Diritto e Fisco | Articoli

Timbro postale: fa fede?

8 Maggio 2019
Timbro postale: fa fede?

La data certa di spedizione e l’attestazione della persona a cui viene consegnata la raccomandata. In caso di termini perentori fa fede la data di spedizione o quella di ricevimento?

«Fa fede il timbro postale». Quante volte hai già sentito questa espressione! Ma sei davvero sicuro di averne compreso il senso? “Cosa” il timbro postale è in grado di dimostrare? Esiste un modo per contestarlo? Una recente sentenza della Cassazione affronta il tema del timbro postale con riferimento alla cosiddetta “data certa”; la pronuncia ci offre anche lo spunto per trattare l’argomento sotto un aspetto più ampio e cercare di dipanare una serie di equivoci in cui spesso il cittadino incorre. Qui di seguito quindi cercheremo di capire se il timbro postale fa fede e su quali aspetti ricade questa prova. Dopodiché affronteremo un’altra questione non meno delicata che ha spesso generato contenziosi giudiziali a causa di una diffusa disinformazione: nel momento in cui è necessario spedire una raccomandata entro un determinato termine (ad esempio la disdetta da un contratto, la candidatura a un concorso, la contestazione di un atto amministrativo, ecc.), per il rispetto della scadenza si deve prendere a riferimento la data di spedizione (e quindi il timbro postale con cui l’ufficio ha preso in carico la raccomandata) o quella di ricevimento (e quindi l’attestazione del postino con cui dichiara di aver consegnato la busta al destinatario)?

Se hai la pazienza di leggere le righe che seguono avrai una risposta a tutti questi interessanti quesiti.

Il timbro postale fa fede?

Il timbro postale è una certificazione emessa da un soggetto – il postino – che, per quanto riguarda Poste Italiane, è considerato dalla legge un pubblico ufficiale. Questo significa che la sua dichiarazione è dotata di “fede privilegiata”: vuol dire che vale di più della dichiarazione di qualsiasi altro soggetto privato.

Ma cosa attesta il timbro postale? Il timbro non può attestare il contenuto del documento ma solo la data di spedizione e di consegna della busta. C’è da dire, a riguardo, che se anche si parla ancora di “timbro”, questo è stato ormai sostituito dalla stampigliatura del codice a barre che, tuttavia, ha la medesima funzione. Con il codice a barre è quindi possibile rilevare la data di spedizione e quella di consegna di una lettera.

La Cassazione [1], a riguardo, ha detto che, se la lettera viene spedita “senza busta”, ossia viene raccolta su sé stessa e poi affrancata sul foglio esterno (seguendo questo procedimento), la data risultante dal timbro postale (che appunto viene posto sull’ultima facciata) è da considerarsi data certa al pari di quella che potrebbe certificare anche un notaio. La timbratura eseguita in un pubblico ufficio infatti equivale ad attestazione autentica che il documento è stato inviato nel medesimo giorno in cui essa è stata eseguita. Grava sulla parte che contesti la certezza della data l’onere di provare [2] che la redazione del contenuto della scrittura è avvenuta in un momento diverso.

Sintetizzando: il timbro postale fa fede e attesta la data di spedizione. Ma, implicitamente, finisce per dimostrare anche un’altra cosa non meno importante: che quel documento è stato sicuramente scritto e firmato non dopo la data riportata dal timbro stesso. Esso è quindi una prova certa del giorno, mese e anno di creazione del documento. In tal modo è possibile opporne gli effetti ai terzi (si pensi all’ipotesi in cui si voglia dimostrare la data certa di un contratto o di essere l’autore di un testo, di una canzone o di altra opera tutelabile dal copyright).

Il timbro postale non fa fede però né in merito al contenuto del documento (non dice cioè cosa la busta contiene), né in merito al numero delle pagine del documento stesso (non dice di quanti fogli è composta la missiva). Queste informazioni però possono essere certificate se si invia, piuttosto che una raccomandata, una email Pec, ossia una posta elettronica certificata.

Timbro postale: fa fede la data di spedizione o di ricevimento?

Altra questione che spesso sorge è se, in presenza di una comunicazione che debba essere inviata entro una predeterminata scadenza, si debba considerare – ai fini del rispetto del suddetto termine – la data di consegna all’ufficio postale da parte del mittente (ossia la data di spedizione) o quella in cui il postino la notifica al destinatario (data di ricevimento). Pensa ad esempio alla disdetta da un contratto di affitto, da una pay-tv, da un abbonamento a qualsiasi altro servizio, ecc.; pensa anche a una diffida che interrompa i termini della prescrizione o alla richiesta di partecipazione a un concorso pubblico.

La Cassazione ha detto che, per quanto riguarda gli atti tra privati, bisogna prendere in considerazione la data di ricevimento e non quella di spedizione. Il che significa che se una comunicazione va inviata entro una certa data, è necessario consegnare la raccomandata all’ufficio postale almeno dieci giorni prima per considerare i normali tempi di consegna della posta. Eventuali disguidi o ritardi del postino ricadono purtroppo sul mittente. Ecco perché è bene essere previdenti.

Fanno eccezione i bandi di concorso che, nei regolamenti di partecipazione, in genere prevedono che, ai fini dell’inoltro delle candidature, fa fede il timbro postale di spedizione della domanda.

Attestazione del postino di consegna della raccomandata

Un altro aspetto su cui l’attestazione del postino riveste un margine di autorevolezza superiore a quella di qualsiasi altro privato riguarda la dichiarazione di consegna della raccomandata. Se il portalettere certifica di aver affidato la busta nelle mani del destinatario o di un familiare convivente o al portiere e invece l’ha lasciata a un vicino di casa o a qualsiasi altra persona trovata all’interno dello stabile, la sua dichiarazione fa ugualmente fede. C’è da dire che l’attestazione fatta dal postino di solito è generica (ad esempio: «Ho consegnato l’atto a familiare convivente») e non indica il nome e il cognome del consegnatario. Tale dichiarazione può però essere contestata aprendo un giudizio apposito detto querela di falso. Si tratta di una causa in cui chi intende contestare le dichiarazioni del pubblico ufficiale deve dimostrarne la falsità.


note

[1] Cass. 28 maggio 2012 n. 8438, Cass. 14 giugno 2007 n. 13912; Cass. 11 ottobre 2006 n. 21814; Cass. 28 giugno 2002 n. 9482.

[2] Pur senza necessità di “querela di falso”.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube