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Come usare contanti senza segnalazioni

15 maggio 2018


Come usare contanti senza segnalazioni

> Business Pubblicato il 15 maggio 2018



Anche i pagamenti in contanti sono a rischio di accertamento fiscale. Vediamo allora quando e come usare contanti senza segnalazioni. Vediamo, inoltre, le novità in materia di prelievi e versamenti di contanti sul conto corrente

Ultimamente il Fisco ha messo “sotto assedio” le Partite Iva. Attualmente, infatti, si stanno facendo più stringenti i controlli sui redditi da Partita Iva, sui quali verranno effettuati numerosissimi accertamenti fiscali.  Secondo le stime, l’evasione Iva riguarda circa 1,4 miliardi di fatture. Ed è proprio a queste che puntano i nuovi – e più rigorosi – sistemi di accertamento fiscale. Di tanto abbiamo parlato nell’articolo: Partite Iva: come avvengono i nuovi controlli del fisco, al quale si rimanda per tutti i necessari approfondimenti.

Ecco che, alla luce di quanto detto, qualcuno potrebbe pensare che – in fondo – non è poi così necessario emettere una fattura, che è meglio farsi pagare o comunque pagare in contanti e allora la domanda nasce spontanea: come usare contanti senza segnalazioni? Sì, perché sul punto è bene stare molto attenti. Ed infatti anche i pagamenti in contanti sono a rischio di accertamento fiscale. Sbaglia, dunque, chi crede di poter usare liberamente il denaro cash, e ciò per almeno due motivi.

  • Prima di tutto, sul punto è bene sapere che l’Erario ha messo a punto nuovi sistemi di incrocio per “scovare” gli evasori. Ruolo centrale, a tal fine, è ricoperto da Serpico, la banca dati del contribuente che permette al Fisco di incrociare milioni di dati fiscali.
  • In secondo luogo perché i pagamenti in contanti sono a rischio di accertamento fiscale tutte le volte in cui per l’acquisto di un bene è necessario fornire i propri dati.

Ciò premesso, procediamo con ordine e vediamo quando e perché si rischia l’accertamento fiscale anche sui contanti e come difendersi dal fisco in caso di pagamenti in contanti. Vediamo, inoltre, tutte le novità in materia di versamenti e prelievi di contanti sul conto corrente.

Contanti: perché si rischia il controllo fiscale?

L’Italia è la patria dei contanti. I “pagamenti tracciabili”, rispetto alla media europea, sono davvero pochi. Al contrario, l’80% della spesa avviene attraverso il denaro “liquido”. Gli italiani, infatti, preferiscono pagare cash. I motivi sono tanti: c’è chi ritiene che sia più “comodo” l’uso del contante; altri (specie anziani e pensionati) non hanno molta “confidenza” e dimestichezza con i pagamenti elettronici. Talvolta sono i negozi a non essere forniti degli strumenti a ciò necessari: il Pos (Point of sale) e le correlative commissioni sono spesso antieconomiche per i commercianti. Quante volte, nei negozi o altrove, ci siamo sentiti dire: «Si accettano solo contanti: niente bancomat o carte di credito»? Quante volte, ciascuno di noi, si è visto costretto a “prelevare” o a “fare bancomat” per paura di restare privo di liquidità?

Ora, a volerla dire proprio tutta, forse la paura più grande è un’altra e si chiama Redditometro. I pagamenti cash, si sa, non sono tracciabili e proprio per questo molti sono portati a credere che pagare in contanti sia un ottimo metodo per scampare il pericolo di un accertamento fiscale. L’occhio del fisco, però, ha mille risorse e può tenere sotto controllo anche i pagamenti in contanti. Vediamo perché.

Perché i contanti sono pericolosi?

L’esigenza di combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio del denaro sporco ha portato ad una sorta di “criminalizzazione” del denaro contante. Ma perché mai i contanti sono così pericolosi? Sul punto è bene sapere che è proprio tramite il denaro cash che gli evasoririescono a realizzare i propri intenti speculatori ai danni del Fisco. Stando poi a un rapporto commissionato dalla banche, in Italia solo il 10% del contante è in mano ai cittadini e alle imprese, mentre il 90% è della criminalità organizzata. Questo ha portato lo Stato ad adottare una serie di strumenti volti a controllare la circolazione del denaro. Il primo di questi strumenti è il Redditometro. Grazie ad esso, l’Agenzia delle Entrate calcola il volume delle spese del contribuente e lo confronta con la dichiarazione dei redditi. In pratica, se le uscite superano di almeno il 20% le entrate dichiarate al Fisco, l’Agenzia delle Entrate chiederà spiegazioni in ordine alla fonte del denaro. Se le difese del contribuente non risultano convincenti, scatta l’accertamento fiscale. Come noto, inoltre, la legge vieta il trasferimento di denaro contante tra soggetti diversi per importi superiori a 2.999,99 euro. Da 3mila euro in su c’è l’obbligo di usare strumenti tracciabili.

Redditometro: come funziona 

Come anticipato, non è  possibile effettuare pagamenti in contanti per importi superiori ai 3 mila euro: dai 3mila  euro in su, infatti, scatta l’obbligo di utilizzare metodi di pagamento tracciabili a mezzo di assegni bancari, bancomat, assegno circolare, carta di credito o bonifico. I pagamenti tracciabili si chiamano così proprio perché facilmente rilevabili. Ed infatti, se si acquista qualsiasi cosa con pagamenti tracciabili è più facile entrare nell’occhio dell’Agenzia delle Entrate. Se, invece, si usano i contanti, non essendo questi ultimi tracciabili, sarà più difficile associare l’acquisto al contribuente che lo ha fatto.

Cionondimeno troppi pagamenti in contanti faranno sicuramente insospettire il Fisco e se il sospetto diventa una certezza, il passo per il recupero del denaro sottratto alle casse dello Stato sarà brevissimo.

Pagamenti in contanti: ecco come ragiona il Fisco

Il Fisco, tramite le entrate e le uscite, tiene sotto controllo il tenore di vita dei contribuenti e quando le uscite diventano troppe rispetto alle entrate scattano gli accertamenti fiscali. Il ragionamento alla base di tutto è il seguente: ognuno di noi può spendere quanto guadagna. Se, al contrario, gli acquisti sono superiori alle entrate di almeno il 20%, le possibilità che non si stia cercando di evadere le tasse si contano sulla punta delle prime tre dita di una mano: o hai vinto al gioco, o hai ricevuto donazioni (e in entrambi i casi va dimostrato) o stai ricevendo pagamenti in nero. Come anticipato, il mezzo attraverso il quale il Fisco esegue questi controlli è il redditometro: le spese devono essere coerenti con la dichiarazione dei redditi di ognuno, altrimenti l’Agenzia delle entrate potrebbe insospettirsi e far scattare l’accertamento fiscale. 

Pagamenti in contanti: quali sono controllati dal fisco

Alla luce di quanto detto sopra, molti credono di poter dormire sogni tranquilli continuando a pagare cash le spese tendenzialmente fuori dalla propria portata. Molti contribuenti continuano, così,  a spendere contanti in acquisti che invece potrebbero rivelarsi rischiosi. Per scoprire come usare contanti senza segnalazioni e, dunque, come difendersi dal fisco in caso di pagamenti in contanti è fondamentale capire quali sono gli acquisti che, seppur pagati cash, potrebbero creare problemi con il fisco. È il caso di chi compra un biglietto aereo per un viaggio effettivamente fuori dal proprio budget. È bene ricordare, infatti, che per salire a bordo di un aereo è necessario fornire il proprio codice fiscale anche se il biglietto è stato acquistato cash. Ebbene, i propri dati altro non sono che la prova, la “traccia” appunto, che un pagamento è avvenuto. Dunque, ogni volta che, facendo un acquisto in contanti si fornisce il proprio codice fiscale, ad esempio per avere una fattura da portare in detrazione, quell’acquisto non passerà inosservato agli occhi del fisco. Certo, per difendersi dal fisco in caso di pagamenti in contanti si potrà utilizzare l’escamotage di non fornire i propri dati al momento dell’acquisto di un bene. Ma non sempre è possibile non rivelare i propri dati. Si pensi al pagamento dell’affitto, al mutuo o, per quanto concerne le spese meno ingenti,  alle ricariche telefoniche e alle utenze domestiche (bollette di luce e gas).

In definitiva, tutti gli acquisti cash accompagnati dalla “spendita” dei propri dati sono a rischio di accertamento fiscale se eccedenti le concrete  possibilità del contribuente. Nei casi descritti, infatti, anche i pagamenti in contanti diventano “tracciabili”.

Prelievi e versamenti di contanti subito segnalati

Sul punto, inoltre, è bene sapere che d’ora in poi, i prelevamenti e i versamenti oltre soglia (3mila euro) saranno segnalati immediatamente.

Più nel dettaglio, è importante sapere che da adesso in poi prelievi e versamenti di contanti sul conto corrente superiori a 3mila euro saranno monitorati automaticamente. Quindi, se fino a ieri eri libero di prelevare e versare sul tuo conto qualsiasi somma, anche di piccolo importo, con la consapevolezza che solo sui versamenti l’Agenzia delle Entrate poteva esercitare il proprio controllo e chiederti chiarimenti sulla provenienza, ora le cose si complicano: se depositi o prelevi più di 3mila euro dal tuo conto corrente verrai segnalato immediatamente alla Banca d’Italia. In particolare, prelievi e versamenti verranno segnalati in automatico all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia.

C’è di nuovo, dunque, che sia i prelievi che i versamenti di contanti sul conto corrente superiori a 3mila euro saranno da oggi monitorati. A introdurre la novità è stato un recente decreto legislativo [1] che verrà attuato proprio in questi giorni. Il monitoraggio automatico operato dalla task force di Bankitalia non ha però scopi fiscali, non serve cioè per eseguire controlli contro l’evasione – verifica che già compie l’anagrafe dei conti correnti in uso all’Agenzia delle Entrate – ma ha una finalità di contrasto alla commissione di reati come il riciclaggio, l’usura e l’abusivismo finanziario. Da oggi, quindi, il funzionario di banca avrà due poteri. Il primo è quello tradizionale: in presenza di operazioni poco cristalline (per importi o modalità di esecuzione), può attivare la procedura di Sos, ossia la segnalazione di operazione sospetta. A ciò si aggiunge l’obbligo di segnalazione di prelievi e versamenti superiori a 3mila euro, segnalazione che andrà fatta sempre all’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia.

note

[1] D.lgs. n. 90/2017.

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