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Stalking: ultime sentenze

8 Maggio 2019


Stalking: ultime sentenze

> L’esperto Pubblicato il 8 Maggio 2019



Atti persecutori, lo stalking telefonico e la denuncia per comportamenti ossessivi: ecco le novità dalla giurisprudenza.

Atti persecutori: quale prova?

Nel reato di atti persecutori, la prova del dolo generico, che lo contraddistingue, può desumersi dalle insistite e pervicaci condotte intrusive nell’altrui perimetro esistenziale, che dimostrano la volontà del soggetto agente di porle in essere nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice.

Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 18 aprile 2019 n. 17150

Stalking: se il Questore rigetta l’istanza di ammonimento deve motivarlo

Il rigetto dell’istanza di ammonimento presentata in base a quanto previsto dall’articolo 8 del decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11 va motivato. Secondo la sezione III di Palazzo Spada l’ammonimento è un provvedimento discrezionale che attenziona le condotte poste in essere dallo stalker in funzione preventiva e dissuasiva, e deve quindi essere adeguatamente motivato. Come tutti i provvedimenti aventi natura preventiva e anticipatoria l’obbligo di motivazione serve che questi atti, basati su fattispecie di pericolo, sanzionino in realtà, arbitrariamente, una colpa d’autore e integrino, così, altrettante “pene del sospetto”. Di conseguenza, anche i provvedimenti con cui l’autorità amministrativa ritenga insussistenti i presupposti per l’emissione delle misure preventive devono essere motivati, affinché non siano immotivatamente frustrate le esigenze di tutela della collettività e dei singoli soggetti.

Consiglio di Stato sez. III, 15/02/2019, n.1085

Durata delle condotte persecutorie

Il reato di atti persecutori è integrato anche da singole condotte reiterate in un arco temporale ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di essi, benché temporalmente concentrata, sia eziologicamente connessa con uno degli eventi considerati dall’art. 612-bis c.p..

Infatti, ai fini della configurabilità del reato, la Corte ribadisce che «non è necessario che la reiterazione delle condotte, per risultare persecutorie, si dipani in un arco temporale apprezzabilmente lungo, poiché ciò che rileva è che esse, considerate unitariamente, risultino idonee a ingenerare nella vittima un progressivo stato di disagio e di prostrazione psicologica, tale da dare luogo a uno degli eventi delineati dalla norma incriminatrice».

Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 19255/19; depositata il 7 maggio

Quando non si può revocare la querela per stalking aggravato

Lo stalking è condotta diversa e più grave rispetto alla minaccia, giacché si tratta di un insieme di condotte reiterate che non esauriscono il loro disvalore penale in relazione a ciascun episodio, ma che, combinate e ripetute, determinano un quid pluris rispetto ai segmenti comportamentali che le sostanziano, vale a dire uno degli eventi previsti dalla fattispecie incriminatrice (un perdurante stato d’ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata affettivamente ovvero, ancora, un’alterazione delle abitudini di vita della vittima). È pienamente ragionevole, dunque, e non determina alcuna asimmetria ingiustificata, che il regime di procedibilità resti strutturato sulla querela irrevocabile per lo stalking integrato da minacce reiterate e gravi ancorché per queste ultime, isolatamente considerate, si sia passati da quella di ufficio alla perseguibilità a querela.

Cassazione penale sez. V, 21/02/2019, n.12801

Due episodi sono stalking?

Il delitto di atti persecutori di cui all’articolo 612bis del codice penale è da ritenersi integrato anche in presenza di due sole condotte di lesioni, minacce e molestie, consumate in un breve arco temporale, tale da far derivare comunque un perdurante stato di ansia nella vittima. Non è dunque necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale.

Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 14 marzo 2019 n. 11450 

Descrizione precisa dell’evento da parte della persona offesa

Ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che il grave stato d’ansia provocato alla vittima dall’imputato si ricavasse inequivocabilmente dal complesso probatorio risultante ai giudici, al di là della descrizione di esso fornita dalla persona offesa).

Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 28 dicembre 2017 n. 57704 

Maltrattamenti ai danni del coniuge anche se la convivenza è finita 

Nel caso di esistenza di rapporto di coniugio il delitto di maltrattamenti può essere consumato anche nel caso in cui la convivenza sia cessata e ciò perché i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza. Nel caso di mera convivenza more uxorio il reato di cui all’art. 572 c.p. può essere consumato solo finché la convivenza non sia cessata mentre le azioni violente o persecutorie compiute in epoca successiva possono al più integrare il reato di cui all’art. 612-bis c.p.

Cassazione penale sez. II, 23/01/2019, n.10222

Se dopo la denuncia vengono commesse altre condotte

Il carattere del delitto di atti persecutori quale reato abituale improprio rileva anche ai fini della procedibilità, con la conseguenza che nell’ipotesi in cui la reiterazione concerna anche condotte poste in essere dopo la proposizione della querela, la condizione di procedibilità si estende a queste ultime, le quali, unitariamente considerate con le precedenti, integrano l’elemento oggettivo del reato.

Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 12 luglio 2018 n. 31996

Il padre può stressate l’ex moglie per vedere o contattare il figlio 

Non integra il reato di atti persecutori nei confronti del figlio di minore età ,  il padre che cerchi, presentandosi a scuola, fermandolo per strada o telefonandogli, di esercitare il suo diritto di mantenere un rapporto con il figlio. (Nel caso di specie, in sede di separazione era stato affidato il figlio al padre ma poiché la madre aveva in realtà continuato a tenere il figlio presso di sé il giudice del divorzio per non inasprire i rapporti tra i coniugi aveva ritenuto opportuno lasciare la situazione di affidamento del figlio alla madre).

Ufficio Indagini preliminari La Spezia, 29/11/2018

Accertamento di uno stato patologico 

Ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis cod. pen.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – e nella specie costituiti da minacce, pedinamenti e insulti alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica.

Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 14 aprile 2017 n. 18646

Stalking, basta il dolo generico per integrare il reato

Nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (confermata la condanna per l’imputato, colpevole di avere perseguitato una professionista, che doveva effettuare una consulenza psicologica sulla figlia, tramite l’invio di dodici messaggi attraverso whatsapp e due telefonate).

Cassazione penale sez. V, 07/11/2018, n.61

Testimonianza della vittima di stalking

In tema di valutazione della testimonianza della persona offesa nel reato di stalking, l’ambivalenza dei sentimenti provati dalla stessa nei confronti dell’imputato non rende la testimonianza inattendibile. (Nel caso di specie, la difesa aveva supposto la riconciliazione tra l’imputato e la vittima per un periodo di tempo, ma poiché la persona offesa aveva riconosciuto di aver ceduto alle scuse dell’imputato si riteneva che la vittima fosse attendibile).

Tribunale Chieti, 15/10/2018, n.1096

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 8 febbraio – 7 maggio 2019, n. 19255

Presidente Pezzullo – Relatore Belmonte

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di Appello di Reggio Calabria confermava la decisione del tribunale di quella città che, all’esito de giudizio abbreviato, aveva dichiarato P.S. colpevole del reato di atti persecutori ai danni di M.V. , con la quale aveva intrattenuto una relazione sentimentale, con condotta perdurante dal 20 giugno 2014 all’8 luglio 2014, nonché per avere violato il foglio di via obbligatorio emesso dal Questore di Reggio Calabria con obbligo di risiedere a Taurianova, e, ritenuta la continuazione tra i fatti, lo condannava alla pena di mesi otto di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, nonché al risarcimento dei danni e alla refusione delle spese processuali in favore della costituita parte civile, sospendendo la pena.

2. Avverso la sentenza della Corte di Appello ha proposto ricorso l’imputato con il ministero del difensore, deducendo, in primis, violazione dell’art. 612 bis c.p., e connesso vizio di illogicità della motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. E)). La censura investe l’intero percorso argomentativo della sentenza impugnata, viziata, in particolare, nella parte in cui ha ritenuto l’attendibilità della persona offesa, e ravvisato i riscontri nelle dichiarazioni delle persone vicine alla M. , nonché per avere ravvisato l’elemento materiale del reato abituale contestato, nonostante il lasso temporale ristretto in cui erano maturate le condotte; del pari, errato si profila l’inquadramento della sequenza degli s.m.s. inviati dall’imputato alla persona offesa nella fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p., anziché nello schema legale della contravvenzione ex art. 660 c.p., e ciò alla luce della diversa valenza, e del conseguente diverso limite di tollerabilità, oggi attribuibile a tale forma di comunicazione, abitualmente caratterizzata proprio dal successivo inoltro di numerosi messaggi telefonici. Né la vittima aveva cambiato le proprie abitudini familiari e lavorative, sicché, mancherebbe del tutto il quid pluris che qualifica la fattispecie contestata.

2.1. Denuncia, altresì, violazione di legge (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. B)) per il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, negate nonostante l’incensuratezza dell’imputato, la giovane età, la scelta del rito abbreviato, tutti elementi che avrebbero dovuto essere valorizzati, a tali fini.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato e deve essere, quindi, dichiarato inammissibile.

2. Il primo motivo di ricorso è, infatti, versato in fatto, oltre che generico perché ripropone per lo più i medesimi rilievi già prospettati nell’impugnazione dinanzi al giudice dell’appello, in ordine ai quali la Corte territoriale ha reso sufficiente motivazione, giustificando le ragioni della decisione con argomenti puntuali e logicamente esposti in coerenza con i risultati dell’istruttoria, oltre che conformi ai principi di diritto affermati dalla giurisprudenza di legittimità. In realtà, le osservazioni critiche articolate in ricorso, pur apparentemente dirette a evidenziare una violazione di legge con riferimento all’inquadramento giuridico operato dai giudici di merito, si risolvono nell’introduzione di temi in fatto diversi da quelli emergenti dalla ricostruzione – vincolante perché esente da vuoti logici – resa nel doppio giudizio di conformità operato dai giudici del merito, divenendo inammissibili in quanto trattasi di valutazioni alternative rispetto a quelle segnalate in sentenza, non adeguatamente supportate dall’indicazione dei profili di manifesta illogicità del motivare della Corte destinati ad inficiarne il portato. E però, esula dai poteri della Corte di Cassazione la rilettura degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione (Sez. U. n. 41476 del 25/10/2005, Misiano; Sez. U. n. 6402/1997, Dessimone, Rv. 207944), né può integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito. (Sez. U. n. 930 del 29/01/1996, Clarke, Rv. 203428).

3. La Corte di Appello ha dato adeguatamente conto del proprio convincimento in ordine a tutte le doglianze difensive, esponendo un ragionamento chiaro e ineccepibile sul piano logico.

3.1. E così, con riferimento all’attendibilità della persona offesa, in ordine alla quale già il tribunale del primo grado aveva fornito puntuali argomenti a sostegno del proprio convincimento, nella sentenza impugnata, la Corte territoriale, alla pagina 4, ha espressamente affrontato la doglianza difensiva, già formulata in quella sede, confermando il giudizio di positiva attendibilità, per avere offerto la persona offesa una narrazione connotata da intrinseca logicità e coerenza, valorizzando i diversi riscontri provenienti, non solo da plurime fonti dichiarative, ma anche dalle relazioni degli ufficiali di polizia giudiziaria intervenuti in più occasioni, dalla certificazione medica rilasciata alla vittima, dai numerosi sms minatori e ossessivi inviati sull’utenza telefonica della vittima, oltre che dal foglio di via spedito dal Questore.

3.2. Puntuali gli argomenti utilizzati dalla Corte territoriale per confutare anche la doglianza che attingeva la qualificazione giuridica del fatto, dando conto della condotta assillante, implacabile e morbosa dell’imputato, perpetrata in un arco temporale niente affatto insignificante, fin dall’inizio della relazione sentimentale, e avendo ravvisato elementi oggettivi sintomatici dello stato d’ansia e del cambiamento nelle abitudini di vita della persona offesa, e dei suoi congiunti, adeguatamente valutati dalla Corte territoriale. Infondata è anche la doglianza difensiva che segnala la inidoneità a realizzare la condotta di stalking degli atti di molestia e minaccia attuati dall’imputato in quanto concentrati in un arco temporale molto breve, insufficiente a realizzare il carattere persecutorio che connota la condotta del reato. Secondo l’insegnamento di questa Corte, infatti, ai fini della configurabilità del reato, non è necessario che la reiterazione delle condotte, per risultare persecutorie, si dipani in un arco temporale apprezzabilmente lungo, poiché ciò che rileva è che esse, considerate unitariamente, risultino idonee a ingenerare nella vittima un progressivo stato di disagio e di prostrazione psicologica, tale da dare luogo a uno degli eventi delineati dalla norma incriminatrice (Sez. 5 n. 33842 del 03/04/2018, rv. 273622; Sez. 5 n. 41040 del 17/06/2014, rv. 260395; Sez. 5 n. 5313 del 16/09/2014, rv. 262665; Sez. 5 n. 6417 del 21/01/2010, rv. 245881). Il Collegio condivide, infatti, l’orientamento di legittimità secondo cui il reato di atti persecutori è integrato anche da singole condotte reiterate in un arco temporale ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di essi, benché temporalmente concentrata, sia eziologicamente connessa con uno degli eventi considerati dall’art. 612 bis c.p., (Sez. 5 n. 38306 del 13/06/2016, rv. 267954; Sez. 5 n. 33563 del 16/06/2015, rv. 264356 che hanno entrambe ritenuto integrato il reato in presenza di due condotte realizzate nell’arco di una sola giornata). Come accertato nel corso del giudizio di merito, i plurimi fatti persecutori denunciati dalla vittima, e accertati in dibattimento, si sono registrati in un arco temporale ben più ampio, e, alla luce delle risultanze istruttorie, non può ragionevolmente dubitarsi del collegamento funzionale di essi con lo stato d’ansia, registrato dai medici, e con il cambiamento delle abitudini di vita della vittima, confermato dai testi, che per le sue condotte ossessive si recava al lavoro accompagnata, e trasferiva i figli minori presso il padre.

3.3. Altrettanto infondato è l’argomento difensivo che vorrebbe inquadrare la condotta del ricorrente nello schema della contravvenzione di cui all’art. 660 c.p.. Tale fattispecie, che configura la molestia o il disturbo alle persone, mira a prevenire il turbamento della pubblica tranquillità attuato mediante l’offesa alla quiete privata, è fattispecie del tutto autonoma e distinta da quella di atti persecutori, rispetto alla quale non vi è assorbimento, per la diversità dei beni giuridici tutelati (l’una la libertà individuale, l’altra la quiete privata e l’ordine pubblico), e per la diversa struttura del reato – configurandosi l’uno come delitto necessariamente abituale di danno, e l’altro come reato di pericolo,

non necessariamente abituale. In sostanza, sebbene le due fattispecie possano essere connotate dalla molestia, che può costituire un nucleo strutturale comune, esse presidiano beni giuridici diversi, e, soprattutto, la molestia, nel delitto di stalking, si deve inserire in una sequenza ripetitiva idonea a produrre uno degli eventi di danno descritti dalla norma. Nel caso di specie, la molestia telefonica, pure perpetrata dall’imputato ai danni della persona offesa, ha costituito solo una delle forme in cui si è manifestata la complessiva condotta persecutoria attuata ai danni della persona offesa.

4. Inammissibile, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 3, è anche il motivo di ricorso che attinge la sentenza impugnata nella parte in cui omette di concedere all’imputato le attenuanti generiche, trattandosi di motivo nuovo, non essendo stata dedotta, in sede di appello, la violazione dell’art. 62 bis c.p..

5. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge (art. 616 c.p.p.) la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché, trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso (sez. 2 n. 35443 del 06/07/2007 Rv 237957), al versamento, in favore della Cassa delle Ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo fissare in Euro 3000,00.

6. In caso di diffusione del presente provvedimento, devono essere omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

P.Q.M.

Dichiara Inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3000 in favore della Cassa delle Ammende.


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