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Rapporti tra conviventi

10 Giugno 2019 | Autore:
Rapporti tra conviventi

Come sono disciplinate dalla legge le relazioni tra conviventi di fatto?

Il matrimonio era, un tempo, il naturale coronamento del sogno d’amore di due ragazzi. Parlare di semplice convivenza non solo non aveva senso, ma suscitava scalpore e talvolta anche scandalo. I tempi sono mutati e, per fortuna, la libertà di scelta ha prevalso ed oggi non si considera più il matrimonio (canonico o solo civile che sia) come l’unico possibile esito di un rapporto a due. La legge, che alle volte fatica ad adeguarsi alla realtà storica, anche in Italia ha, dopo notevole ritardo e solo parzialmente, assecondato i costumi sociali (anche se non del tutto) dettando una disciplina per i rapporti tra conviventi.

Non si può però tacere il fatto che le nuove regole [1] hanno realizzato una nuova discriminazione dato che solo per le coppie dello stesso sesso è stata prevista la possibilità di accedere anche ad un istituto molto simile al matrimonio (le cosiddette unioni civili), mentre ciò non è avvenuto per le convivenze tra persone eterosessuali per le quali la nuova normativa non prevede la possibilità di accedere all’unione civile.

In ogni caso, si può affermare che un passo avanti è stato fatto nella tutela di quelle situazioni, ormai assai diffuse, che possono essere raggruppate sotto il nome di rapporti di fatto o convivenze di fatto o convivenze more uxorio (cioè simili, nel modo in cui si svolgono, ai rapporti matrimoniali). Nell’articolo che seguirà, ci occuperemo quindi della disciplina legale prevista per le convivenze di fatto omosessuali o eterosessuali, cioè della disciplina legale di quei rapporti in cui i conviventi non possano (se eterosessuali) o non vogliano (se omosessuali) stipulare un’unione civile o non vogliano (se eterosessuali) o non possano (se omosessuali) contrarre matrimonio civile.

Come sono disciplinate le convivenze di fatto?

Grazie alla nuova normativa, potranno ricevere una disciplina legale, per la prima volta in Italia, tutte quelle convivenze di fatto che interessano oltre due milioni di persone secondo gli ultimi dati Istat.

La legge [2], quindi, offre tutela, nei modi che esamineremo, a tutti quei rapporti che intercorrono tra da due persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale.

Le due persone maggiorenni coinvolte nel rapporto di fatto che la legge disciplina non devono essere legate tra loro da rapporti di parentela, affinità o adozione e non devono nemmeno essere già legate da matrimonio o da un’unione civile.

Non è previsto che le due persone maggiorenni siano di sesso diverso, per cui i rapporti tra conviventi sono “aperti” sia a coppie omosessuali che a coppie eterosessuali (a differenza del matrimonio civile, aperto solo a coppie di sesso diverso, e a differenza anche dell’unione civile, aperta solo a coppie dello stesso sesso).

I livelli di tutela previsti per i rapporti di convivenza sono due:

  • “convivenze di fatto regolamentate” attraverso la semplice presentazione di una dichiarazione di convivenza all’anagrafe;
  • contratto di convivenza con cui regolare il profilo economico della convivenza ed il regime degli acquisti compiuti dai conviventi durante la convivenza (il contratto di convivenza è possibile solo tra persone non legate da vincolo matrimoniale per cui i coniugi separati, ma non ancora divorziati, non potranno stipularlo con il loro nuovo partner).

Le convivenze di fatto regolamentate sono dichiarate all’anagrafe

Cosa sono disciplinate le convivenze di fatto?

Il primo livello di tutela per le coppie (di sesso diverso o dello stesso sesso) costituite da maggiorenni uniti stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale è rappresentato dalla convivenza regolamentata a seguito di dichiarazione resa all’ufficio di anagrafe.

A seguito di questa dichiarazione, che va resa entro venti giorni da quando è mutata per i dichiaranti la precedente condizione, viene eseguita la registrazione della convivenza nei registri anagrafici (in un’apposita scheda di convivenza) e vengono riconosciuti per i membri della convivenza, anche se costituita da coniugi solamente separati dal precedente partner, i seguenti diritti:

  • i diritti che l’ordinamento penitenziario riconosce al coniuge, cioè il diritto di essere ammesso ai colloqui con il convivente detenuto;
  • il diritto, già previsto per coniugi e parenti, di visita, assistenza e accesso alle informazioni personali nei casi di malattia o ricovero del convivente in strutture sanitarie pubbliche, private o convenzionate;
  • la possibilità, prima di trovarsi in condizioni di incapacità di intendere e volere, di indicare per iscritto il convivente quale rappresentante per quanto riguarda le decisioni sulla salute, sulla donazione di organi, sulle modalità di trattamento del corpo dopo il decesso e sulle disposizioni funerarie;
  • il diritto di abitazione nella casa di comune residenza per il tempo di due anni o per un periodo pari alla durata della convivenza, se superiore ai due anni, e con un limite massimo di cinque anni (in presenza di figli, minori o disabili, del convivente superstite, il diritto di abitazione non può essere inferiore ai tre anni);
  • la facoltà di succedere nel contratto di locazione della casa di comune residenza nel caso o di morte del convivente (titolare del contratto) o di recesso comunicato al proprietario dal convivente che era l’originario contraente;
  • godimento del titolo di preferenza per nucleo familiare nelle graduatorie per gli alloggi di edilizia popolare;
  • il diritto di partecipare agli utili dell’impresa familiare se il convivente vi presti la sua opera in modo stabile;
  • diritto a godere del risarcimento del danno, per il caso di decesso del convivente causato da fatto illecito di un terzo (ad esempi nel caso di sinistro stradale), con le stesse modalità previste per il coniuge;
  • obbligo di dare gli alimenti al convivente, una volta che sia cessata la convivenza, se si trovi in stato di bisogno e no sia in grado di provvedere da solo al proprio mantenimento.

La convivenza di fatto si registra in apposita scheda di convivenza

Cosa sono i contratti di convivenza?

Le coppie di fatto hanno la possibilità di accedere ad un secondo livello di tutela.

Abbiamo infatti detto che, oltre alla possibilità di rendere dichiarazione all’anagrafe (con il riconoscimento, poi, dei diritti indicati nel precedente paragrafo), le coppie di sesso diverso o dello stesso sesso legate in un rapporto di fatto possono anche stipulare i cosiddetti contratti di convivenza [3].

Questa possibilità, però, non è concessa alle coppie di fatto i cui membri (o anche uno solo di essi) siano separati, e non ancora divorziati, dal precedente partner.

Il contratto di convivenza deve essere stipulato in forma scritta, con atto pubblico o scrittura privata, le cui sottoscrizioni devono essere autenticate da un notaio o da un avvocato: le stesse modalità sono richieste sia per le successive eventuali modifiche del contratto di convivenza, sia per la risoluzione (cioè la cessazione) di esso.

Quindi, volendo, le coppie di fatto possono stipulare un contratto di convivenza per:

  • disciplinare i rapporti di tipo economico relativi alla vita in comune;
  • e per scegliere, eventualmente, come regime relativo agli acquisti compiuti dopo l’avvio della convivenza, il regime della comunione legale dei beni.

I conviventi, quindi, innanzitutto potranno stabilire nel contratto di convivenza il modo con cui ciascuno dovrà contribuire alle necessità economiche della vita in comune tenendo conto delle sostanze di ciascuno e alle capacità di lavoro professionale o casalingo.

Occorre evidenziare che il contratto di convivenza, per avere valore anche nei confronti dei terzi, cioè di tutti coloro i quali avranno rapporti di tipo economico – patrimoniale con i membri della convivenza, dovrà essere iscritto all’anagrafe del Comune di residenza dei conviventi al quale il professionista (notaio o avvocato) che avrà autenticato le firme dovrà inviarlo entro dieci giorni dall’autenticazione.

Se nel contratto di convivenza, i conviventi avranno optato per il regime della comunione legale dei beni (che è proprio quello applicabile ai coniugi) questo vorrà dire che gli acquisti compiuti dai conviventi, insieme o singolarmente, durante il periodo in cui sarà vigente il contratto di convivenza saranno acquisti di beni da considerare di proprietà comune ad entrambi.

Il contratto di convivenza cessa per decisione scritta comune di entrambi i conviventi (redatta e autenticata da un notaio o da un avvocato e che va iscritta poi in anagrafe) o per decisione unilaterale del singolo convivente comunicata dal notaio o dal’avvocato con raccomandata all’altro convivente e trasmessa all’anagrafe per la relativa iscrizione.

In caso di recesso (cioè cessazione) per decisione del singolo convivente che sia l’unico titolare della casa di residenza, deve essere concesso al partner un termine di tre mesi per sgomberare l’immobile e cercarsi un’altra sistemazione.

I contratti di convivenza richiedono la forma scritta


note

[1] L. n. 76/2016.

[2] Art. 1, commi da 36 a 67, L. n. 76/2016.

[3] Art. 1, commi 50 e seguenti, L. n. 76/2016.


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