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Controlli fiscali sul conto corrente: come difendersi

13 Maggio 2019


Controlli fiscali sul conto corrente: come difendersi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Maggio 2019



Accertamento fiscale con redditometro, risparmiometro e verifiche bancarie dell’Agenzia delle Entrate sui conti correnti: gli strumenti di difesa che ha il contribuente. 

L’avvio della Superanagrafe dei conti correnti, del risparmiometro, la revisione dei criteri di calcolo del redditometro, i nuovi algoritmi informatici dell’Agenzia delle Entrate – capaci di incrociare le informazioni provenienti dalle banche con quelle della fatturazione elettronica e con i redditi detenuti all’estero – hanno riproposto l’annoso problema di come difendersi dai controlli fiscali sul conto corrente.

Ci sono alcuni aspetti sui poteri e sui metodi di accertamento del fisco che bisogna necessariamente conoscere onde anticipare la propria difesa ad un livello stragiudiziale, prima ancora cioè di ricorrere al giudice. Questo non tanto per evitare di pagare le imposte, ma per non finire vittima di un sistema processuale improntato a preclusioni e a una ripartizione dell’onere della prova che favorisce nettamente l’amministrazione finanziaria. Ecco perché sapere come difendersi dai controlli fiscali sul conto corrente è un problema non solo degli evasori ma di tutti: in buona o in mala fede, ogni contribuente deve avere quella malizia sufficiente a prevenire le mosse dell’Agenzia delle Entrate, mosse che trovano supporto in una legge che la pone spesso in una posizione di preminenza.

Anche il Garante della Privacy si è posto il medesimo interrogativo di come difendersi dai controlli del conto corrente, sebbene non tanto nell’ottica di una difesa dei diritti del contribuente, ma della tutela dei dati sensibili. Così, con due recenti raccomandazioni, l’Authority ha posto diversi paletti agli accertamenti informatici da parte dell’ufficio delle imposte.

Di tutto ciò parleremo nel seguente articolo. Ti spiegheremo cioè come dovrai comportarti, d’ora innanzi, sia con il tuo conto corrente, sia con il fisco qualora un funzionario ti chieda informazioni su bonifici ricevuti, versamenti di contanti sul conto, acquisto di auto o immobili, eccessivi risparmi giacenti in banca.

Gli strumenti dei controlli sul conto corrente

Sono sostanzialmente quattro i tipi di controlli che l’Agenzia delle Entrate può fare sul conto corrente.

Il primo tipo di controllo – quello tradizionale e ormai poco usato – consiste in una richiesta di documentazione alla banca. Viene avviato un procedimento, a volte tramite l’accesso della Guardia di Finanza, volto a reperire tutte le informazioni relative ai rapporti intrattenuti dal contribuente con l’istituto di credito. L’accertamento può indirizzarsi anche nei confronti di conti cointestati o di esclusiva proprietà di terzi soggetti, legati però a rapporti di vario tipo con il contribuente (ad esempio parenti o soci). La possibilità di estendere i controlli ai rapporti di altre persone è però limitata alla sussistenza di gravi indizi che facciano presumere la sussistenza di una intestazione fittizia del conto e la riconducibilità dei relativi proventi in capo al soggetto accertato (leggi l’approfondimento sui Controlli sui conti correnti dei coniugi).

Il secondo metodo di controllo è più semplice e avviene senza la diretta collaborazione della banca. L’Agenzia delle Entrate dispone di un archivio, alimentato e aggiornato periodicamente dagli stessi istituti di credito: si chiama Anagrafe dei conti correnti. In essa confluiscono tutte le notizie in merito ai rapporti intrattenuti dal cittadino con la banca: numero di conti correnti, relativo saldo e lista di movimenti, cassette di sicurezza, libretti di risparmio, conto deposito titoli, mutui e finanziamenti, ecc. Grazie a questo database, il fisco può verificare se, sul conto, risultano accrediti (bonifici, versamenti di denaro in contanti) non riportati nella dichiarazione dei redditi. In forza di ciò, l’ufficio delle imposte può presumere che si tratti di “redditi in nero” e quindi avviare un controllo fiscale.

Il terzo metodo di controllo è il redditometro. A tutti ormai noto, questo algoritmo consente di misurare il volume delle spese sostenute in un anno dal contribuente e rapportarlo ai redditi da questi dichiarati nello stesso periodo: se dal confronto risulta uno scostamento di oltre il 20% in favore delle uscite, l’ufficio può avviare un confronto amministrativo e, in caso di risposte insufficienti, emettere l’accertamento. In pratica il redditometro si basa su questo ragionamento: chi spende più di quanto guadagna sta dimostrando di avere delle disponibilità economiche nascoste; sarà lui quindi a doverne dimostrare la fonte lecita.

L’ultimo metodo di controllo ed anche il più giovane in ordine di tempo, è il risparmiometro. Anche in questo caso si tratta di uno strumento informatico che, in via automatica, verifica quanti risparmi, alla fine dell’anno, il contribuente è stato in grado di accumulare sul conto e li misura con il reddito dichiarato: se tra i due dati dovessero risultare delle incongruenze, scatterà di nuovo il confronto amministrativo ed eventualmente, in un momento successivo, l’accertamento. Così, tanto per fare un esempio, se un lavoratore dipendente percepisce mensilmente lo stipendio – che gli viene accreditato sul conto – ma non effettua mai un prelievo da tale conto, l’Agenzia delle Entrate può presumere che egli disponga di contanti non dichiarati.

La prova contraria per difendersi dai controlli fiscali

Se, in linea generale, in qualsiasi processo è chi inizia la causa a dover dimostrare i fatti lamentati, non sempre ciò vale nel processo tributario. La legge infatti consente al fisco di avvalersi di cosiddette “presunzioni”: in pratica l’onere della prova viene scaricato non su chi agisce, ma su chi si difende, in questo caso il contribuente. L’amministrazione finanziaria può così presumere, sulla base di un semplice fatto, che, sotto sotto, vi sia un’evasione fiscale; spetterà al cittadino fornire la prova contraria se vuol evitare le sanzioni. Ed è proprio sul tipo di prova contraria che si basa la difesa del contribuente dagli accertamenti fiscali e dai controlli sul conto corrente. Vediamo in che modo.

Redditi esenti o già tassati

Per sopravvivere al redditometro e al risparmiometro, bisogna dimostrare che il “denaro in più” – che ha consentito rispettivamente di godere di un tenore di vita superiore alle proprie possibilità (permettendo l’acquisto di beni di lusso) o di risparmiare gran parte del reddito guadagnato (senza eseguire prelievi dal conto) – è in realtà un reddito:

  • esente dalle imposte, per cui non doveva essere dichiarato (ragion per cui l’Agenzia delle Entrate non ha trovato una apposita indicazione nella dichiarazione dei redditi);
  • già tassato alla fonte, ossia erogato al contribuente già al netto delle imposte.

Così, per difendersi, il contribuente può dimostrare (non basta solo affermarlo) che ha avuto la disponibilità dei seguenti redditi:

  • regali da familiari (ricordiamo infatti che le donazioni provenienti da coniuge, figli o genitori, sono esenti dall’imposta se non superano 1 milione di euro; la soglia scende a 100mila euro per le donazioni tra fratelli);
  • risarcimenti del danno: il risarcimento del danno morale non è mai tassabile. Lo è invece il risarcimento del lucro cessante (leggi Sul risarcimento del danno si pagano le tasse?);
  • mutui e finanziamenti: le imposte vengono trattenute dal soggetto finanziatore (ad esempio la banca); sicché la maggiore disponibilità di denaro è acquisita al netto delle imposte;
  • eredità;
  • vincite al gioco: anche in questo caso le somme sono corrisposte al giocatore già al netto delle tasse che sono trattenute alla fonte;
  • disinvestimenti ossia vendita di oggetti usati (un’auto, un quadro, una casa, ecc.): in questi casi, se non c’è una speculazione (ossia un ulteriore lucro rispetto al prezzo di acquisto) allora l’importo ricevuto non è tassato.

Obbligo al contraddittorio preventivo

Per tutti gli accertamenti con redditometro o risparmiometro, prima dell’accertamento vero e proprio il contribuente deve essere chiamato a fornire spiegazioni direttamente all’ufficio. Spesso gli vengono inviati questionari ai quali però è obbligatorio rispondere, pena la perdita della possibilità di usare le stesse eccezioni e documenti richiesti in fase amministrativa nel corso della successiva fase giudiziale. Leggi sul punto Mancata risposta invito Agenzia delle Entrate. Ricorda quindi di non assumere mai un atteggiamento passivo davanti alla richiesta di chiarimenti da parte dell’ufficio delle imposte.

Prove scritte

Tutti i bonifici o i versamenti di contanti sul conto corrente sono soggetti, come detto, a controlli. Il contribuente deve disporre di una prova scritta, con data certa, per dimostrare la provenienza del denaro. Deve cioè riferire da dove proviene e chi glielo ha fornito. Se si tratta di risparmi accumulati a casa, c’è il rischio di non poter fornire alcuna dimostrazione, per cui sarà meglio non depositarli sul conto. Stesso discorso per quanto riguarda le donazioni prive di un documento scritto. Ecco perché è sempre meglio far transitare i regali tramite assegni non trasferibili o bonifici bancari.

Accesso ai dati

Il contribuente ha sempre accesso ai propri dati contenuti nell’Anagrafe tributaria e nella Superanagrafe dei conti correnti. Egli, in particolare, ha una serie di diritti irrinunciabili e cioè:

  • il diritto di sapere quali dati vengono trattati,
  • la logica del funzionamento dell’algoritmo, e poi
  • il diritto di partecipare al procedimento,
  • di chiedere l’intervento umano e, infine,
  • il diritto di contestare la decisione, totalmente o parzialmente, automatizzata.

Da qui l’importanza, per i contribuenti (soprattutto quelli con redditi e patrimoni più consistenti), di attuare la procedura di accesso ai propri dati contenuti nell’Anagrafe tributaria, per evitare il rischio che redditometro, risparmiometro o le altre liste selettive predisposte dall’Agenzia delle Entrate, finiscano per renderli destinatari di accertamenti basati soprattutto sulla incompletezza o erroneità dei dati. Pur trattandosi di una procedura completamente innovativa, gli strumenti giuridici per supportare una simile richiesta ci sono e sono abbastanza solidi. In primo luogo la nuova normativa sulla protezione dei dati (Gdpr). Anche la giurisprudenza della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato hanno più volte affermato che la segretezza dei dati contenuti nell’Anagrafe tributaria debba cedere il passo di fronte alle esigenze difensive del contribuente. Si comprende, quindi, perché l’informativa privacy dell’Agenzia delle Entrate indichi il diritto dell’interessato di ottenere, in qualunque momento, la conferma dell’esistenza o meno dei dati trattati e di verificarne l’utilizzo. D’altra parte il diritto di conoscere quali dati siano in possesso dell’amministrazione finanziaria diventa cruciale se si fanno strada, come si stanno facendo strada, strumenti di verifica tributaria basati sul metodo di «data mining» e sull’uso dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi.

Per chiedere l’accesso/rettifica/integrazione dei dati si può anche usare il modulo predisposto dal garante della privacy.


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