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Come smettere di procrastinare

20 Giugno 2019 | Autore:
Come smettere di procrastinare

In cosa consiste l’arte della procrastinazione? Perché si rimanda? Cosa succede se decorre il termine essenziale in un contratto?

Una famosa citazione di Benjamin Franklin recita così: “Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”. Quante volte ti è capitato di posticipare un impegno, rimandare un esame, ritardare la consegna di un lavoro, annullare un viaggio, tutto rigorosamente e sistematicamente all’ultimo minuto? Certo, gli imprevisti possono capitare a tutti, ma se per te rimandare è ormai diventato un modus vivendi e, soprattutto, lo fai quando ormai è impossibile recuperare il “misfatto”, allora dovresti fermarti un attimo e riflettere sulle ragioni legate al tuo voler posticipare ogni cosa, valutando se è il caso di rivolgerti ad uno specialista che possa aiutarti a capire se dietro questo tuo comportamento si nasconde un disagio o un disturbo psichico.

Perché rimandi? Non è possibile che, puntualmente, nel momento in cui devi portare a termine un lavoro, eseguire un compito o sostenere un esame, succede il finimondo. E anche se dovesse capitarti l’impossibile, se realmente desideri raggiungere un obiettivo, fai di tutto per conquistare il tuo traguardo; non ti fai abbattere dalle circostanze avverse e persegui con determinazione la tua strada per ottenere i risultati desiderati. Ma se ormai sei diventato un procrastinatore seriale, puoi trovare mille scuse, cercare mille escamotage, accampare mille giustificazioni da propinare a chi ti circonda, ma non puoi certo continuare a mentire a te stesso. Ricorda: prima o poi questo meccanismo uscirà allo scoperto e rischierai di essere considerato una persona inaffidabile.

Perché preferisci evitare una situazione anziché affrontarla? Rimandare non risolverà il problema, ma farà accumulare tutti i tuoi piccoli posticipi, finché non ti troverai di fronte a una montagna di impegni da cui non potrai più sfuggire e, inevitabilmente, ti sentirai soffocato dalle incombenze. Con molta probabilità, ti stai domandando come smettere di procrastinare. Continua a leggere il mio articolo. Ti spiegherò cosa succede se una prestazione non viene eseguita entro i termini concordati tra le parti in un contratto e cosa è previsto in caso di assenza ingiustificata dal lavoro; ti parlerò di un celebre autore che aveva l’abitudine di procrastinare; dopodiché potrai leggere l’intervista al dr. Matteo Pacini, specializzato in psichiatria.

Termine essenziale: cos’è?

Il termine essenziale [1] è la clausola con cui in un contratto viene stabilito il termine ultimo entro il quale è possibile eseguire una prestazione e oltre il quale il contratto si considera risolto. Quando il ritardo è protratto al punto di rappresentare un pregiudizio per l’altra parte, allora quest’ultima potrebbe determinare la risoluzione del contratto per ottenere la stessa prestazione da un altro soggetto. Se nonostante la scadenza del termine, la parte è interessata ad esigere comunque l’esecuzione della prestazione dovrà informare l’altra parte entro tre giorni.

E’ bene ricordare il caso di scuola della consegna dell’abito da sposa pochi giorni prima delle nozze. Ipotizziamo che la sarta, procrastinatrice seriale, abbia posticipato la consegna dell’abito per i motivi più svariati, avanzando continue giustificazioni per i suoi ritardi. Che succede? Quali sono le conseguenze? L’inadempimento all’obbligazione di consegna di un qualsiasi abito non può avere ulteriori conseguenze oltre a quelle patrimoniali, mentre nel caso dell’abito da sposa l’obbligazione può avere anche conseguenze non patrimoniali [2], in quanto la prestazione suscettibile di valutazione economica corrisponde «a un interesse anche non patrimoniale del creditore» [3].

Assenza ingiustificata dal lavoro

Ti è stato assegnato un compito che continui a rimandare da tempo. Rimanda, rimanda, in men che non si dica, arriva il giorno in cui devi consegnare il lavoro. Chiedi qualche giorno di tolleranza, perché sono sopraggiunti alcuni imprevisti e non sei riuscito a completare il tuo lavoro. Ed i giorni in più ti vengono concessi. Passano i giorni e ancora non hai ultimato il tuo impegno lavorativo. Inizi a sentirti pressato, con l’acqua alla gola, allora immagini che la soluzione più semplice sia non presentarsi sul posto di lavoro. Pensi: «se non ci sono, non possono rimproverarmi». Ebbene, non è proprio così.

Nel momento in cui sottoscrivi un contratto di lavoro, ad esempio subordinato, sei obbligato a mettere a disposizione del tuo datore di lavoro le tue energie lavorative per il tempo indicato nel contratto. Se non vai regolarmente al lavoro, commetterai un inadempimento contrattuale nei confronti del tuo datore di lavoro.

Dunque, cosa succede in caso di assenza ingiustificata? Innanzitutto, è bene spiegare che si tratta di un’assenza priva di una valida ragione giustificativa o di un congruo preavviso al datore di lavoro. L’assenza ingiustificata è uno dei comportamenti inadempienti del lavoratore che legittima l’avvio di un procedimento disciplinare. La sanzione più severa è il licenziamento per giusta causa o senza preavviso che ricorre nel caso in cui il comportamento del dipendente è talmente grave da spezzare definitivamente il rapporto di fiducia che si era instaurato con il datore di lavoro.

Procrastinazione: curiosità nel mondo della letteratura

Uno dei più grandi scrittori del Novecento, in cui è possibile riscontrare l’arte della procrastinazione, è Franz Kafka. L’autore sembra che avesse un’incredibile tendenza a perdere tempo. Al mattino, lavorava in una società di assicurazioni e, solo in tarda serata, cominciava a scrivere. Nelle sue lettere, Kafka si lamentava del fatto che il suo lavoro lo tratteneva di giorno, ma come sostiene Louis Begley nel suo saggio biografico su Kafka, si trattava solo di una scusa.

Per saperne di più sulla procrastinazione abbiamo intervistato il dr. Matteo Pacini, medico chirurgo e specialista in psichiatria, docente di medicina delle dipendenze al dipartimento di psichiatria, presso l’università di Pisa.

Cosa significa procrastinare?

E’ la tendenza a “rimandare”, rinviare, saltare scadenze o incombeze spostandole in avanti o a tempo indefinito. Chiarirei subito che non si tratta di una nuova sindrome, è semplicemente un tipo di comportamento e quindi può essere d’interesse psichiatrico come sintomo di alcune condizioni. Non si tratta di rimandare per necessità, utilità o opportunità, ma per una tendenza a non affrontarla o risolverla.

Qual è il profilo psicologico del procrastinatore seriale?

Il procrastinatore seriale è colui che lo fa sistematicamente, che ha questo modo di gestire i propri impegni. Tipicamente, lo fa all’ultimo momento, cioè si mette nelle condizioni di non poter essere contrastato. Se rimanda un viaggio, aspetta che gli altri comprino il biglietto. Se rimanda un impegno per la mattina successiva, al massimo avvisa di notte con un messaggio e poi stacca il telefono. Meglio ancora, quando sono già tutti ad attenderlo.

E’ come se, in un certo modo, egli recitasse anche con se stesso la parte di quello che non può fare altro che rimandare. Se uno non ha studiato per un esame, o non è sicuro di sapere abbastanza, non è meglio rimandare? Se uno si può rovinare la media, non è meglio rimandare? Se uno ha avuto dei problemi e non ha potuto studiare bene, non è sensato e anche giustificato rimandare? E così via. Tipicamente, egli produce queste ragioni però in extremis, quando niente si può più fare.

Chi è il procrastinatore patologico?

Ci sono due tipi di procrastinatore patologico: per ossessione e per umore.

Il procrastinatore “umorale” a sua volta si distingue in depressivo e maniacale. Il depressivo è quello che rimanda per inerzia, perché non ce la fa, perché la mattina non inizia la giornata, è pessimista, non sente di essere pronto ad affrontare le incombenze, percepisce ciò che lo aspetta come pesante, minaccioso o privo di senso. Rimandando, ottiene un effetto peggiorativo: lascia che le scadenze si cumulino, fa brutte figure con chi dipende da lui o con i superiori, dà idea di inaffidabilità. Così facendo, quindi, aggiunge al danno iniziale del ritardo anche un danno d’immagine, che peggiora la capacità di affrontare i doveri. A questo punto, la persona perde la motivazione per recuperare terreno e quindi, per esempio, non va al lavoro finendo per farsi licenziare, o non apre il negozio ben sapendo che andrà in bancarotta, o non paga le multe nonostante sappia che dovrà pagare poi il doppio.

Un altro tipo di procrastinatore è quello “doloso”. In questo caso, una persona rimanda scadenze che gli bloccherebbero l’attività o i progetti. Si tratta di solito di scadenze di pagamento, con cui la persona non avrebbe a disposizione più soldi che intende invece spendere in altro modo. Come conseguenza c’è un indebitamento cronico, spesso a scatola cinese, dove per chiudere un primo debito se ne contrae un altro.  Come vedremo più avanti però, spesso depressione e mania sono facce di un unico disturbo.

C’è poi il procrastinatore ossessivo. E anche qui ce ne sono due tipi. C’è quello che rimanda perché non convinto di aver fatto le cose a regola d’arte, o preoccupato di aver commesso errori senza aver verificato bene. C’è poi il perfezionista attivo, che ritiene di poter fare meglio, e che quindi il risultato non sia mai sufficientemente buono. La differenza tra i due sta nel fatto che il primo è ossessionato dall’errore, il secondo dall’imperfezione.

Può farci qualche esempio?

E’ un esempio il procrastinatore di esami, che rimanda la data dell’esame all’ultimo momento perché ha sentito una domanda a cui non sapeva rispondere e teme di non essere preparato. Lo studente perfezionista può fare altrettanto, ma soltanto perché teme di prendere meno di 30 e lode e non ammette questa possibilità. Di conseguenza, sia l’uno che l’altro cercano di controllare fino in fondo l’esito di un evento, al di là di quello che realisticamente possono controllare, cioè il grado di preparazione che ad uno sembra di aver raggiunto. In questo modo, nessuno dei due si sentirà mai pronto.

Quali sono le cause della procrastinazione?

Il primo tipo di procrastinatore è depressivo, il secondo è maniacale. Il primo non riesce a venire a capo dei suoi impegni e li rifugge. Il secondo è un soggetto che non riesce a ridimensionarsi e quindi non accetta di dover scendere di livello, di rientrare, di impegnarsi per concludere prima di mettere in ballo nuovi progetti. In entrambi i casi, si possono produrre danni notevoli. Anche alcune forme di procrastinazione ossessiva sono, in realtà, maniacali. La differenza sta nell’attività: lo studente ossessivo “passivo” sta ore di fronte ad una pagina, sottolineando magari tutto, ma senza capire cosa sia alla fine importante e cosa meno. Lo studente ossessivo “attivo”, perfezionista, riempie pagine di schemi, appunti, approfondimenti, superando alla fine la mole della materia originaria.

Non si tratta di una comune pigrizia o di una tendenza a lasciare le cose all’ultimo, ma di un comportamento in cui consapevolmente si peggiora ciò che si sta evitando. A differenza del pigro, che in fondo è abituato a risolvere all’ultimo, o allo scansafatiche, che non gradisce semplicemente fare ciò che non gli è gradito, sperando che qualcun altro provveda prima di lui; il procrastinatore patologico è un coltivatore di ritardi, scadenze mancate, debiti, occasioni mancate, interessi passivi.

Egli sviluppa anche una certa “immedesimazione”, cioè non si sente più molto in colpa o evita di dovercisi sentire. Rifiuta il confronto, lascia agli altri il compito di adeguarsi. Sa che gli altri si sono adeguati ormai al suo comportamento. Più lo hanno accettato, più lo accetteranno.

Procrastinazione e ansia: che relazione c’è?

Nella fisiologia, rimandare genera ansia, perché sposta un evento che non si era pronti per risolvere e quindi dovrebbe sollecitare un adattamento. Chi rimanda dovrebbe sentirsi sotto pressione per recuperare, per rimediare, per trovare il modo di tirar su in breve tempo quelle risorse che al momento non aveva ancora pronte; invece, nella patologia della procrastinazione accade l’opposto. Il procrastinatore patologico è meno ansioso di quanto dovrebbe, anche perché reagisce all’ansia procrastinando e quindi usa questa tecnica come ansiolitico.

Sul piano razionale, egli sa che le cose rimandate dovranno prima o poi essere affrontate, eppure non vive quest’attesa angosciosa se non alla fine, quando non ha più via d’uscita. E’ allora che, in preda all’ansia e allo sconforto, può anche compiere gesti avventati o disperati.

Quando il perfezionismo è causa della procrastinazione?

Il perfezionista, a differenza di altri tipi di “rimandatore”, non pensa di non essere all’altezza. Anzi, egli pensa di essere anche troppo all’altezza, ribaltando quindi il discorso. Pensa che, prendendo tempo, realizzerà il suo compito in maniera superiore a ciò che un altro avrebbe fatto, in maniera perfetta. Perde di vista il senso operativo, pratico, concreto, per cui la scadenza è uno degli elementi che manda avanti i progetti e che invece la perfezione è un’idea astratta che tiene tutto fermo. Idee perfette ne esistono infinite, ma nessuna è stata mai realizzata. Per il perfezionista era troppo presto, è stato fatto tutto troppo in fretta.

Ci sono, ad esempio, rivoluzionari idealisti che partono con l’idea di fare la rivoluzione in poco tempo e finiscono per nascondersi dietro l’idea di perfezione, rimandando l’effettivo momento decisivo della lotta. E’ evidente che questo accade per nascondere un’irrealizzabilità concreta del loro progetto, per evitare di ammettere che non ce ne sono le condizioni. Ma anche, per l’incapacità di accettare qualsiasi altra soluzione, per l’incapacità di “quagliare”, o semplicemente di lasciar perdere.

Se si pensa alla storia, per esempio, dei movimenti rivoluzionari degli anni di piombo, molti finiscono per arenarsi in una sorta di “procrastinazione” infinita del confronto con la presa del potere, privilegiando la rivoluzione come “sentimento” o come moto perpetuo (si pensi alla sigla “Lotta continua”). In altri casi, i movimenti si fanno elitari e chiusi, e in questo possono rimandare a tempo indefinito il confronto con la realtà, portando avanti una loro utopia in gruppi ristretti.

In fin dei conti, il punto di vista dello studente che annuncia la laurea, ma non dà esami da due anni è lo stesso del rivoluzionario che predica un imminente cambiamento che però al momento non si attuerà per mancanza di mezzi e consenso.

Perché il procrastinatore teme di non essere all’altezza del compito da eseguire?

Una parte dei procrastinatori sono depressi, o ancor più spesso lo sono a periodi. Nei periodi in cui sono di buon umore potrebbero recuperare terreno e magari in parte lo fanno. Tuttavia, la paura di fallire e quella di ammettere un fallimento vanno di pari passo, per cui quando sono ansiosi e depressi non riescono a dichiarare le loro difficoltà.

Quando poi l’umore torna a posto, divengono fiduciosi di recuperare, spesso senza in realtà mettercisi concretamente. Anche in queste fasi continuano a fingere e non riescono a confessare, per esempio, di non aver rispettato scadenze, di essere indietro coi pagamenti, di non aver dato esami. In queste fasi, però, cambia l’ottica in cui lo fanno: da depressi, non lo fanno per l’incapacità di reggere il peso di una difficoltà, magari temporanea, che pesa loro come una sconfitta. Da non-depressi, vogliono sentirsi normali, non sopportano di sentire il peso del ritardo accumulato, e invece si rendono conto di poter fingere e vivere felici, almeno per il momento. Così tra il pensare che “ora no, andrebbe solo male” e “ora no, tanto andrà bene alla fine”, il procrastinatore non sarà mai alla giusta altezza del compito, sia che si senta sotto, sia che si senta sopra.

Scadenze da rispettare: come si comporta il procrastinatore?

Per definizione, le rimanda. Nel tempo, c’è da precisare che le due componenti della procrastinazione si sommano, come in un’altalena. Da una parte c’è la paura, dall’altra l’illusione di poter andare avanti come se niente fosse. Più si ha paura, più dopo viene una fase di illusione. L’illusione non è solo una reazione alla paura, ma sconfina dalla parte opposta, perché chiama nuova procrastinazione e quindi aumenta le conseguenze. Anziché rientrare con un danno controllato, c’è un rilancio con un danno non più arginabile. D’altra parte, più uno s’illude di poter rimandare all’infinito, più poi sarà preso dal timore di vedersi crollare tutto addosso.

Progetti senza scadenza: qual è l’approccio del procrastinatore?

Il procrastinatore tenderebbe, per sua natura, a scegliere di non avere scadenze. Paradossalmente, si trova invece meglio nel contesto contrario. La libertà di scelta, quando esiste una tendenza marcata verso un comportamento, in realtà rischia di dare via libera a quel comportamento e tagliare le gambe a tutte le altre qualità della persona, perché la tendenza più forte inquina e condiziona l’intera performance.

Ci sono casi di persone che tendevano a ritardare al lavoro, a saltare giorni, a rimandare impegni, lasciare indietro pratiche. A quel punto, i loro datori di lavoro tendevano da una parte a richiamarli, ma di fronte alla resistenza, sceglievano magari poi la strada della tolleranza. Davano scadenze più lunghe, regole meno ferree, come a dire “ti vengo incontro”. A quel punto, la situazione spesso peggiorava ancora di più, perché la concessione non era presa con l’ansia di essere stati sul punto del licenziamento, ma come una specie di “lasciapassare”.

Precrastinazione e procrastinazione: quali differenze?

Probabilmente, non esiste un comportamento contrario, cioè la tendenza a fare troppo presto le cose. Chi si preoccupa di fare il lavoro in fretta, di solito si preoccupa contestualmente anche di farlo bene e non ha la fretta come preoccupazione. Anzi, se mai ben accoglie tempi più larghi. Chi conclude i propri compiti prima, o ha fretta di portarsi avanti, in genere lo fa per motivi ben più banali. O per “tirar via” come si suol dire, o perché vuol concludere più lavoro in meno tempo, per un ragionamento magari di convenienza. E’ chiaro che può farlo a discapito della qualità, ma non si tratta di una “patologia”. C’è semmai una incapacità di attendere, una smania di avere un risultato, di poter vantare un risultato, che spinge alcune persone a vivere più di illusioni che di concreti obiettivi raggiunti.

Non si tratta però di persone troppo frettolose, ma in genere di persone che rifuggono la realtà per rincorrere un’idea astratta, imputandosi ad esempio di avere subito “un po’” di risultato prima di andare avanti. Ma non lo vogliono da se stessi, bensì vorrebbero una sicurezza interiore di quello che stanno facendo, un entusiasmo che li guidi nelle loro scelte piuttosto che attendere gli sviluppi e fare un passo alla volta.

Come smettere di procrastinare?

Dipende dal movente della procrastinazione. A volte basta curare la depressione e se ne esce. A volte, il disturbo è più complesso, perché la persona rimanda e lascia andare i propri impegni non solo per depressione, ma anche per bisogno di appagamento immediato per dedicarsi a qualche attività. Così può essere che, anche con umore normale, vi sia una certa tendenza a non fare, a non essere spinti a fare, a non essere interessati, a non vedere il mordente. Può rimanere un atteggiamento fatuo, di chi manifesta anche entusiasmo quando si tratta di programmare, fare promesse, dare l’impressione di essere pronto e desideroso di entrare in azione, ma poi nel passaggio alla fase operativa iniziano i problemi, i ritardi, i rimandi.

Molto peggio è quando si ha a che fare con chi rimanda perché non vuole fermare un comportamento da cui trae vantaggio indiretto. Chi attraverso le omissioni e i ritardi è riuscito a non pagare, a tenersi soldi non suoi, a spenderli e godersi la vita con risorse che doveva invece usare per altri scopi, ha un movente che è difficile da estirpare e tende inoltre ad una bugia sistematica, più che a evitare il confronto.

Altre curiosità sulla procrastinazione?

Questo aspetto del comportamento spesso risulta simpatico, talvolta fa rabbia, è esasperante. Ma sono sicuro che la maggior parte delle persone che leggono lo troverà “benigno”. In fondo, chi rimanda e non conclude niente, alla fine si produce danno da solo, ma sono fatti suoi. Esistono invece forme “maligne”, che si concludono con tragedie economiche, e anche peggiori. Una delle categorie più a rischio in questo senso sono gli studenti che falsificano le carriere scolastiche. Esistono anche casi di cronaca nera che partono da questo tipo di problema. Ricordo ad esempio il caso “Gabriele”.

In breve, si trattava di un ragazzo che fu condannato per l’omicidio dei genitori. Secondo la ricostruzione processuale, egli li aveva storditi con un sonnifero mischiato ad un alcolico, per poi avvolgerli in sacchi sigillati. Aveva lui stesso chiamato poi la polizia scoprendoli con un giorno di ritardo e sostenendo fino in fondo di non averli uccisi. Il movente fu individuato nel fatto che la famiglia a breve avrebbe festeggiato la laurea del figlio, ma lui in realtà aveva mentito sugli esami dati, e magari i nodi erano venuti al pettine o sarebbero venuti al pettine di lì a poco. La menzogna era iniziata come un rimedio per un mancato esame, e poi da lì era divenuta una doppia vita. Niente di irrimediabile in verità, ma il sentimento che spinge a mentire la prima volta ha poi qualcosa a che fare con il terrore di rivelare una menzogna protratta. Fino a poter ipotizzare reazioni finali drammatiche.

Non è il solo caso di questo tipo. Ve ne sono altri di tipo economico, come i debitori seriali che per motivi non chiari non si adoperano per risolvere un piccolo debito, ma lo nascondono. Mettono sotto il tappeto la polvere. Si viene magari a sapere dopo anni che non hanno pagato sistematicamente tasse, tributi, nella convinzione di poter mantenere attività o tenore di vita a livelli di prima, fino all’inevitabile resa dei conti.

note

[1] Art. 1457 cod. civ.

[2] Art. 1225 cod. civ.

[3] Art. 1174 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com.


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