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Mobbing, demansionamento e risarcimento

10 Maggio 2019
Mobbing, demansionamento e risarcimento

Comportamenti illegittimi del datore di lavoro, vessazioni e ricatti: quando scatta il mobbing e quando il demansionamento. Il risarcimento del danno non è però automatico…

Quando si parla di rapporto di lavoro subordinato, si finisce spesso per palare di datore di lavoro, mobbing, demansionamento e risarcimento. Si tratta di argomenti affini, che vanno molto spesso “a braccetto” e su cui la giurisprudenza ha avuto modo di pronunciarsi in numerose occasioni. Proprio di recente, due pronunce della Cassazione affrontano tali temi, da un lato ricordando che i rapporti conflittuali provenienti dal datore non costituiscono mobbing, dall’altro che il demansionamento può dar luogo a risarcimento solo a condizione che si dimostri la sussistenza di un danno.

Insomma, dire «il capo ce l’ha con me» non è sufficiente per poter agire e intentare una causa di mobbing o di demansionamento. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa è stato detto, in tali occasioni, dalla Suprema Corte.

Conflitti e litigi con il datore di lavoro: sono mobbing?

Affinché si possa parlare di mobbing non è sufficiente qualche contestazione con il capo o uno o più provvedimenti illegittimi nei propri confronti. È necessario un disegno unitario, da parte del datore di lavoro, volto a emarginare, umiliare ed estromettere il dipendente dall’azienda. In buona sostanza c’è bisogno di una serie di comportamenti rivolti tutti a un unico scopo. L’accertamento del mobbing presuppone non tanto un singolo atto lesivo o di condotte multiple ma tra loro non correlate, bensì la reiterazione di una pluralità di atteggiamenti e fatti – anche se non costituenti reati – idonei ad esprimere l’ostilità del capo verso il dipendente, per mortificarlo e isolarlo dall’ambiente di lavoro. Ci deve essere quindi un’univoca strategia mobbizzante ai danni del lavoratore.

Ciò comunque non toglie che, anche quando non sussistono gli estremi del mobbing, ben si possono impugnare i provvedimenti illegittimi o comunque ricorrere per far accertare almeno lo straining, una forma attenuata di mobbing.

Per poter parlare di mobbing è quindi necessario che sussistano i seguenti requisiti:

  • una sistematica protrazione nel tempo di una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali, anche intrinsecamente legittimi);
  • un’unica volontà che unifica tali plurimi comportamenti, volontà finalizzata alla persecuzione o all’emarginazione del dipendente oppure, anche in assenza di un esplicito fine persecutorio, diretta a vessare e mortificare il lavoratore;
  • la conseguente lesione arrecata al lavoratore, attuata sul piano professionale, sessuale, morale, psicologico o fisico;
  • un pregiudizio all’integrità psicofisica del lavoratore che dipenda solo da tale condotta del superiore.

Tipiche situazioni di mobbing sono costituite da quelle situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale, idonei a configurare il “terrorismo psicologico”.

Con un precedente di qualche anno fa [2], la Corte aveva riconosciuto come le critiche provenienti dal datore di lavoro possono ben qualificare gli estremi della condotta mobbizzante.

Il datore di lavoro è responsabile per i comportamenti mobbizzanti realizzati da lui o da qualsiasi altro dipendente dell’azienda (anche dai colleghi della vittima). In tal caso la responsabilità del datore di lavoro sussiste anche in assenza di un suo specifico intento lesivo, dal momento che egli ha il dovere di reprimere, prevenire e scoraggiare tali comportamenti.

In caso di mobbing accertato il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno. Spetta al lavoratore dimostrare l’intento persecutorio e mobbizzante del superiore.

Demansionamento: per il risarcimento ci vuole la prova

Con la seconda pronuncia [3] la Cassazione ha detto che, tutte le volte in cui il dipendente lamenti di aver subito una “retrocessione” nelle sue mansioni (cosiddetto demansionamento), per ottenere il risarcimento non deve limitarsi a dimostrare il comportamento illegittimo del datore ma anche il danno patito a seguito di ciò. Senza prova del danno, quindi, non c’è alcun indennizzo.

«Incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa di demansionamento o dequalificazione, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro elemento; mentre grava sul datore di lavoro, una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze, l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo».

In materia di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale non ricorre automaticamente in tutti i casi poiché richiede la dimostrazione – da parte della parte lesa – dei pregiudizi e dell’esistenza del danno stesso che ne è derivato.

Mobbing e onere della prova

La Cassazione di recente ha detto anche [4]: «Il lavoratore che abbia citato in giudizio il datore di lavoro per mobbing e demansionamento, deve prospettare le circostanze di fatto volte a dare fondamento alla denuncia e, quindi, allegare specifici fatti significativi dell’illegittimo esercizio del potere datoriale».


note

[1] Cass. ord. n. 10043 del 10.04.2019.

[2] Cass. sent. n. 23923/2009.

[3] Cass. ord. n. 11777/19 del 6.05.2019.

[4] Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 12530/19; depositata il 10 maggio.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 2 ottobre 2018 – 6 maggio 2019, n. 11777

Presidente Balestrieri – Relatore De Gregorio

Osserva in fatto

Con sentenza numero 264 del 9 aprile 7 giugno 2010 il giudice del lavoro di Ascoli Piceno rigettava la domanda dell’attore T.G. , il quale con ricorso del 13 maggio 2004 aveva lamentato tra l’altro svuotamento di mansioni con decorrenza dal 1998, a seguito di unificazione del reparto elettrico con quello di manutenzione, per mancata adibizione alle mansioni strumentista, considerata altresì la carenza del mobbing e quindi del danno alla salute.

L’anzidetta pronuncia veniva appellata dal T. , che lamentava l’errata interpretazione delle risultanze istruttorie, sebbene testimoni avessero sostanzialmente confermato le proprie lamentele, in relazione sia alla mancata dotazione dell’apparecchio dosimetro, in occasione degli interventi su apparecchiature radioattive, sia all’assegnazione di mansioni deteriori e dequalificanti (come lo spazzare il pavimento ed eseguire compiti di pulizia, secondo quanto riferito dal teste C. ), sia con riferimento alla condizione di sostanziale isolamento in fabbrica in cui egli era stato relegato, tant’è che lo stesso C. era stato diffidato dal superiore dal frequentare il collega T. . Inoltre, l’appellante aveva lamentato il mancato rilievo dell’obbligo gravante a carico di parte datoriale circa il dovere di porre in essere tutte le misure necessarie alla tutela dell’integrità psicofisica del dipendente, sebbene costui avesse dimostrato le sue vicissitudini in ambiente di lavoro, con dequalificazione e violazione dell’art. 2103 c.c., iniziata nel lontano 1986, ed avesse comunque dimostrato la sostanziale inattività, alla quale era stato costretto dalla condotta datoriale.

La Corte d’Appello di Ancona con sentenza n. 219 in data 7 marzo / 2 luglio 2013 rigettava l’interposto gravame, dichiarando compensate tra le parti le spese di secondo grado, poiché le circostanze di fatto addotte a sostegno sia del lamentato mobbing che del demansionamento (dedotto anche nella forma dello svuotamento di mansioni) non avevano trovato riscontro nelle risultanze istruttorie.

Avverso l’anzidetta sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione il sig. T.G. con atto notificato l’11 aprile 2014, affidato a due motivi, cui ha resistito MUNKSJO ITALIA S.p.a. (già AHLSTROM TURIN S.p.a.) mediante controricorso in data 21/22 maggio 2014, con il quale peraltro è stata eccepita la tardività dell’impugnazione avversaria, per violazione del termine breve di giorni 60, essendo stata la sentenza de qua notificata in cancelleria il 16 ottobre del 2013, poiché il procuratore costituito dell’appellante (avv. Stefania Tomassini, iscritta all’ordine degli avvocati di Ascoli Piceno, con domicili professionali sia in (…) che in (omissis) ), non aveva eletto rituale domicilio in Ancona, laddove si era limitata a dichiarare elezione di domicilio presso studio avv. G. Pangrazi, donde il difetto di chiara e valida indicazione di un procuratore domiciliatario, il cui nominativo non era stato indicato per esteso, parimenti mancante di indirizzo. Sono rimaste intimate le altre parti.

Considerato in diritto che

con il primo motivo il ricorrente ha denunciato violazione e / o falsa applicazione degli artt. 1218 e 2087 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, poiché il mobbing va inteso come fonte di responsabilità contrattuale, con conseguente obbligo per il datore di lavoro di provare di aver posto in essere tutte le misure necessarie per tutelare l’integrità psicofisica del dipendente, prova che nel caso di specie non era stata fornita, avendo l’impugnata sentenza omesso completamente di tener conto dell’obbligo, a carico di parte datoriale, di dimostrare di aver posto in essere tutti gli accorgimenti necessari a scongiurare il verificarsi di pregiudizio per il dipendente. Nel caso di specie addirittura la Corte distrettuale aveva definito il dosimetro come mero strumento di misurazione, non necessario al T. , dimenticando però ogni riferimento alle radiazioni. In corso di causa esso T. aveva dimostrato le sue vicissitudini lavorative, iniziate nel lontano 1986, e l’inattività cui era stato costretto. Aveva, inoltre, allegato idonea certificazione medica attestante il nesso di causalità tra la sua condizione psico-fisica e la sua attività lavorativa in conseguenza delle mortificazioni indotte da parte datoriale, da cui era derivato un rilevante danno biologico. In tale ambito si era insistito per l’ammissione di c.t.u. medico-legale, assumendo il ricorrente di aver dimostrato gli elementi caratterizzanti di norma la condotta del mobbing, quale la durata, la reiterazione, la discrezionalità, la pretestuosità e le conseguenze dannose. Nessuna prova in senso contrario era stata, invece, offerta dalla convenuta società, la quale non aveva infatti provato, né chiesto di provare che il proprio reiterato comportamento non era costitutivo di molestia morale e che le proprie decisioni erano state giustificate da ragioni obiettive.

Con il secondo motivo il ricorrente ha lamentato insufficiente e contraddittoria motivazione per erronea valutazione delle risultanze istruttorie, relativamente al fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Nessuna rilevanza potevano avere in sede processuale le conclusioni cui era pervenuta la Direzione Provinciale del Lavoro, poiché l’istruttoria acquisita nel corso di questo procedimento non poteva superare le preclusioni e le decadenze di cui all’art. 416 c.p.c.. Il procedimento amministrativo, inoltre, non poteva avere alcuna influenza e/o interferenza nel procedimento civile. I giudici di primo e secondo grado avevano, sostanzialmente, sposato le tesi di parte resistente, senza addurre alcunché sulle risultanze testimoniali, ma anzi dando rilievo esclusivo ai fini di rigetto della domanda sulla proposizione in corso di causa di un ricorso cautelare, peraltro definito per cessazione del contendere, per essere stato il ricorrente assegnato a mansioni diverse che non contemplassero il movimento carichi, che neppure poteva essere affrontato da esso ricorrente. Dunque, è stata eccepita la inopponibilità e la ininfluenza della procedura incidentale (peraltro definita a seguito di riconoscimento della parte datoriale della fondatezza delle lagnanze del dipendente), laddove inoltre il lavoratore aveva legittimamente chiesto la modifica delle mansioni in conseguenza del suo precario stato di salute, compromesso da un infarto, sicché egli non poteva movimentare pesi eccessivi, sebbene in occasione degli sporadici episodi in cui gli veniva richiesto. Del resto, secondo il ricorrente, l’ipotesi di mobbing giuridicamente tutelato contempla oltre all’impossibilità di soddisfazione professionale per il dipendente anche le continue vessazioni, cui lo stesso viene ripetutamente sottoposto. Era ovvio che ai sensi dell’art. 2087 c.c., il datore di lavoro aveva l’obbligo di inquadrare il dipendente con mansioni consone al suo stato fisico e appariva troppo comodo addurre ora la contraddittorietà di tale comportamento del T. nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato ultraventennale.

Tanto premesso, il ricorso si appalesa inammissibile, non già per la tardività erroneamente eccepita da parte controricorrente (laddove in effetti le indicazioni contenute nell’atto di appello erano in effetti sufficienti per individuare il procuratore domiciliatario in Ancona dove notificare, quindi, la sentenza ai fine della decorrenza del termine breve ex art. 325 c.p.c.), ma per carenza di esaurienti allegazioni ex art. 366 c.p.c., comma 1, tra cui specifici e pertinenti motivi idonei a confutare il percorso argomentativo seguito dalla Corte di merito a sostegno della decisione di rigetto del gravame. Inoltre, con le anzidette censure” peraltro come detto irrituali, parte ricorrente inammissibilmente in questa sede di legittimità pretende di sovvertire quanto accertato ed apprezzato, mediante sufficienti corrette e logiche motivazioni dalla Corte di merito, di modo che non ricorrono nemmeno i presupposti dell’art. 360, nn. 3 e 5, del codice di rito in ordine ai vizi denunciati.

Infatti, secondo la Corte distrettuale, gli elementi sintomatici del mobbing, allegati dall’appellante, erano stati essenzialmente smentiti dalle risultanze istruttorie, di guisa che dovevano escludersi nella fattispecie gli estremi del demansionamento e la violazione da parte della datrice di lavoro del suo obbligo di tutela delle condizioni di lavoro del dipendente. In base alla deposizione, giudicata qualificata, disinteressata e circostanziata, resa dal teste M. , risultava smentita l’assegnazione del T. a mansioni di ordinaria pulizia, fermo restando che la pulizia, preventiva successiva a fine lavoro, dei macchinari era senz’altro pertinente alle mansioni inerenti alla qualifica, tanto più che detto compito veniva svolto anche da altri colleghi di pari qualifica dell’appellante. Parimenti, veniva osservato circa la pretesa mancata dotazione degli apparecchi dosimetrici delle radiazioni, che tra l’altro essendo meri strumenti di misurazione non ricadevano nel novero di dispositivi di protezione individuale, a tale scopo richiamandosi ancora la deposizione del teste M. .

Richiamata, inoltre, tra le altre, pure la testimonianza P. , secondo la Corte marchigiana gli interventi eseguiti dal T. su apparecchiature radioattive erano saltuari ed essenzialmente marginali, il che spiegava la sostanziale superfluità della misurazione per consimili posizioni lavorative. In definitiva, la mancata dotazione di dosimetri per il T. e più in generale per lavoratori cosiddetti giornalieri era una misura organizzativa, non integrando una discriminazione consumata in danno del ricorrente. La valutazione complessiva delle risultanze istruttorie, compresi gli atti dell’indagine amministrativa svolta dalla Direzione Provinciale del Lavoro di Ascoli Piceno, smentiva, ad avviso della Corte di merito, la prospettazione del demansionamento per svuotamento delle mansioni, essendo più credibili i precisi riferimenti forniti dai testimoni qualificati come M. e P. , tenuto altresì conto di quanto verificato in sede di audizione ispettiva, atteso il reciproco riscontro logico circa il normale svolgimento delle mansioni da parte del T. , per di più coerenti con le stesse iniziative a tutela intraprese dal lavoratore. Né andava trascurato che in sede di inchiesta sul luogo di lavoro – giusta il processo verbale del 12 aprile 2007, redatto all’esito dell’inchiesta amministrativa – erano stati acquisiti tabulati con l’elenco dei lavori affidati al T. (registrati in ordine cronologico dal luglio 2004 in avanti) dal suo caporeparto Pe.Se. , atteso che detta documentazione obiettivamente smentiva la prospettata inopia sul posto di lavoro. Pertanto, non poteva dubitarsi che il T. , dopo aver iniziato in cartiera con le mansioni di elettricista nel reparto di manutenzione elettrica, avesse svolto le mansioni di strumentista – nel reparto di manutenzione strumenti – fino al termine del 1993, per poi passare nel reparto di nuova costituzione di elettrostrumentistica, occupandosi come operaio cartotecnico specializzato sia di lavori di manutenzione e aggiustaggio delle parti elettriche ed elettroniche dei macchinari, sia della strumentazione con mansioni di elettrostrumentista. Di scarsa attendibilità risultava, per contro, a giudizio della Corte d’Appello, la deposizione del teste C. , andata ben oltre le stesse deduzioni delle circostanze enunciate nel ricorso introduttivo del giudizio. Del resto, la scarsa attendibilità del C. emergeva dalla incoerenza logica della asserita permanente inopia con l’iniziativa del T. , il quale nel 2006 si era rivolto al giudice del lavoro di Ancona per chiedere tutela in via di urgenza sul presupposto della incompatibilità delle mansioni strumentista con il suo stato di salute (procedimento poi definito per cessazione della materia del contendere, avendo le parti accettato la valutazione di idoneità alle mansioni, sia pure con qualche prescrizione, espressa dalla Commissione sanitaria unica regionale all’esito della visita medica collegiale disposta ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 5). L’enfasi del teste C. , poi, mal si conciliava con la stessa posizione processuale del T. , il quale non solo nel procedimento ex art. 700 c.p.c., ma anche in altri atti processuali, aveva segnalato situazioni di lavoro attive, ben differenti quindi dalla generale inopia raccontata dal C. .

In definitiva, secondo la Corte d’Appello, la sentenza impugnata non meritava censura, posto che in ogni caso l’attore non aveva assolto l’onere probatorio del mobbing e del demansionamento, all’uopo richiamando i principi di diritto affermati da questa Corte con la sentenza n. 3788 del 17 febbraio 2009 circa la portata della responsabilità contrattuale ex art. 2087 c.c., per cui incombe al lavoratore, il quale lamenti un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale nocumento, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno nell’altro elemento, mentre spetta al datore di lavoro – una volta che il lavoratore abbia provato le anzidette circostanze – l’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.

Quanto, poi, al bossing o mobbing doveva escludersi una responsabilità per danni di inosservanza degli obblighi di sicurezza ex art. 2087 c.c., nel caso di specie, in assenza di atti obiettivamente vessatori nel corso del rapporto di lavoro. A tal proposito, inoltre, la Corte distrettuale rilevava come non fosse superfluo ricordare che non possono ricadere nella fattispecie di mobbing i normali conflitti in ambiente di lavoro, tali da restare confinati nella fisiologica prassi quotidiana della generalità dei luoghi di lavoro, fermo restando che la reciprocità degli attacchi e la reazione del dipendente colpito da un atto arbitrario o illegittimo del datore di lavoro caratterizza soltanto il conflitto lavorativo, inidoneo come tale a cagionare danno ingiusto alla salute.

Pertanto, alla stregua di quanto accertato e valutato dalla Corte di merito, non è ravvisabile in punto di diritto alcuna violazione degli artt. 1218 e 2087 c.c..

Invero, quanto al primo motivo, va ricordato, in particolare, come la responsabilità contrattuale, ex art. 2087 c.c., non sia di natura oggettiva, sicché il mero fatto di lesioni riportate dal dipendente in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa non determina di per sé l’addebito delle conseguenze dannose al datore di lavoro, occorrendo la prova, tra l’altro, della nocività dell’ambiente di lavoro, nella specie mancata, così come d’altro canto nemmeno risulta dimostrato alcun particolare inadempimento rilevante ex art. 2103 c.c. (cfr., tra le altre, Cass. lav. n. 2038 del 29/01/2013: l’art. 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi. L’ambito dell’art. 2087 c.c., riguarda una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici e non solo possibilistici. In senso analogo v. altresì Cass. lav. n. 3786 del 17/02/2009.

Allo stesso modo si è pronunciata, in motivazione, la sentenza di Cass. lav. n. 2251 in data 17/11/2011 – 16/02/2012: “…La responsabilità del datore di lavoro di cui all’art. 2087 è di natura contrattuale, per cui, ai fini del relativo accertamento, sul lavoratore che lamenti di aver subito a causa dell’attività lavorativa svolta un danno alla salute, incombe l’onere di provare l’esistenza del danno e la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro – una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze – l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo (giurisprudenza costante, v. da ultimo Cass. 17.02.09 n. 3788)….”).

Inoltre, (v. Cass. lav. n. 26684 del 10/11/2017) l’elemento qualificante va ricercato non nella legittimità o illegittimità dei singoli atti, bensì nell’intento persecutorio che li unifica, che deve essere provato da chi assume di avere subito la condotta vessatoria e che spetta al giudice del merito accertare o escludere, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto. A tal fine la legittimità dei provvedimenti può rilevare, ma solo indirettamente, perché, ove facciano difetto elementi probatori di segno contrario, può essere sintomatica dell’assenza dell’elemento soggettivo, che deve sorreggere la condotta, unitariamente considerata. Parimenti, la conflittualità delle relazioni personali esistenti all’interno dell’ufficio, che impone al datore di lavoro di intervenire per ripristinare la serenità necessaria per il corretto espletamento delle prestazioni lavorative, può essere apprezzata dal giudice per escludere che i provvedimenti siano stati adottati al solo fine di mortificare la personalità e la dignità del lavoratore.

Del tutto corretta, anche sotto il profilo sostanziale, in punto di diritto, appare dunque la decisione qui impugnata, siccome aderente al prevalente indirizzo della giurisprudenza di legittimità, condiviso da questo collegio, secondo cui per “mobbing” si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio (Cass. lav. n. 3785 del 17/02/2009. Conformi Cass. lav. n. 898 del 17/01/2014. In senso analogo, Cass. lav. n. 17698 del 06/08/2014. V. altresì Cass. lav. n. 18836 del 07/08/2013: costituisce mobbing la condotta datoriale, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al dipendente medesimo. Più recentemente, nei sensi secondo i quali è elemento costitutivo del mobbing, unitamente agli altri occorrenti, anche quello soggettivo, connotato dall’intento persecutorio, cfr. ancora Cass. lav., sentenza n. 9380 del 02/11/2016 – 12/04/2017, nonché Sez. 6 – L, ordinanza n. 14485 depositata il 9/6/2017).

Analoghe considerazioni, in termini d’inammissibilità, possono valere per le doglianze mediante cui in effetti la ricorrente contesta pure il ragionamento decisorio, peraltro coerente e logico nella sua esposizione, in forza del quale i giudici di merito hanno ritenuto di dover rigettare la domanda dell’attrice, che però irritualmente in questa sede di legittimità tende in concreto a svilirne il fondamento; pretesa tanto più nella specie inammissibile nella specie, laddove operano i limiti maggiormente rigorosi imposti dall’attuale e vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. tra l’altro Cass. III civ. n. 11892 del 10/06/2016, secondo cui pure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio -, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante. Ed in senso analogo su quest’ultimo punto, circa il solo c.d. minimo costituzionale, rilevante ex art. 360, n. 5, v. altresì Cass. sez. un. civ. nn. 8053 e 8054 del 2014).

Come è noto (cfr., tra le altre, Cass. I civ. n. 16526 del 5/8/2016), in tema di ricorso per cassazione per vizi della motivazione della sentenza, il controllo di logicità del giudizio del giudice di merito non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto tale giudice ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe, pur a fronte di un possibile diverso inquadramento degli elementi probatori valutati, in una nuova formulazione del giudizio di fatto in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (v. altresì Cass. sez. 6 – 5, n. 91 del 7/1/2014, secondo cui per l’effetto la Corte di Cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, né porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito. Conformi Cass., n. 15489 del 2007 e n. 5024 del 28/03/2012. V. altresì Cass. I civ. n. 1754 del 26/01/2007, secondo cui il vizio di motivazione che giustifica la cassazione della sentenza sussiste solo qualora il tessuto argomentativo presenti lacune, incoerenze e incongruenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico posto a fondamento della decisione impugnata, restando escluso che la parte possa far valere il contrasto della ricostruzione con quella operata dal giudice di merito e l’attribuzione agli elementi valutati di un valore e di un significato difformi rispetto alle aspettative e deduzioni delle parti. Conforme Cass. n. 3881 del 2006. V. ancora Cass. n. 7394 del 26/03/2010, secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, qualora esso intenda far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospetti un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione citata. In caso contrario, infatti, tale motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione. In senso analogo v. anche Cass. n. 6064 del 2008 e n. 5066 del 5/03/2007.

Cfr. ancora Cass. II civ. n. 24434 del 30/11/2016: in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità. Id. n. 11176 – 08/05/2017: nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove salvo che non abbiano natura di prova legale -, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti. Il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati.

Cass. III civ. n. 11892 del 10/06/2016: la violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre.

Cfr. altresì Cass. II civ. n. 2707 del 12/02/2004, secondo cui le norme – art. 2697 ss. – poste dal Libro VI, Titolo II del Codice civile regolano le materie: a) dell’onere della prova; b) dell’astratta idoneità di ciascuno dei mezzi in esse presi in considerazione all’assolvimento di tale onere in relazione a specifiche esigenze; c) della forma che ciascuno di essi deve assumere; non anche la materia della valutazione dei risultati ottenuti mediante l’esperimento dei mezzi di prova, che è viceversa disciplinata dagli artt. 115 e 116 c.p.c., e la cui erroneità ridonda quale vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Pertanto, si appalesa l’inammissibilità delle varie doglianze al riguardo mosse da parte ricorrente, di modo che il ricorso va disatteso, con conseguente condanna della soccombente al rimborso delle relative spese.

Stante l’esito del tutto negativo dell’impugnazione, ricorrono, infine, i presupposti di legge per il pagamento dell’ulteriore contributo unificato (non risulta in atti alcun provvedimento di ammissione al beneficio, per questo ricorso, del patrocinio a spese dello Stato, sul punto essendo irrilevante l’autocertificazione in ordine al requisito reddituale, che di per sé non esonera dall’obbligo di pagamento del suddetto contributo in relazione al giudizio di legittimità).

P.Q.M.

La Corte dichiara INAMMISSIBILE il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida a favore della sola parte controricorrente in Euro 4500,00 (quattromilacinquecento/00) per compensi professionali ed in Euro 200,00 (duecento/00) per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 16 gennaio – 10 maggio 2019, n. 12530

Presidente Napoletano – Relatore Bellé

Rilevato che:

la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 1199/2013, in riforma della pronuncia di primo grado, ha rigettato integralmente le domande proposte da O.J. di condanna della Provincia di Reggio Emilia, di cui la predetta era stata dipendente dal 1988 al 2003, al risarcimento dei danni per mobbing e vari periodi di utilizzazione in mansioni deteriori rispetto a quelle di inquadramento o in totale svuotamento di attribuzioni lavorative;

la Corte, come già anche il Tribunale,, riteneva insussistenti gli estremi del mobbing, sotto il profilo dell’unicità di progetto illecito e di un intento persecutorio;

quanto al demansionamento, la Corte negava, ancora in conformità con la decisione del Tribunale, che esso vi fosse stato nel periodo ottobre 1997-dicembre 1998 di adibizione all’ufficio statistica, ritenendo che l’attività di trascrizione dei dati alberghieri su appositi moduli non si collocasse al di sotto delle mansioni tipiche del livello VI di inquadramento, così come parimenti escludeva che vi fosse stato demansionamento nel periodo luglio 2001 – giugno 2002;

riteneva poi che l’accertamento equitativo dell’estensione temporale del demansionamento, quale sviluppato dal Tribunale, non potesse trovare conferma, perché il giudizio secondo equità poteva servire alla determinazione di un danno già certo e non a fissare i termini dell’inadempimento;

quindi affermava che il demansionamento non potesse dirsi provato per due dei periodi (novembre-dicembre 1995 e luglio 1998-dicembre 1999) in cui il Tribunale lo aveva ritenuto dimostrato, mentre solo per l’ultimo periodo (luglio 2002-ottobre 2003, intervallato da malattia dal febbraio all’agosto 2003) si poteva affermare che la ricorrente fosse stata lasciata inoperosa;

tuttavia, anche considerando i tre predetti periodi valorizzati dal Tribunale sotto il profilo del demansionamento, la limitatezza temporale di essi e il livello tecnico non elevato delle mansioni di inquadramento non permettevano, secondo la Corte, di affermare il verificarsi di un danno biologico o professionale in effettivo nesso causale effettivo con i comportamenti datoriali;

avverso la sentenza la O. ha sviluppato cinque motivi di ricorso, poi illustrati da memoria e resistiti dalla Provincia di Reggio Emilia con controricorso, anch’esso infine corredato da memoria illustrativa.

Considerato che:

con il primo motivo la ricorrente critica la sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro, con riferimento al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, all’art. 3 All. A CCNL di comparto (Regioni ed Autonome Locali), del D.P.R. n. 347 del 1983, nonché degli artt. 2087, 2043, 2049 e 2059 c.c. e degli artt. 1218 e 2697 c.c.;

il motivo è suddiviso in tre parti;

nella prima di esse si assume che, per il periodo ottobre 1997-ottobre 1998, in cui la ricorrente venne utilizzata per operazioni di mero inserimento di dati statistici, vi sarebbe stata violazione delle norme relative alle attività proprie del livello di appartenenza, ingiustamente disconosciuta dal Tribunale prima e poi dalla Corte distrettuale;

nella seconda parte si afferma che, per il periodo luglio 2001-giugno 2002, la documentazione prodotta in primo grado avrebbe comprovato che alla dipendente non erano stati assegnati compiti di alcun genere;

infine, rispetto ai periodi novembre-dicembre 1995, luglio-dicembre 1999 e luglio 2001 – ottobre 2003, la O. ha censurato la sentenza di appello per avere fatto erronea applicazione degli artt. 1218 e 2697 c.c., sottolineando come spettasse al datore di lavoro provare che la lavoratrice non fosse stata lasciata priva di mansioni;

il motivo, nella prima parte attinente al demansionamento di cui periodo dall’ottobre 1997 all’ottobre 1998 è fondato e va accolto;

la ricorrente era pacificamente inquadrata nella VI qualifica funzionale di cui al D.P.R. n. 347 del 1983 e proveniva dallo svolgimento, in estrema sintesi, di mansioni inerenti all’Ufficio Stampa e da un periodo di aspettativa;

di fatto, nel periodo ora in questione, la sentenza afferma che il compito della ricorrente consistette nella trascrizione dati su appositi moduli per monitorare le presenza negli alberghi;

la declaratoria propria della VI qualifica funzionale fa riferimento all’”uso complesso di dati” per l’espletamento di prestazioni lavorative di natura tecnica, amministrativa e contabile, con possibilità di coordinamento di addetti di qualifiche inferiori e, quanto all’area amministrativa e contabile, fa riferimento alla “raccolta… organizzazione ed elaborazione di dati ed informazioni di natura complessa”;

nulla palesemente a che vedere con l’attività di mero inserimento di dati inerenti alla presenza alberghiere su appositi moduli, in cui manca l’”uso” o l’”elaborazione” dei dati, come anche la complessità degli stessi, ovverosia alcune delle chiare caratteristiche della qualifica spettante;

sussiste quindi violazione dell’allora D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, in relazione alle qualifiche funzionali di cui al D.P.R. n. 347 del 1983;

pertanto la sentenza va cassata per un nuovo esame sulla base di parametri corretti;

la parte del motivo dedicata in specifico al periodo luglio 2001-giugno 2002 è invece da disattendere, come anche la parte in cui si assume, per il medesimo ed altri periodi (novembre-dicembre 1995, luglio-dicembre 1999 e luglio 2001-ottobre 2003) la violazione delle regole sul riparto degli oneri probatori;

la sentenza impugnata, rispetto al periodo luglio 2001-giugno 2002, afferma che “deve escludersi, in quanto non emergente dall’istruttoria (…) la sussistenza della lamentata de qualificazione”;

non ricorre pertanto omissione di pronuncia, come adombrato in un passaggio del motivo in cui si richiama l’art. 112 c.p.c., atteso che quel periodo viene espressamente considerato, nei termini appena riportati;

d’altra parte, rispetto a tali periodi nel loro insieme e con riferimento alle questioni sull’onere della prova, si deve rilevare come, secondo l’assetto giuridico processuale risalente a Cass., S.U., 6 marzo 2009, n. 5454, “in tema di demansionamento e relativo onere probatorio, il lavoratore può reagire al potere direttivo che assume esercitato illegittimamente prospettando circostanze di fatto volte a dare fondamento alla denuncia e, quindi, con un onere di allegazione di elementi di fatto significativi dell’illegittimo esercizio, mentre il datore di lavoro, convenuto in giudizio, è tenuto a prendere posizione, in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti posti dal lavoratore a fondamento della domanda (art. 416 c.p.c.) e può allegarne altri, indicativi, per converso, del legittimo esercizio del potere direttivo”;

pertanto, onere primario della ricorrente era quello di puntualmente e chiaramente allegare l’assetto dei propri incarichi nei corrispondenti periodi e, quindi, per quanto qui interessa, la ricorrente, nell’impugnare per cassazione per asserita violazione della regola sull’onere della prova, doveva riportare i passaggi del ricorso introduttivo da cui risultassero le predette specifiche deduzioni;

viceversa, rispetto al periodo novembre-dicembre 1995, manca una tale trascrizione e tutto si riduce ad un (insufficiente ed inidoneo) passaggio narrativo in cui si afferma che in quei due mesi ad essa sarebbe stato solo chiesto di fare la rassegna stampa (pag. 13 del ricorso per cassazione);

ciò rende la censura aspecifica e come tale non coerente con i presupposti giuridici e di rito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, (in particolare, per quanto qui interessa, alla regola di specificità dei motivi che si riporta ai nn. 4 e 6 di tale disposizione) e con i principi di autonomia del ricorso per cassazione (Cass., S.U., 22 maggio 2014, n. 11308) che la predetta norma nel suo complesso esprime al fine di assicurare che già in base al solo ricorso si possa valutare consistenza, pregnanza e decisività del motivo;

parimenti nessuna trascrizione delle allegazioni di primo grado vi è rispetto al periodo luglio-dicembre 1999, ove il ricorso per cassazione, sempre in via narrativa, fa comunque riferimento a studi e progetti sulle realtà femminili del territorio, che, si afferma, furono impostati autonomamente dalla ricorrente (v. pag. 18 del ricorso) e svolti in orario di lavoro, sicché è addirittura incerto che, data la natura non secondaria, si tratti di fatti effettivamente riferiti ad un demansionamento, quanto piuttosto finalizzati a far constare un atteggiamento di disinteresse datoriale;

quanto infine al periodo luglio 2001-ottobre 2003, la Corte territoriale ha in realtà deciso nei termini che seguono;

rispetto al sub-periodo luglio 2002-ottobre 2003, in cui il giudice di primo grado aveva riconosciuto il demansionamento, la sentenza afferma che, anche a voler ammettere la fondatezza dell’assunto della ricorrente, “i periodi estremamente limitati (alcune settimane o mesi) oltre che non continuativi”, così come il non elevato tecnicismo delle mansioni formali, avrebbero impedito di riconoscere danni alla professionalità o all’integrità psico-fisica, sicché la questione sull’onere probatorio qui in esame non è coerente con la ratio decidendi – in cui, come è evidente dal passaggio sopra riportato, si dà per ammessa in via di ipotesi la fondatezza dell’assunto, salvo poi disattendere la pretesa per insussistenza del danno – ed è come tale, sul punto specifico, inammissibile;

per il sub-periodo luglio 2001-giugno 2002, valgono le medesime considerazioni sopra svolte in ordine alla mancata trascrizione, nel ricorso per cassazione, delle specifiche allegazioni sul demansionamento svolte in primo grado, sol osservandosi che anche la mera narrativa del ricorso per cassazione (punti 74 e ss.) contiene piuttosto il racconto di asserite vessazioni (su cui infra), accompagnate da solo generiche e temporalmente non definite doglianze di un progressivo svuotamento di mansioni;

in definitiva il primo motivo può trovare accoglimento nei soli limiti di cui si è detto (demansionamento dall’ottobre 1997 all’ottobre 1998) e nel resto viene disatteso;

con il secondo motivo di ricorso la O. sostiene che la Corte d’Appello avrebbe violato gli artt. 1218 e 2697 c.c., nell’affermare che il Tribunale avrebbe errato nel ritenere in via equitativa provato il demansionamento e non, semmai, la misura del danno da demansionamento;

si tratta di censura inconferente, in quanto ciò che riguarda la sentenza di primo grado è irrilevante una volta che si sia avuta pronuncia sul merito da parte della Corte d’Appello, sulla quale soltanto possono essere articolate le censure di legittimità;

il motivo è pertanto inammissibile;

il terzo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, degli artt. 2 e 32 Cost. e degli artt. 2697 e 1218 c.c., nonché nullità della sentenza impugnata per non avere la stessa pronunciato iuxta alligata et probata;

la ricorrente, sul presupposto che fossero da ritenere provati, anche in applicazione degli artt. 2697 e 1218 c.c., periodi di demansionamento per complessivi 50 mesi e mezzo, ritiene che non trovasse conseguentemente fondamento l’assunto della Corte d’Appello secondo cui i periodi interessati sarebbero stati momentanei a saltuari e come tali inidonei a comportare danno professionale o all’integrità psicofisica;

a parte quanto già si è detto sull’applicazione degli artt. 2697 e 1218 c.c. rispetto ai periodi fatti oggetto di esatta censura, sul medesimo punto, con il primo motivo, il terzo motivo ora in esame è inammissibile perché ritiene non corretta un’affermazione (sull’inidoneità dei periodi di demansionamento, per la loro durata e intermittenza con periodi di assenza) che la Corte territoriale sviluppa con riferimento ai periodi quali “poi riconosciuti dal giudice di prime cure” che assommano a circa la metà dei mesi contemplati dal motivo stesso;

è dunque palese come la censura in parte qua risulti eccentrica rispetto alla motivazione della sentenza di appello, la quale ha argomentato rispetto ad un numero di mesi assai inferiore, sicché non può avere corso un motivo che si basa su una diversa (ed ipotetica) situazione di fatto non accertata come tale dal giudice del merito;

in altra parte il motivo è inammissibile perché travisa il significato del passaggio di sentenza che esso intendeva censurare, attribuendo alla pronuncia l’affermazione per cui le mansioni di minor tecnicismo sarebbero soggette a più rapida obsolescenza, ove viceversa la frase, pur se formulata in modo non chiarissimo, va evidentemente intesa, secondo logica, in senso opposto, ovverosia che, proprio perché le mansioni interessate non erano di livello particolarmente elevato, solo periodi più lunghi avrebbero potuto determinare un pregiudizio alla professionalità;

infine, nell’ultima parte, il motivo afferma che la prova del denegato danno professionale sarebbe “evincibile da tutti gli elementi, anche di comune conoscenza” e che il danno alla salute andrebbe ricostruito sulla base della c.t.u. di primo grado, con critiche inammissibili perché formulate in forma del tutto generica, oltre che palesemente finalizzate alla revisione delle valutazioni e del convincimento del giudice di primo grado, al fine di ottenere una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione. (Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 21148);

con il quarto motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, l’omesso esame di fatti decisivi che sono stati oggetto di discussione tra le parti, nonché violazione dell’art. 112 c.p.c., per omesso esame di uno dei motivi di appello e per non essersi pronunciato iuxta alligata et probata, lamentando che la Corte non abbia speso neppure una parola sulle circostanze allegate, con particolare riferimento al periodo successivo al 1994, tutto risolvendosi nella mera affermazione dell’insussistenza del mobbing;

con il quinto motivo è addotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 112 c.p.c. per mancato esame di uno dei motivi di appello, violazione degli artt. 2087, 2043, 2049 e 2059 c.c. e dell’art. 32 Cost., nonché omesso esame di fatti decisivi oggetto di discussione tra le parti e ciò sul presupposto, ancora, di un omesso esame delle plurime circostanze dedotte e sottolineandosi come la configurazione del mobbing prescinda dall’individuazione di un intento persecutorio, bastando l’obiettiva correlazione fra i comportamenti posti in essere dal datore di lavoro e gli effetti prodotti.

i predetti motivi, data la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente e sono da ritenere inammissibili;

attraverso essi si censura in sintesi l’omesso esame del motivo (o dei motivi) di appello riguardante il mobbing e si afferma la sostanziale apoditticità della sentenza di secondo grado, ma il motivo (o i motivi) di appello non sono riportati, in violazione del principio di specificità del ricorso (art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6) e come era altresì necessario per far constare ed esporre se ed in che modo la questione attinente al mobbing, già disattesa in primo grado, fosse stata effettivamente e concretamente devoluta al giudice del gravame;

quanto poi all’apoditticità della negazione del mobbing o alla mancata pronuncia sul motivo (o sui motivi) di appello ad esso inerenti, la sentenza di secondo grado in realtà contiene pronuncia e (pur sintetica e per relationem), motivazione, ove essa afferma che la sentenza di primo grado era da ritenere “corretta” nell’avere escluso il mobbing sul presupposto che “le condotte denunciate… o non sono state dimostrate o risultano carenti dei necessari requisiti per integrare la fattispecie invocata”;

in proposito è stato affermato che “in tema di ricorso per cassazione, ove la sentenza di appello sia motivata “per relationem” alla pronuncia di primo grado, al fine ritenere assolto l’onere ex art. 366 c.p.c., n. 6, occorre che la censura identifichi il tenore della motivazione del primo giudice specificamente condivisa dal giudice di appello, nonché le critiche ad essa mosse con l’atto di gravame, che è necessario individuare per evidenziare che, con la resa motivazione, il giudice di secondo grado ha, in realtà, eluso i suoi doveri motivazionali” (Cass. 20 marzo 2017, n. 7074), ma, nel caso di specie, oltre a mancare la trascrizione del motivo (o dei motivi) di appello, manca altresì la trascrizione della sentenza del Tribunale;

in definitiva i motivi vanno tutti rigettati, tranne, nella parte in cui si è detto, il primo motivo, con accoglimento che comporterà il riesame in sede di rinvio della corrispondente questione sul demansionamento nel periodo ottobre 1997-ottobre 1998 e quanto ad essa riconnesso o consequenziale.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso nei sensi di cui in motivazione e rigetta nel resto il ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione.


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1 Commento

  1. L’esistenza del danno alla professionalità può essere constatato in base alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento ed alle altre circostanze del caso concreto.

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