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Cartella Iva: prescrizione

9 Maggio 2019 | Autore:
Cartella Iva: prescrizione

Quando si prescrivono le cartelle in materia di Iva? Come si calcola la prescrizione? Quali criteri per capire se la cartella è prescritta?

Ti è arrivata una cartella per Iva non pagata ma si riferisce a parecchi anni fa: una delle prime domande che ti poni è se sia maturata la prescrizione per questo debito. In tal caso infatti il pagamento non sarebbe più dovuto e la cartella dovrà essere annullata. In genere, ogni cartella Iva contiene la liquidazione d’imposta per un’intera annualità: spesso si tratta di cifre ingenti, anche per piccole aziende. Bisogna quindi capire bene come funziona la prescrizione per l’Iva, tenendo presente innanzitutto che i termini non sono gli stessi per tutti i tributi ma variano in relazione al tipo di imposta o di tassa e che la legge non stabilisce un termine specifico per l’Iva: quindi ci sono dubbi ed incertezze che ora cercheremo di sciogliere.

Nel nostro caso è dovuta intervenire addirittura la Cassazione a Sezioni Unite per porre un punto fermo ad interpretazioni diverse ed oscillanti. Fino a quel momento infatti non si capiva bene se il termine fosse di 5 oppure di 10 anni, da quando decorresse ed a quali casi si applicasse. Tuttavia ancor oggi si discute quale sia l’esatto termine di prescrizione e come calcolarlo nei vari casi. Vediamo quindi quando scatta la prescrizione per la cartella Iva analizzando le varie ipotesi concrete, la normativa di legge e le pronunce dei giudici in materia e arrivando a capire anche cosa succede agli interessi ed alle sanzioni, che hanno un loro termine a sé.

Iva non pagata: quando arriva la cartella

L’Iva è una delle imposte su cui lo Stato è più “sensibile” sia perché il suo mancato pagamento sottrae ingenti risorse all’erario sia perché il suo meccanismo di applicazione rende abbastanza facile accertarne l’evasione. Infatti, questa imposta va versata periodicamente, a precise scadenze che sono mensili o trimestrali, a seconda del tipo di attività esercitata e del volume d’affari.

Il saldo dell’imposta dovuta viene calcolato dallo stesso contribuente, prima ancora che dal Fisco, sommando, nelle comunicazioni periodiche, l’Iva sulle fatture emesse (che costituisce l’Iva a debito), da cui si sottrae l’Iva sulle fatture ricevute per gli acquisti effettuati nel medesimo periodo (Iva a credito). Il contribuente deve anche, entro il 30 aprile, presentare la dichiarazione annuale per l’anno precedente e versare il saldo a conguaglio, a meno che non risulti a credito. Bisogna anche versare, in determinati casi, entro il 27 dicembre l’acconto Iva per l’anno successivo.

Se non si rispetta qualcuno di questi adempimenti ed in particolare se non si versa l’imposta dovuta entro i prescritti termini, scatta inevitabilmente l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate e quindi arriva la cartella esattoriale per Iva non pagata, che contiene una sanzione pari al 30% dell’importo non versato. Peggio ancora se non si presenta la dichiarazione Iva: in tali casi le sanzioni vanno dal 120% al 240% dell’Iva evasa. L’omesso versamento dell’Iva è anche un reato, se l’importo dovuto supera i 250.000 euro per ciascun anno d’imposta [1].

Accertamento Iva: se decade prima della prescrizione

L’Agenzia delle Entrate ha a disposizione precisi termini per compiere gli accertamenti in materia di Iva e deve rispettarli, a pena di nullità della cartella, che in questo caso interviene prima ancora della prescrizione ed è anche più facile da verificare.

Questi termini partono dal momento in cui la dichiarazione è presentata o dal termine in cui avrebbe dovuto esserlo, se è stata omessa; variano da un minimo di due anni per gli accertamenti d’ufficio divenuti definitivi (quindi scadono il 31 dicembre del secondo anno successivo), a tre anni per i controlli sulla liquidazione delle somme dovute ed a un massimo di quattro anni per i controlli formali [2].

Quindi, esemplificando, un accertamento Iva eseguito e divenuto definitivo nel 2016 (che il più delle volte riguarda anni d’imposta ancora precedenti, non l’ultimo ed attuale) avrebbe dovuto essere notificato non oltre il 31 dicembre 2018: la cartella è prescritta. Se invece si fosse trattato di un controllo di liquidazione o formale effettuato sempre nell’anno 2016, la cartella si prescriverebbe se non fosse notificata, rispettivamente entro il 2019 ed il 2020.

La conseguenza è, dunque, che se la cartella che contiene questi tipi di accertamento Iva viene notificata oltre tali scadenze, il contribuente potrà eccepire la decadenza del Fisco dal potere di accertamento e di riscossione dell’imposta: dovrà impugnare l’atto davanti al giudice tributario, proponendo ricorso entro 60 giorni dal suo ricevimento, in modo da ottenere l’annullamento integrale della cartella.

Cartella Iva: qual è il termine di prescrizione?

La prescrizione delle cartelle esattoriali varia da tributo a tributo e il panorama è molto ampio: la casistica su quando e come una cartella va in prescrizione comprende parecchie ipotesi con termini molto diversi tra loro.

Nel caso dell’Iva, ci sono due tesi contrapposte: quella che sostiene la prescrizione in 10 anni e quella secondo cui essa arriva nel più breve termine di 5 anni. Vediamole meglio nei rispettivi argomenti in modo da orientarci al meglio su questo impegnativo argomento.

Prescrizione in 5 anni?

La tesi che sostiene la prescrizione in 5 anni è quella evidentemente più favorevole al contribuente ma anche quella minoritaria. L’argomento di fondo è che l’Iva viene richiesta annualmente e dunque deve soggiacere alla prescrizione breve, che regola questi pagamenti periodici [3]. Alcune Commissioni tributarie condividono questa impostazione e sostengono nelle loro sentenze che le cartelle Iva si prescrivono in cinque anni.

Prescrizione cartella Iva: cosa ha detto la Cassazione 

Nel 2016 però è intervenuta una fondamentale sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite [4] che in sostanza ha “accorciato” la prescrizione solo per le imposte e tasse che già prevedevano di per sè un termine prescrizionale più breve di quello ordinario decennale. Il risultato è che la prescrizione della cartella esattoriale non è sempre uguale in tutti i casi, ma dipende dall’imposta di cui si richiede il pagamento: ad esempio 3 anni per il bollo auto, 5 anni per l’Imu, le contravvenzioni stradali ed i contributi previdenziali, 10 anni per l’Irpef.

Quella famosa sentenza, in realtà, non parlava di Iva, sicchè si è fondatamente sostenuto che dire che la cartella Iva si prescrive in cinque anni equivalesse ad una bufala. L’equivoco era sottile e sorgeva dal fatto che si pensava che la cartella non impugnata entro i 60 giorni diventasse definitiva, come una sentenza del giudice, che ha un termine prescrizionale di 10 anni.

La Cassazione ha detto invece che in tali casi la prescrizione rimane quella propria del tributo di riferimento e quindi può essere  – ma solo per i tributi che la prevedono – più breve di quella decennale, perché la cartella non impugnata è e rimane un atto amministrativo e non può essere equiparata ad un provvedimento giurisdizionale, in modo da allungarne la prescrizione rispetto a quanto la legge espressamente stabilisce per quel tipo di imposta.

Il punto nodale è che proprio nel caso dell’Iva la legge non prevede (diversamente dall’Imu, dal bollo auto e dai contributi previdenziali cui abbiamo accennato) un termine specifico più breve di quello ordinario decennale; infatti, per norma generale [5], tutti i diritti si prescrivono in dieci anni, a meno che la legge non disponga diversamente.

Cosa succede all’Iva accertata più di cinque anni prima?

Tenuto conto di tutto questo, possiamo comprendere quindi che è sbagliato affermare, richiamando erroneamente quella sentenza, che anche per l’Iva valga il termine di prescrizione di cinque anni.

La Cassazione aveva semplicemente detto (oltretutto decidendo un caso di contributi previdenziali ed assistenziali, per i quali la prescrizione matura appunto in 5 anni) che quel termine non potesse essere esteso a 10 anni per il solo fatto che la cartella non fosse stata impugnata: questa circostanza non la trasformava in un titolo giudiziale, com’è la sentenza, e quindi non poteva applicarsi a quei tributi che hanno già previsto la loro prescrizione quinquennale, la prescrizione decennale che è tipica dei provvedimenti giudiziari [6].

Conclusione: la prescrizione è di dieci anni

Possiamo quindi concludere questa analisi rispondendo in maniera compiuta al nostro quesito ed affermando ragionevolmente che la prescrizione Iva è sempre di 10 anni: anche le ultime sentenze in materia si muovono in questa direzione.

Sembra difficile che si faccia strada l’opposto filone interpretativo che sostiene la prescrizione quinquennale ed attualmente, se si volesse sostenere questa tesi agendo in giudizio, le possibilità di successo nei Tribunali o nelle Commissioni tributarie non sembrano molte; ma per il futuro non è detta l’ultima parola e la giurisprudenza potrebbe cambiare orientamento.

L’assenza di previsione legislativa di un termine specifico per l’Iva lascia infatti ancora spazio a questa interpretazione, che in effetti risulta molto più favorevole al contribuente: una prescrizione più breve consentirebbe di annullare molte pretese impositive avanzate attraverso le più vecchie cartelle Iva, che sarebbero così eliminate.

Interessi e sanzioni: qual è la loro prescrizione?

Non dimentichiamo, però, che gli interessi e le sanzioni riguardanti l’Iva si prescrivono comunque nel termine di 5 anni; questo termine più breve è ravvisabile perché è previsto espressamente dalla legge [7].

In altre parole, la prescrizione non è unitaria per l’Iva e per i suoi interessi e sanzioni, ancorché applicati in una stessa cartella. Solo nel caso in cui ci fosse già una sentenza irrevocabile riguardante l’intera cartella, comprensiva di Iva e relativi interessi e sanzioni, il termine complessivo di prescrizione tornerebbe a 10 anni per tutte le voci che la compongono; altrimenti le sanzioni e gli interessi seguono il loro termine prescrizionale che è più breve di quello del tributo cui si riferiscono.

Quindi potrà accadere in determinati casi che, se la pretesa tributaria avanzata con la cartella Iva non venga periodicamente rinnovata dall’Agenzia Entrate Riscossione (ad esempio mediante intimazioni di pagamento successive, preavvisi di iscrizione ipotecaria, pignoramenti) il diritto alla riscossione delle sanzioni e degli interessi potrà prescriversi molto prima del tributo principale a cui esse si riferiscono, cioè dell’importo dell’Iva dovuta [8].


note

[1] Art. 10 ter D.Lgs. n.74 del 10.03.2000.

[2] Art. 25 del D.P.R. n.602 del 29.09.1973.

[3] Art. 2948 n.4 cod. civ.

[4] Cass. S.U. sent. n.23397 del 17.11.2016.

[5] Art. 2946 cod. civ.

[6] Art. 2953 cod. civ.

[7] Art. 20 co. 3 D.Lgs. n.472 del 18.12.1997.

[8] Cass. ord. 20 giugno 2016, n.12715; CTP Milano, Sez. 41, 22 settembre 2016, n.7362.


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