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Causa di lavoro persa: spese legali

11 Giugno 2019 | Autore:
Causa di lavoro persa: spese legali

Chi perde paga: se fai causa al datore di lavoro e perdi, le spese di giudizio liquidate dal giudice in favore dell’azienda sono a tuo carico.

Hai fatto causa al datore di lavoro, ma temi che il giudice non accoglierà il tuo ricorso e riconoscerà le ragioni dell’azienda; oppure hai già ricevuto notizia dal tuo legale che il giudice ha pronunciato sentenza di rigetto delle tue pretese e ti chiedi ora a cosa andrai incontro, a quali costi sarai esposto. Sai che le spese di giudizio e cioè in compensi spettanti all’avvocato della parte che vince la causa sono liquidate dal giudice e, generalmente, sono a carico della parte che perde la causa. Ti chiedi allora in base a quale criterio il giudice ti potrebbe condannare a pagare tali spese e sulla base di quali parametri le calcolerà. Vediamo allora in questa breve guida, in caso di causa di lavoro persa, come viene regolato il pagamento delle spese legali.

Come si svolge una causa di lavoro

Per iniziare una causa di lavoro è necessario depositare in tribunale un ricorso, redatto da un avvocato. Questo ricorso viene assegnato ad un giudice, che fisserà la data della prima udienza e ne restituirà copia all’avvocato perché lo notifichi alla controparte tramite l’ufficiale giudiziario o a mezzo pec.

Il ricorso deve da subito contenere la precisa descrizione dei fatti oggetto di causa, l’indicazione di tutte le prove a disposizione e delle domande di tutela che il ricorrente intende rivolgere al giudice. Non è possibile, nelle cause di lavoro, indicare testimoni e produrre documenti successivamente al deposito del ricorso che dà inizio al processo.

Alla prima udienza le parti devono essere presenti personalmente o delegare con procura speciale il proprio avvocato, poiché il giudice, chiesti eventuali chiarimenti, deve domandare al lavoratore e al datore se siano disposti a trovare un accordo ed, eventualmente, formulare lui stesso una nuova udienza per sentire quanti testimoni – tra quelli indicati dalle parti – ritiene sufficienti a dimostrare i fatti di causa.

Sentiti i testimoni, se il giudice ritiene i fatti di causa sufficientemente dimostrati e chiariti, fissa un’ulteriore ultima udienza per la discussione della causa. A tale udienza, è sufficiente che sia presente solo l’avvocato, in quanto – sulla base delle risultanze delle prove – verranno evidenziate le norme di diritto e la giurisprudenza applicabile al caso di specie e si chiederà l’accoglimento delle domande formulate in ricorso.

All’esito dell’udienza di discussione, il giudice tratterrà la causa “in riserva”, ossia pronuncerà entro qualche tempo la sentenza o – a seconda del tipo di giudizio – l’ordinanza conclusiva della causa, con la quale accoglierà o rigetterà (in tutto o in parte) le domande del ricorrente e provvederà sulle spese di lite, liquidandole in favore dell parte vincitrice e ponendone il pagamento a carico di quella soccombente.

La condanna alle spese e il principio “chi perde, paga”

Il Codice di procedura civile prevede che, all’esito del giudizio, il giudice debba liquidare i compensi e le spese che la parte che vince la causa ha diritto di vedersi rifondere da chi quella causa l’ha persa. È questo il principio della soccombenza, secondo il quale chi perde una causa deve rifondere all’altra parte le spese sostenute per pagare il proprio avvocato e le spese vive anticipate (ad esempio i costi di contributo unificato, marche da bollo, perizie, notifiche, ecc.).

Questo principio trova ragione nel fatto che, chi agisce o si difende in giudizio, se ha ragione, deve vedersi riconosciuti anche  tutti relativi i costi sostenuti.

La compensazione delle spese

In alcuni casi, il giudice anziché seguire il principio di soccombenza, potrebbe disporre la compensazione in tutto o in parte, delle spese di lite tra le parti.

Affinché la compensazione sia legittima, però, il giudice dovrà specificamente motivare la propria decisione.
La compensazione, totale o parziale, delle spese può aversi, generalmente, quando le domande di una o entrambe le parti vengano solo in parte accolte, oppure qualora una parte abbia possibilità economiche decisamente inferiori all’altra; in particolare si pensi ai casi in cui il datore di lavoro sia una pubblica amministrazione o comunque un ente pubblico. In tal caso, anche se il lavoratore ha perso la causa, non sarà tenuto a rifondere all’azienda le spese di lite (quanto meno non per intero).

Come si calcolano le spese di lite

Le spese di lite vengono calcolate dal giudice sulla base delle pezze giustificative prodotte dalla parte, tramite il proprio legale, mentre i compensi spettanti all’avvocato vengono computati o sulla base di una nota spese depositata dal legale stesso (previa valutazione circa la loro congruità), oppure sulla base delle tabelle contenute nel D. M. 55/2011 e successive modifiche.

Tali tabelle indicano i valori medi dei compensi spettanti all’avvocato per l’assistenza legale prestata, in ragione della materia oggetto di causa (civile, penale, amministrativa, tributaria), del grado di giudizio (primo grado, Appello, Cassazione, giurisdizioni superiori), delle fasi in cui lo stesso si è articolato (fase di studio, fase introduttiva, fase istruttoria, fase decisionale) e del valore della causa, secondo precisi scaglioni (ad esempio, da 0 a 1.100 euro, da 1.100 euro a 16.000 euro, fino alle cause di valore indeterminato).

La lite temeraria

La legge prevede che chi agisce in giudizio, sapendo di avere torto, debba essere sanzionato. La conseguenza è che il giudice, su istanza di parte o d’ufficio, in casi del genere, oltre a dover liquidare le spese di lite e porle a carico della parte che, avendo agito pretestuosamente ha perso la causa, debba anche sanzionarla condannandola a pagare un’ulteriore somma a titolo di risarcimento.


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