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Registrazioni audio video sul posto di lavoro

12 Maggio 2019
Registrazioni audio video sul posto di lavoro

È possibile registrare di nascosto un collega di lavoro per avere le prove da portare in tribunale contro il datore di lavoro?

Il tuo capo ti ha accusato ingiustamente. Inoltre, per giustificare e avvalorare il procedimento disciplinare nei tuoi confronti, ha costretto i tuoi colleghi a testimoniare contro di te. Il tuo compagno di stanza, però, non ha avuto il coraggio di mentirti e, a porte chiuse, in gran segreto, ti ha rivelato il tranello. «Ci ha imposto di dire così» ti ha confessato riferendosi al datore di lavoro. Ora però intendi farti giustizia e impugnare il provvedimento con le sanzioni, magari citando l’azienda per comportamenti scorretti. Qui però sorge un problema. L’unica prova che hai è proprio il collega d’ufficio il quale mai accetterà di deporre in tribunale contro il capo. Non potendolo costringere, hai pensato di registrare le sue confessioni a sua insaputa. Così, un giorno, ti avvali di un registratore e gli fai ripetere tutta la ricostruzione dei fatti. Prima di consegnare il file al tuo avvocato ti chiedi tuttavia se stai commettendo un reato: costituiscono una violazione della privacy le registrazioni audio e video sul posto di lavoro? La questione è stata affrontata dalla Cassazione proprio di recente [1].

Non è la prima volta che la giurisprudenza si trova a giudicare un episodio simile a dimostrazione di come l’utilizzo dei registratori nelle aziende e tra colleghi sia tutt’altro che raro ed episodico. Già in passato i giudici sono stati costretti a contemperare due opposte esigenze: da un lato la riservatezza nei luoghi di lavoro e, dall’altro, l’esigenza di garantire il diritto di difesa in giudizio, diritto riconosciuto peraltro dalla Costituzione. Tra i due interessi quale prevale? Vediamo cosa ha detto, in questa occasione, la Suprema Corte in merito alle registrazioni audio e video sul posto di lavoro.

Quando registrare una conversazione è legale

In generale, registrare una conversazione con una o più persone, all’insaputa dei partecipanti, è legale a condizione che:

  • ciò non avvenga nell’abitazione di uno dei soggetti registrati (ad esempio non puoi andare a casa di un amico e registrare ciò che dice o filmarlo);
  • ciò avvenga alla presenza di chi registra (ad esempio non puoi lasciare un registratore sul tavolo di un ristorante e poi fingere di andare al bagno per sapere cosa dicono di te).

Il registratore, insomma, è una sorta di sostituto della memoria: visto che è naturalmente lecito ricordare ciò che è stato detto, in nostra presenza, da un’altra persona nel corso di un colloquio, è anche possibile fissare questa “memoria” su un supporto materiale e immortalarla. Non c’è nulla di male né di illegale. Del resto – ha spesso ribadito la Cassazione – chi partecipa a una conversazione è consapevole di ciò che dice e, oltre ad assumersene le responsabilità, accetta anche il rischio di essere registrato.

Registrazioni audio o video sui luoghi di lavoro: sono possibili

Il luogo di lavoro è sempre stato assimilato al domicilio. Per cui si è più volte detto che è impossibile registrare una conversazione tanto in un ufficio privato quanto a casa altrui. Ma questa regola ha un’eccezione. Secondo infatti la Cassazione è legittimo registrare di nascosto i colleghi per precostituirsi un mezzo di prova contro il datore di lavoro in una possibile vertenza contro di questi (ad esempio per l’opposizione a un provvedimento disciplinare o l’impugnazione in tribunale del provvedimento stesso).

Questo significa, in una sola parola, che è più importante e superiore il diritto costituzionale alla difesa in giudizio che non il diritto (anch’esso di rango costituzionale) della privacy.

Né c’è bisogno che la causa contro l’azienda sia già in corso. Secondo infatti la Cassazione, la registrazione video o audio può essere rivolta ad acquisire le prove per un processo che si ha solo intenzione di intentare ma che non è stato ancora avviato. Questo comportamento, dunque, non può essere considerato reato, ma anzi costituisce l’esercizio di un diritto.

Registrazioni lecite sul lavoro ma solo se pertinenti

Precisa la Corte che le registrazioni sul lavoro sono consentite a patto che i dialoghi siano pertinenti alla tesi da sostenere in giudizio e il mezzo utilizzato non ecceda le finalità.

Leggi Si possono registrare le conversazioni sul lavoro?

Bisogna bilanciare il consenso al trattamento dei dati personali da una parte e dall’altra la tutela dei diritti in giudizio: il piatto non pende dalla parte della riservatezza quando il materiale registrato serve al lavoratore a tutelare la sua posizione in azienda e far valere una posizione processuale. E dunque la condotta del tutto legittima non può integrare un illecito disciplinare.

Non è necessario il consenso dei lavoratori di cui siano state registrate le conversazioni se il dipendente ha agito per documentare una situazione conflittuale sul posto di lavoro e, in un’ottica di salvaguardia del proprio diritto alla conservazione del posto di lavoro, a fronte di contestazioni datoriali «non proprio cristalline».

Alla luce del Codice Privacy, il trattamento dei dati personali, tra i quali rientrano le informazioni acquisite tramite le immagini e la voce della persona fisica, presuppone di norma il consenso dell’interessato, ma precisa anche che vi si può prescindere se la raccolta dei dati interviene per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per svolgere investigazioni difensive.

L’eccezione alla regola del consenso ricorre anche se l’utilizzo di fonoregistrazioni interviene per la tutela di un diritto che non sia approdato in sede giudiziaria, con l’unico limite che il trattamento dei dati sia effettuato esclusivamente per tali finalità difensive e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento.


note

[1] Cass. sent. n. 12534/19 del 10.05.2019.


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