 21597, Cass. 29 gennaio 2010 n. 2156, Cass. 16 dicembre 2004 n. 23378.

[4] Cass. 16 ottobre 2013 n. 23442.

[5] Cass. 11 ottobre 2006 n. 21805.


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