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Uso del cellulare in classe da parte dei docenti: è consentito?

13 Maggio 2019
Uso del cellulare in classe da parte dei docenti: è consentito?

Il professore può rispondere a una telefonata durante una lezione?

Immagina una normale lezione di storia della letteratura italiana in un liceo qualsiasi. «Nel bel mezzo del cammin di nostra vita…» [driiinnn] suona un cellulare. Tutti si guardano intorno. Questa volta però si tratta del telefono del professore. La classe resta “percossa e attonita” proprio come nel famoso 5 Maggio del Manzoni. Qualcuno ride per la melodia personalizzata impostata dal prof: una canzone di 50 anni fa. Qualcun altro ne approfitta per parlare col compagno di banco. Dalle ultime file c’è chi sfrutta l’occasione per sbirciare sul proprio smartphone e, magari, mandare un messaggio alla fidanzata. Poi, c’è il classico alunno “so-tutto-io” che bofonchia: «Un professore non può rispondere a una telefonata durante una lezione: è al lavoro e non può distrarsi». Non c’è che dire: il saputello quattrocchi questa volta ha ragione. Non è consentito l’uso del cellulare in classe da parte dei docenti. A dirlo sono ormai una serie di sentenze che hanno ritenuto legittime le sanzioni disciplinari nei confronti di docenti pescati – anzi denunciati dai propri alunni – a parlare al cellulare.

Non è uno scherzo. Anzi: i ruoli si sono invertiti e, a quanto pare, la legge la conoscono più gli alunni che i loro insegnanti. Perché se questi ultimi si sentono nel diritto di interrompere una lezione per rispondere allo squillo, peraltro senza preoccuparsi dell’esempio dato in classe, i tempi sono cambiati e ora c’è una malizia sufficiente a diffondere il video – fatto da un altro cellulare – ai quattro venti. «Guardate, il professore Rossi parla al telefono durante la lezione» e «Il professore Verdi invece fuma nel bagno». Ora, mettendosi nei panni del docente, è verosimile che questi si senta al sicuro dalle possibili denunce degli alunni, avendo ancora – di fatto – il coltello dalla parte del manico. Ma ci sono internet e WhatsApp: un video gira nell’arco di pochi minuti e arriva in presidenza in meno di una giornata. Così scatta il procedimento disciplinare.

Chi si chiede se è consentito l’uso del cellulare in classe da parte dei docenti dovrebbe leggere, ad esempio, la sentenza della Corte di Appello di Milano [1] che ha riconosciuto legittima la sospensione dal servizio per un giorno di una professoressa rea di aver riposto alla telefonata del fratello durante l’orario di lezione. A nulla è valso il fatto che la conversazione sia durata pochi minuti; né hanno fatto breccia sui giudici le giustificazioni addotte dall’insegnante sull’urgenza della comunicazione, dovuta ad aggiornamenti sullo stato di salute dell’anziana madre.

Ma dove sta scritto che l’uso del cellulare da parte del professore è vietato durante la lezione? Innanzitutto – e questo lo capiscono anche gli stessi alunni che ancora son ben lontani dalla laurea in legge – non si può “rubare lo stipendio allo Stato”: chi interrompe il lavoro per fini personali commette una violazione disciplinare. Di certo, non rischia il licenziamento, ma almeno l’onta di un provvedimento del superiore gerarchico.

Poi, c’è la circolare del Miur del 1998, uscita in un’epoca in cui ancora non esistevano gli smartphone e la dipendenza dalle app [2]: il ministero vieta tutti i comportamenti che «si traducono in una mancanza di rispetto nei confronti degli alunni e recano un obiettivo disturbo al corretto svolgimento delle ore di lezione».

Ed ancora, per chi non si accontenta di queste chiare motivazioni, possiamo citare la direttiva ministeriale n. 30 del 15 marzo 2007 sul divieto dell’utilizzo dei cellulari durante le lezioni che non si applica solo agli studenti, ma anche al personale docente. L’educazione passa infatti dall’esempio, come precisano i giudici, che sottolineano la gravità della condotta che ha «implicazioni dirette sul modello educativo» e non è «consona alla funzione del personale docente».

Chiaramente, per incolpare l’insegnante ci vuole la prova, non certo un “sentito dire”. E di sicuro il video, quando anche confermato dagli alunni che hanno assistito alla scena, è più che sufficiente. La foto non mostra con certezza il giorno e l’orario, ma se non contestata dal docente diventa un valido documento di accusa.

Il tribunale di Caserta ha salvato un insegnante dalla sospensione per dieci giorni per uso compulsivo dello smartphone proprio per assenza di una prova certa. Per il tribunale di Santa Maria Capua Vetere [3] non basta lo screenshot della schermata di un cellulare collegato a WhatsApp ove risulta che il professore è online per dimostrare l’effettivo uso durante la lezione. Lo stesso vale per un commento che sarebbe stato pubblicato su Facebook durante l’orario di lezione.

La Corte di Appello di Brescia ha condannato un’insegnante denunciata dai genitori degli alunni perché sorpresa a maneggiare il cellulare [4]. Stesso discorso a Torino: condanna per uso eccessivo del cellulare durante le lezioni [5].

Per chi ancora non l’avesse capito… durante la lezione, tanto gli alunni quanto gli insegnanti devono spegnere il telefonino o quanto meno azionare il silenzioso.


note

[1] C. App. Milano, sent. n. 462/19 del 3.04.2019.

[2] Miur circolare n. 362 del 25 agosto del 1998.

[3] Trib. S. Maria Capua Vetere sent. n. 611/2018.

[4] C. App. Brescia, sent. del 23 maggio 2018 n. 136.

[5] Trib. Torino, sent. del 19 marzo 2018 n. 5328.

Sentenza n. 462/2019 pubbl. il 03/04/2019 RG n. 1005/2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d’Appello di Milano, sezione lavoro, composta da:

N. R.G. 1005/2017

Dott. Monica VITALI Dott. Giovanni CASELLA Dott. Andrea TRENTIN ha pronunciato la seguente

Presidente

Consigliere

Giudice Ausiliario – Relatore

SENTENZA

Nel giudizio in grado di appello n. 1005 del 2017 avverso la sentenza n. 11 del 2017 emessa dal Tribunale di Lecco (estensore dott. Gatto) promosso da:

(…) (c.f. (…) ) rappresentata e difesa dagli avvocati (…) (c.f….) e (…) (c.f. …), elettivamente domiciliata in Milano, Via Cosseria n. 2, presso

lo studio dei difensori – Appellante

contro

(…) – (c.f:

80185250588) rappresentato e difeso ex lege dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Milano (c.f.), elettivamente domiciliato in Milano, Via Freguglia n. 1, presso gli Uffici dell’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Milano – Appellato

CONCLUSIONI

Per la parte appellante (…) (…) come da ricorso in appello datato 31 luglio 2017, nel merito: ”Voglia l’adita Corte d’Appello, reietta ogni contraria istanza, eccezione e difesa, riformare la Sentenza n. 11/2017 resa dal Tribunale di Lecco, sez. lavoro,

Giudice dott. Gatto, R.G. n. 135/2015, pubblicata in data 2 febbraio 2017, non

notificata e, conseguentemente: nel merito: dichiarare, per insussistenza dei presupposti di fatto, l’annullamento del provvedimento disciplinare di sospensione dal servizio per giorni uno irrogata in data 8/1/2015 e notificato all’interessata il 9/01/2015 dal dirigente scolastico dell’Istituto di (…) ;

Per la parte appellata Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – (…) come da memoria di costituzione datata 22 febbraio 2019:” Voglia il Giudice adito rigettare l’appello. Con vittoria di spese, diritti ed onorari”.

FATTO E SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Lecco, sulla base della documentazione versata in atti, con la sentenza n. 11 del 2017 ha respinto il ricorso della ricorrente volto ad ottenere l’annullamento della impugnata sanzione disciplinare della sospensione dal servizio e dalla retribuzione di un giorno irrogata alla docente (…) (…) per le condotte così formalmente contestate dal dirigente scolastico dell’Istituto di (…) :” a)Il giorno 27 novembre 2014, presumibilmente tra le ore 8.00 e le ore 9.00 circa la S.V. ha risposto al proprio cellulare nella classe 3Sb, durante una interrogazione, dialogando con il suo interlocutore, utilizzando anche un linguaggio non consono alla sua funzione docente; b) il giorno 13 dicembre 2014, presumibilmente tra le ore 8.00 e le ore 9.00 circa la S.V. disattendendo le sue funzioni didattiche, ha intrattenuto gli alunni su tematiche relative all’andamento delle relazioni tra il dirigente e i docenti, tra il dirigente e i sindacati, violando anche alcuni vincoli di riservatezza”.

In motivazione il primo giudice, in relazione alla prima contestazione, da un lato ha ritenuto pacifica la sussistenza della telefonata – in quanto riconosciuta sia dalla stessa ricorrente, sia dalla dichiarazione sottoscritta dall’intera classe “3SB” – e, dall’altro lato, a fronte del riconoscimento del fatto da parte della ricorrente, ha ritenuto irrilevanti le dedotte difese relative alla provenienza della telefonata, peraltro di breve durata, dal fratello della ricorrente, motivata dalla necessità di essere aggiornata sulle condizioni di salute dell’anziana madre.

Anche in relazione alla seconda contestazione il primo giudice ha ritenuto pacifico in atti il fatto contestato, all’uopo affermando che la ricorrente non obietta la contestazione di avere effettuato l’intrattenimento con gli alunni ritenendo che di detta conversazione vi sia anche un riferimento nella documentazione versata in atti e, precisamente, nella già richiamata dichiarazione sottoscritta dalla classe “3SB” e dall’estratto di conversazione tratto da un forum in internet.

Il primo giudice, infine, affermando che la semplice telefonata e il colloquio su temi estranei all’attività di insegnamento, costituiscono infrazioni disciplinari, peraltro di natura non lieve in considerazione della funzione di esempio comportamentale dei docenti ha ritenuto idonea la sanzione irrogata, non ravvisando alcuna violazione del principio di proporzionalità, questione, peraltro, non dedotta in atti dalla ricorrente. Avverso detta decisione ha interposto appello (…) (…) articolando due motivi di gravame e chiedendo la totale riforma della impugnata sentenza.

Con i motivi di gravame – il primo intestato “Sul primo episodio contestato: mancata valutazione dello stato di necessità; errata applicazione delle norme in materia di onere della prova e inesistenza dei fatti contestati; genericità della contestazione” e il secondo intestato “Sul secondo episodio contestato: omesso riconoscimento della genericità della contestazione e della violazione del diritto di difesa; inesistenza dei fatti contestati e illegittima inversione dell’onere della prova dei fatti contestati (e non provati); errata valutazione del doc. 9 avversario”– parte appellante, deduce sia il travisamento del contenuto del proprio ricorso in cui, contrariamente a quanto affermato dal primo giudice, ha contestato la sussistenza dei fatti – fatta eccezione per la telefonata in relazione alla quale, tuttavia, richiama le difese disattese dal primo giudice – sia la violazione delle regola sull’onere della prova e della valutazione della documentazione versata in atti, atteso che, in particolare, alla lettera firmata dalla classe “3 SB” non può essere attribuita valenza testimoniale, sia perché proveniente da terzi e sia perché ne è stato contestato il contenuto, risultando, quindi, sforniti di prove le contestazioni

disciplinari, anche in relazione all’assenza di capitoli di prova formulati dal Ministero resistente.

All’interposto appello ha resistito il (…) chiedendo il rigetto dell’appello assumendo che le contestazioni mosse dall’istituto trovano puntuale conferma nella documentazione presente agli atti del giudizio e, in particolare, nella dichiarazione sottoscritta dalla classe “3BS”, versata in atti quale documento n. 5 del fascicolo di primo grado di parte resistente, all’uopo richiamando pregresse condotte non dissimili poste in essere dalla ricorrente in passato che hanno dato luogo, nel corso degli anni, a numerose rimostranze da parte di colleghi, studenti e genitori, poi riscontrate da apposite ispezioni.

Secondo l’appellato, infine, è erroneo l’assunto di fondo dell’appellante, secondo cui il Tribunale avrebbe invertito l’onere probatorio gravante sulle parti, atteso che, i fatti sanzionati hanno trovato riscontro nella documentazione prodotta in giudizio, mentre le allegazioni di controparte, generiche e fondate sull’asserito fumus persecutionis di cui questa sarebbe vittima, sono rimaste completamente sprovviste di prove a sostegno. All’udienza del 26 febbraio 2019 le parti hanno discusso la causa e la Corte ha deciso come da dispositivo steso in calce.

MOTIVAZIONE

L’appello non coglie nel segno e, pertanto, l’impugnata sentenza va confermata per i motivi di seguito enunciati.

Per quanto concerne la sanzione disciplinare la Corte ricorda che, nell’ambito del procedimento disciplinare, la contestazione disciplinare costituisce l’indefettibile atto con cui si instaura il contraddittorio tra il datore di lavoro e l’incolpato e che detta contestazione deve essere puntuale e specifica in modo da consentire al lavoratore incolpato un’immediata ed efficace difesa, fissando la portata ed i limiti del suo comportamento indicato come illecito senza che sia più possibile un successivo mutamento del fatto addebitato (cfr. ex multis, Corte di Cassazione 3 marzo 2010, n. 5115).

Nella fattispecie in esame i fatti storici dedotti in giudizio sono quelli cristallizzati nella lettera di contestazione datata 15 dicembre 2014 la quale contiene sufficienti elementi per l’individuazione dei fatti contesti ed è idonea a consentire la difesa dell’incolpata.

In particolare con la citata lettera datata 15 dicembre 2014 il Dirigente Scolastico dell’Istituto d’(…) ha contestato alla prof.ssa (…) (…) che:” a)Il giorno 27 novembre 2014, presumibilmente tra le ore

8.00 e le ore 9.00 circa la S.V. ha risposto al proprio cellulare nella classe 3Sb, durante una interrogazione, dialogando con il suo interlocutore, utilizzando anche un linguaggio non consono alla sua funzione docente; b) il giorno 13 dicembre 2014, presumibilmente tra le ore 8.00 e le ore 9.00 circa la S.V. disattendendo le sue funzioni didattiche, ha intrattenuto gli alunni su tematiche relative all’andamento delle relazioni tra il dirigente e i docenti, tra il dirigente e i sindacati, violando anche alcuni vincoli di riservatezza” e, quindi, con successivo atto datato 8 gennaio 2015 – richiamando l’articolo 91 del vigente CCNL comparto scuola, gli articoli 492 e seguenti del decreto legislativo n. 197 del 16 aprile 1994 e gli articolo 55 e 55 bis del decreto legislativo n. 165 del 30 marzo 2001 – ha irrogato alla stessa la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio, con privazione della retribuzione, in data 15 gennaio 2015.

Fatta questa premessa – e ribadito che, in tema di sanzione disciplinare, l’onere della prova grava sul datore di lavoro (cfr. ex multis: Corte di Cassazione 17 agosto 2002, n. 11153) – l’appellante non coglie nel segno atteso che il fatto storico dell’uso del telefono cellulare in classe da parte dell’appellante trova conferma non tanto nelle dichiarazioni degli alunni della classe “3BS” che, essendo rese fuori dal processo non possono assurgere a valore di prova testimoniale, quanto nelle dichiarazioni rese dall’appellante stessa nei propri atti difensivi.

In particolare alla pagina 5 del ricorso introduttivo di primo grado si legge che la ricorrente:”…non contesta, ovviamente, di avere ricevuto una comunicazione telefonica sulla linea mobile, ma in questa sede fornisce un elemento obiettivo, documentale, che consente di dare una giustificazione sull’uso “eccezionale” del cellulare. L’insegnante fu contattata telefonicamente dal proprio fratello Francesco per essere informata del fatto che la madre, signora Surianello Domenica, doveva necessariamente recarsi in ospedale per problematiche insorte relativamente alla patologia in atto (rottura del sovraspinoso della spalla dx) certificata dallo specialista dott. Di Leo in data 18.11.204, come da documento che si allega. Dell’accesso in ospedale resosi necessario la prof. (…) non poteva non essere informata, stante la naturale solidarietà filiale e la frequentazione quotidiana con la genitrice, vedova, e bisognevole di cure. La telefonata durò qualche istante e, cioè, il tempo necessario per prendere atto della comunicazione del fratello sulla sua intervenuta imprevista insorgenza. Se la docente abbia reagito con un gesto di disappunto alla notizia, potrebbe essere ipotesi ragionevole ed in linea con comportamenti di normale quotidianità (che lambiscono anche i docenti).”

Il fatto storico contestato – che, lo si evidenzia, non fa riferimento all’avere “effettuato” una telefonata, ma all’avere, come peraltro confermato dall’appellante, “risposto” ad una telefonata – dunque deve ritenersi accertato in quanto ammesso dall’appellante e tale condotta, come rilevato dal primo giudice, costituisce, di per sé, infrazione disciplinare.

Sul punto, infatti, vanno richiamate le Direttive del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sull’uso del telefono cellulare, sia da parte degli studenti che da parte del personale docente, peraltro risalenti nel tempo.

Con la Circolare del Ministro della Pubblica Istruzione n. 362 del 25 agosto 1998, infatti, il Ministero appellato aveva rilevato come fosse:”… stato segnalato a questa amministrazione che l’abitudine all’uso della telefonia cellulare si sta diffondendo anche nel mondo della scuola. La questione è stata peraltro oggetto di una interrogazione parlamentare nella quale viene denunciato l’utilizzo del cosiddetto “telefonino” da parte dei docenti anche durante le ore di lezione. È chiaro che tali comportamenti – laddove si verifichino – non possono essere consentiti in quanto si traducono in una mancanza di rispetto nei confronti degli alunni e recano un obiettivo elemento di disturbo al corretto svolgimento delle ore di lezione che, per legge, devono essere dedicate interamente

all’attività di insegnamento e non possono essere utilizzate – sia pure parzialmente – per attività personali dei docenti. Premesso quanto sopra si invitano le SS.LL. a portare a conoscenza dei Capi delle istituzioni scolastiche il contenuto della presente circolare affinché ne informino il dipendente personale scolastico”.

Successivamente – e precisamente con la Direttiva Ministeriale n.30 del 15 marzo 2007, avente ad oggetto:” Linee di indirizzo ed indicazioni in materia di utilizzo di “telefoni cellulari” e di altri dispositivi elettronici durante l’attività didattica, irrogazione di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti” – è stato ribadito e chiarito che ”Il divieto di utilizzare telefoni cellulari durante lo svolgimento di attività di insegnamento – apprendimento, del resto, opera anche nei confronti del personale docente (cfr. Circolare n. 362 del 25 agosto 1998), in considerazione dei doveri derivanti dal CCNL vigente e dalla necessità di assicurare all’interno della comunità scolastica le migliori condizioni per uno svolgimento sereno ed efficace delle attività didattiche, unitamente all’esigenza educativa di offrire ai discenti un modello di riferimento esemplare da parte degli adulti. …”.

Non vi è dubbio, quindi, che l’uso del cellulare durante lo svolgimento delle lezioni scolastiche costituisce infrazione disciplinare anche per il personale docente, avendo, detta condotta implicazioni sul modello educativo, richiamato nelle citate circolari, secondo cui: ”la scuola è una risorsa fondamentale in quanto assume il ruolo di luogo di crescita civile e culturale per una piena valorizzazione della persona, rafforzando l’esistenza di una comunità educante in cui ragazzi e adulti, docenti e genitori, vengano coinvolti in un’alleanza educativa che contribuisca ad individuare non solo contenuti e competenze da acquisire, ma anche obiettivi e valori da trasmettere per costruire insieme, identità, appartenenza e responsabilità)” (cfr. Direttiva n. 30 del 2017).

L’uso del telefono cellulare in classe da parte del personale docente, dunque, non appare conforme e coerente con la funzione educativa adesso attribuita dalla norma di cui all’articolo 26 del CCNL di settore secondo cui: “ 1. La funzione docente realizza il processo di insegnamento/apprendimento volto a promuovere lo sviluppo umano, culturale, civile e professionale degli alunni, sulla base delle finalità e degli obiettivi previsti dagli ordinamenti scolastici definiti per i vari ordini e gradi dell’istruzione. 2. La funzione docente si fonda sull’autonomia culturale e professionale dei docenti; essa si esplica nelle attività individuali e collegiali e nella partecipazione alle attività di aggiornamento e formazione in servizio. 3. In attuazione dell’autonomia scolastica i docenti, nelle attività collegiali, attraverso processi di confronto ritenuti più utili e idonei, elaborano, attuano e verificano, per gli aspetti pedagogico – didattici, il piano dell’offerta formativa, adattandone l’articolazione alle differenziate esigenze degli alunni e tenendo conto del contesto socio – economico di riferimento, anche al fine del raggiungimento di condivisi obiettivi qualitativi di apprendimento in ciascuna classe e nelle diverse discipline. Dei relativi risultati saranno informate le famiglie con le modalità decise dal collegio dei docenti”.

L’uso del telefono cellulare da parte dell’appellante, dunque, non solo risulta accertato come fatto storico, ma si configura anche come palese violazione delle norme interne delle Istituzioni Scolastiche e si configura come condotta non consona alla funzione educativa del personale docente come delineata dalla Contrattazione Collettiva di settore.

Avendo, quindi trovato conferma in atti la condotta contestata all’appellante ed essendo detta condotta non conforme alle norme interne dell’Ordinamento Scolastico – peraltro fissate anche per gli alunni – la sanzione disciplinare va confermata all’uopo richiamando la norma di cui all’articolo 492 del Decreto Legislativo n. 297 del 1994 secondo cui “….. La sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio fino a un mese” viene inflitta “… a) per atti non conformi alle responsabilità, ai doveri e alla correttezza inerenti alla funzione o per gravi negligenze in servizio”.

A fronte dell’accertamento del fatto, le giustificazioni addotte dalla incolpata non appaiono idonee a esimere la stessa dalla responsabilità disciplinare e, neppure, possono essere tenute in considerazione al fine di valutare l’entità della sanzione inflitta atteso che – indipendentemente dalla valutazione della loro rilevanza e del loro fondamento – nessuna censura è stata sollevata in ordine al principio di proporzionalità e di gradualità della sanzione inflitta.

Per questi motivi, di chiara evidenza, l’appello deve essere respinto.

In applicazione del principio processuale della ragione più liquida, infatti, e rilevato che non è stata censurata la parte della sentenza secondo cui:”non sussiste eventuale questione circa un difetto di proporzionalità della sanzione, in quanto non dedotta da parte ricorrente”, sulla quale, dunque, deve ritenersi sceso il giudicato, devono ritenersi assorbiti gli altri motivi di doglianza.

Secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione, infatti, il principio della ragione più liquida – che trae fondamento dalle disposizioni di cui agli articoli 24 e 111 della Costituzione interpretati nel senso che la tutela giurisdizionale deve risultare effettiva e celere per le parti in giudizio – ” imponendo un nuovo approccio interpretativo con la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello tradizionale della coerenza logico-sistematica, consente di sostituire il profilo di evidenza a quello dell’ordine di trattazione delle questioni di cui all’articolo 276 cod. proc. civ. con una soluzione pienamente rispondente alle esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, ormai anche costituzionalizzata” (cfr. Corte di Cassazione 11 novembre 2011, n. 23621 e, indirettamente, sulle conseguenze di tale postulato in materia di giudicato implicito, Cass., sez. un., 12 ottobre 2011, n. 20932; Cass., sez. un., 9 ottobre 2008, n. 24883; Cass., sez. un., 18 dicembre 2008, n. 29523; Cass. 16 maggio 2006, n. 11356).

In applicazione del principio della soccombenza, le spese di lite del presente grado vanno poste a carico dell’appellante e sono liquidate, in relazione al valore della controversia, in € 3.300,00 oltre accessori, IVA e CPA come per legge.

Non trova infine applicazione l’art. 13, co. 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, co. 17, della I. 24 dicembre 2012, n. 228, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione attesa l’autodichiarazione dell’appellante versata in atti.

P .Q.M.

Rigetta l’appello avverso la sentenza n. 11 del 2017 emessa dal Tribunale di Lecco. Condanna parte appellante (…) (…) al pagamento, in favore dell’appellato Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca- (…) , delle spese del grado liquidate nella misura di € 3.300,00 oltre accessori, IVA e CPA come per legge.

Milano, 26 Febbraio 2019

Il Giudice Ausiliario Il Presidente Andrea TRENTIN Monica VITALI


Sentenza n. 611/2018 pubbl. il 14/05/2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

RG n. 948/2017

Il Giudice dr. Ciro Cardellicchio, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, in funzione di Giudice del Lavoro, ha pronunciato la seguente sentenza nell’udienza di discussione del 7 marzo 2018 nella causa iscritta nel ruolo generale degli affari contenziosi della sezione lavoro, al n. 948\17

TRA

E

Ricorrente

Ministero Dell’istruzione dell’università e della Ricerca e Ufficio Scolastico Regionale Per La Campania in persona del legale rappresentante pro-tempore rappresentato e difeso dai funzionari dott.ssa

Resistente

Fatto e Diritto

Con atto di ricorso, depositato il 3 febbraio 2017, la ricorrente in epigrafe, insegnante di sostegno presso la scuola dell’infanzia dell’Istituto

fino al 24/01/2017, si opponeva ai provvedimenti prot. n. 157 del 04/01/2017 e n. 158 del 05/01/2017 a firma del Dirigente Scolastico con cui era stata irrogata, rispettivamente, la sanzione disciplinare della “censura” e della “sospensione dal servizio e dallo stipendio per dieci giorni”.

Eccepiva:

il difetto di motivazione della contestazione disciplinare;

il difetto di genuinità della documentazione acquisita dall’amministrazione a sostegno delle proprie contestazioni disciplinari e l’illegittimità delle modalità con cui era stata ottenuta ed utilizzata;

la violazione del codice della privacy, della libertà e dignità del lavoratore dell’art. 4 della L.300/1970;

il difetto di competenza del Dirigente Scolastico che aveva adottato le sanzioni;

l’assoluta infondatezza dei fatti posti alla base delle contestazioni disciplinari.

Concludeva per l’annullamento delle impugnate sanzioni, il tutto con la vittoria delle spese di lite.

Si costituiva tardivamente l’amministrazione scolastica che concludeva per l’infondatezza del ricorso di cui chiedeva il rigetto con vittoria di spese.

Sulla documentazione in atti la causa era decisa come da separato dispositivo di cui era data lettura.

Il ricorso è fondato.

Con atto prot. ris. n. 149 del 25/11/2016 era contestato che “Lo scrivente in seguito a una segnalazione pervenuta, verificava che sin dalla fine del mese di ottobre c.a. utilizzava il cellulare in classe in dispregio della vigente normativa e della circolare n. 4339 C1/B3 del 17 settembre 2016, dello scrivente. Addirittura, il 24 ottobre alle ore 10,50 la S.V. pubblicava commento su FB sul proprio profilo. Nella decorsa settimana dal 14 novembre al 18 novembre utilizzava il cellulare in modo frenetico, accedendo con il proprio numero Attività proseguita regolarmente dal 21 novembre c.a. in poi”.

La generica e tardiva difesa dell’amministrazione convenuta non ha consentito di fornire alcun elemento idoneo a comprovare la fondatezza degli addebiti disciplinari contestati il cui relativo onere probatorio ricade sul datore di lavoro.

Dalla documentazione depositata da parte attrice, ottenuta a seguito di richiesta di accesso agli atti, si evince che la formulazione di questa prima contestazione disciplinare si fonda sugli screenshot, ovvero sulle copie delle schermate presenti su di un cellulare collegato all’applicativo Whatsapp.

In particolare tali immagini riproducono la pagina del contatto relativo al numero di telefono ed in esse è presente la dicitura “online”, l’orario e

la data.

Tali elementi, in assenza di ulteriori riscontri, non sono, però, idonei a comprovare l’effettiva utilizzazione dello smartphone e dell’applicativo Whatsapp da parte della ricorrente nei giorni e negli orari di cu all’addebito disciplinare.

Difatti, in assenza di riscontri probatori in ordine alla caratteristiche tecniche del programma Whatsapp non vi sono elementi per ritenere che la presenza la dicitura “online” presente nello screenshot sia significativa di un uso effettivo dell’applicativo.

Inoltre, anche i riferimenti temporali contenuti in tali immagini non soddisfano alcun requisito di ragionevole certezza.

In particolare, l’orario presente in alto a destra dello schermata non è riferibile all’ora di utilizzo del programma Whatsapp ma corrisponde all’orario cd. locale del telefono che, come tale, potrebbe non essere coincidente con quello reale.

Inoltre, l’indicazione del giorno, presente nella parte inferiore dello screenshot, non sembra essere una funzione propria dell’applicativo quanto piuttosto una dicitura apposta successivamente.

Ne consegue che tali dati, in assenza di ulteriori elementi istruttori, non possono ritenersi attendibili, per cui deve escludersi che siano idonei a comprovare l’utilizzo del programma Whatsapp da parte della nei giorni e negli orari oggetto di contestazione. Analoghe considerazioni devono essere formulate anche per il secondo addebito disciplinare, di cui alla nota prot. n. 154 del 15/12/2016 in cui era contestato che “L il giorno 25 novembre 2016 regolarmente in servizio fino alle 16.15, alle ore 15.48, come da fotocopia allegata, pubblicava sulla propria pagina FB la foto allegata alla presente”. Anche in tale caso non sono forniti elementi probatori per ritenere comprovato l’uso da parte della di tale programma nelle date ed agli orari oggetto di contestazione. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

Ogni diversa istanza e deduzione disattese, così provvede:

Accoglie il ricorso.

Annulla le opposte sanzioni disciplinari.

Condanna l’amministrazione convenuta al pagamento al pagamento della somma di €.1.500,00 a titolo di compensi professionali oltre ad €.225,00 a titolo di spese forfettarie, per un totale di €.1.725,00, oltre IVA e CPA.

Sentenza provvisoriamente esecutiva.

Fissa per il deposito della motivazione il termine di sessanta giorni.

SANTA MARIA CAPUA VETERE IL GIUDICE


REP U B BL I C A I T ALI AN A

I N NO ME D EL P OPO LO I T AL I AN O

La Corte d’Appello di Brescia, Sezione Lavoro, composta dai

Sigg.:

Dott. Antonella NUOVO Dott. Antonio MATANO Dott. Giuseppina FINAZZI

ha pronunciato la seguente

Presidente Consigliere Consigliererel

SENT EN ZA

nella causa civile promossa in grado d’appello con ricorso depositato in Cancelleria il giorno 04/08/2017, iscritta al n.397/2017 R.G. Sezione Lavoro e posta in discussione all’udienza collegiale del 29/03/2018

da

(…) , rappresentata e difesa dall’Avv.to

FORNASARI Gabriele di Cremona, domiciliatario giusta delega agli atti.

RICORRENTE APPELLANTE

contro

(…) , in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso i cui uffici è

legalmente domiciliato in Brescia.

RESISTENTE APPELLATO

OGGETTO: sanzione disciplinare conservativa.

Sentenza n. 136/2018 pubbl. il 23/05/2018 RG n. 397/2017

(…),

-2-

Sentenza n. 136/2018 pubbl. il 23/05/2018 RG n. 397/2017

In punto: appello a sentenza n. 22/2017 del 15/02/2017 del Tribunale di Cremona.

Conclusioni:

Del ricorrente appellante:

Come da ricorso

Del resistente appellato:

Come da memoria

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n.22/2017, in data 15 febbraio 2017, il

Tribunale di Cremona, in funzione di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso proposto dalla prof.ssa (…) , docente di tecnologia presso la scuola secondaria di 1° grado, e volto ad ottenere l’annullamento delle due sanzioni disciplinari a lei irrogate dal dirigente scolastico, rispettivamente, in data 16 febbraio 2015 (un giorno di sospensione) e in data 16 marzo 2015 (censura), con ogni provvedimento consequenziale, nonché la condanna del (…) al risarcimento di tutti i danni subiti.

Il giudice di primo grado ha ritenuto pacifici gli addebiti della prima contestazione (sfociata nell’applicazione della sospensione di 1 giorno), per come documentati dal verbale scritto dalla professoressa presente al colloquio intercorso, in data 16 gennaio 2015, tra la ricorrente e la dirigente scolastica (e consistiti nel ritardo ingiustificato con cui la prof.(…) si

presentò al colloquio con la dirigente, nel contegno da lei tenuto nel corso del colloquio, denotante una mancanza di rispetto nei confronti della dirigente, nonché scarsa diponibilità al dialogo e al confronto, e nella richiesta da lei rivolta agli alunni di somme di denaro per l’acquisto di carta crespa), e ha ritenuto che gli addebiti fossero di gravità tale da giustificare la sanzione applicata, soprattutto con riferimento all’atteggiamento poco collaborativo tenuto dalla prof.(…) in occasione del colloquio con la dirigente, e in particolare al rifiuto al dialogo dalla stessa opposto e al suo brusco allontanamento dalla presidenza.

Per quanto attiene alla seconda sanzione (della censura), il Tribunale, ancora una volta, ha ritenuto pacifici i fatti contestati (l’aver tenuto le proprie lezioni nella classe 2a di scuola secondaria di 1° grado, nell’arco temporale dal 19 gennaio 2015 al 16 febbraio 2015, stando seduta con la seggiola tra la porta di ingresso della classe e il corridoio), e ha altresì ritenuto tempestiva la contestazione (essendo stata addebitata alla docente una condotta protrattasi nel tempo, sino al 16 febbraio 2015).

Ha poi osservato che il comportamento tenuto dalla professoressa, quale reazione al fatto che la sua richiesta di far assistere un testimone alle proprie lezioni o di procedere alla loro registrazione, era stata respinta, non era conforme al contegno e al modello educativo che doveva improntare i rapporti tra

docente ed alunni, con la conseguenza che la sanzione applicata era del tutto proporzionata alla gravità della mancanza, tenuto conto anche dell’intensità dell’elemento soggettivo, non avendo la ricorrente desistito da detto comportamento neppure dopo i ripetuti richiami verbali della dirigente.

Avverso la sentenza, con atto depositato il giorno 4 agosto 2017, la docente ha proposto appello, ribadendo le difese avanzate in primo grado e ha insistito anche sulla sproporzione delle sanzioni rispetto alla gravità dei fatti addebitati.

Ha chiesto pertanto l’integrale riforma della sentenza appellata, con accoglimento delle proprie domande.

Il (…) si è costituito tempestivamente in giudizio e ha resistito all’appello.

All’odierna udienza, la causa è stata discussa e decisa con sentenza, del cui dispositivo è stata data pubblica lettura.

MOTIVI DELLA DECISIONE Il gravame non può trovare accoglimento.

La ricorrente è docente di ruolo dal lontano settembre 1986, in servizio presso l’(…), in provincia di Cremona.

Ella insegna la materia di tecnologia presso le scuole secondarie di 1° grado di (…) e di (…) .

Nell’anno 2015, le sono state irrogate due sanzioni disciplinari: una prima, della sospensione di 1 giorno, comminata con provvedimento del 16 febbraio 2015, e una

seconda, della censura, comminata con provvedimento del 16 marzo 2015.

In questa sede, ella lamenta che il giudice di primo grado abbia ritenuto fondate entrambe le sanzioni, e, con il primo motivo d’appello, deduce che diversamente da quanto ritenuto dal giudicante, la condotta da lei tenuta sarebbe del tutto giustificabile, sia per quanto attiene al ritardo con cui si era presentata al colloquio fissato dalla dirigente, sia per quanto attiene all’atteggiamento da ella assunto nel corso di questo colloquio.

Deduce nello specifico, quanto al primo addebito, che ella non aveva potuto essere puntuale in quanto aveva avuto un problema di perdita d’acqua dalla caldaia e che più volte aveva tentato di mettersi in contatto con la segreteria della scuola per avvisare, ma senza successo; quanto al secondo, che poiché le accuse che le erano state mosse dalla dirigente potevano avere un rilievo penale, era legittima la richiesta di una contestazione formale; inoltre ella si era allontanata celermente perché era di turno per la sorveglianza degli alunni durante l’intervallo.

Sostiene, in pratica, che gli addebiti letti alla luce di dette giustificazioni, perderebbero di disvalore disciplinare o comunque non sarebbero così gravi da meritare l’applicazione della sospensione.

Le doglianze non possono essere condivise.

Quanto agli addebiti contestati alla (…) , giova

premettere che la vicenda di rilievo disciplinare che l’ha interessata è derivata dal fatto che il giorno 8 gennaio 2015 si tenne un incontro tra la dirigente scolastica, superiore gerarchico della prof. (…) , ed i rappresentanti dei genitori della classe 2a, di (…) , ove la ricorrente insegnava la materia di competenza, alla presenza anche coordinatore della classe e del plesso, prof.Massimo Aldovini.

Nel corso dell’incontro, i rappresentanti dei genitori segnalarono il loro disagio con riferimento alle condotte della prof. (…) , che a dire degli stessi, durante le lezioni si rivolgeva agli alunni usando epiteti offensivi (“demente” e “cretino”), utilizzava il cellulare ed aveva altresì richiesto un contributo economico (di 1€) per l’acquisto di carta crespa in vista dei lavori di Natale (dell’incontro è stato redatto verbale scritto, prodotto dal (…) al doc.5).

Precedentemente a questo incontro vi erano già state questioni con la prof.(…) per quanto riguarda la realizzazione da parte dei suoi alunni di presepi che la dirigente scolastica, a seguito di lamentele, aveva ritenuto poco consoni (in quanto costruiti con figure animalesche o con figure dei cartoni animati – puffi), ed aveva invitato la ricorrente a modificarli (crf.docc. 3 e 4 fasc.1° grado (…) ).

La dirigente, dopo l’incontro con i rappresentanti dei genitori, fissò pertanto un colloquio personale con la ricorrente.

La ricorrente si presentò al colloquio con mezz’ora di ritardo e nel corso dello stesso, come traspare dal verbale della riunione, redatto dalla vice-preside presente (prof.Cristina Zaniboni), la ricorrente assunse un atteggiamento poco collaborativo.

Precisamente, dopo che la dirigente l’aveva informata del fatto che si era tenuto l’incontro con i rappresentanti dei genitori e dell’intento di questi ultimi di confrontarsi direttamente con lei (non avendola trovata durante i colloqui generali), e dopo che la dirigente le aveva chiesto “collaborazione, dialogo e confronto costruttivo” nello svolgimento della sua attività, la ricorrente interruppe più volte la dirigente, dicendo: “sono solo parole, andiamo al dunque, ho altro da fare, ho la custodia dell’intervallo e devo entrare in classe” (cfr.verbale del colloquio, allegato al doc.6 fasc.1° grado (…) ).

Dopo aver richiamato la ricorrente, la dirigente continuò riportando le doglianze dei genitori sul fatto che ella si rivolgesse agli alunni usando frequentemente le parole di cui sopra, chiedendole che cosa aveva da dire in proposito, e la prof. (…) , a quel punto, si alzò, “avvicinandosi alla porta, dicendo con tono alterato che non risponderà a nulla, di mettere tutte le domande per iscritto e che vuole leggere il verbale”.

La dirigente replicò che il verbale era a disposizione e la prof.(…) si allontanò “sbattendo la porta”.

Con scritto del 22 gennaio 2015, è stato avviato a carico della ricorrente il procedimento disciplinare e i fatti di rilievo

disciplinare oggetto dello stesso, per quel che qui ancora rileva, sono stati individuati, tra l’altro, nell’atteggiamento “irrispettoso” tenuto dalla prof.(…) nel colloquio di cui sopra e nel ritardo con cui ella si era presentata a detto colloquio.

La prof. (…) , come detto, ha tentato di negare il disvalore disciplinare degli stessi, imputandoli ad imprevisti oggettivi o a reazioni giustificate rispetto a situazioni in qualche modo provocatorie ed offensive che l’avrebbero riguardata.

In verità, è opinione del Collegio che il comportamento tenuto dalla ricorrente nei confronti della dirigente sia stato ingiustificatamente irrispettoso e contrario al quel dovere di collaborazione e di correttezza nei rapporti con il superiore gerarchico, che grava su ogni dipendente, pubblico o privato.

In primo luogo, anche a voler prescindere dal ritardo con il quale la prof.(…) si è presentata, è indubbio che ella sin dall’inizio del colloquio ha assunto un atteggiamento indisponente e oppositivo.

E’ bene rilevare da subito che il colloquio, contrariamente a quanto l’appellante vuol far credere e continua a sostenere anche in questa sede, non aveva la finalità di formulare accuse nei suoi confronti, ma aveva unicamente lo scopo di aprire un dialogo ed un confronto in ordine ai fatti che, qualche giorno prima, erano stati riportati alla dirigente dai genitori dei suoi alunni, evidentemente per sentire anche la versione dell’insegnante.

Tanto è vero che in apertura dell’incontro, la dirigente si è limitata ad informare la prof.(…) del precedente incontro con i genitori, nonché dell’intenzione degli stessi di confrontarsi direttamente con lei (non avendolo potuto fare prima in quanto assente ai colloqui collettivi), senza entrare nel contenuto di quanto era stato da loro esposto sulle condotte della docente, e chiedendo soltanto alla professoressa disponibilità alla collaborazione e al confronto.

E già in questo frangente la ricorrente ha assunto un atteggiamento oppositivo, interrompendo più volte la dirigente e invitandola in maniera poco ortodossa ad “andare al dunque”, così mostrando un certo disinteresse per quanto il superiore le stava esponendo.

L’atteggiamento si è poi ulteriormente, e ingiustificatamente, accentuato quando la dirigente ha chiesto alla docente cosa avesse da dire su quanto riferito dai genitori in ordine fatto che ella usasse frequentemente parole come “demente, cretino”: la ricorrente si è alzata e con tono alterato ha rifiutato di rispondere, chiedendo che le domande fossero messe per iscritto, nonché di poter vedere il verbale del precedente incontro con i genitori e alla replica della dirigente che il verbale era a disposizione, la docente si è allontanata sbattendo la porta.

Anche in questo caso, è assolutamente palese che la dirigente non stesse affatto accusando la ricorrente, ma stesse soltanto tentando di conoscere la sua versione dei fatti, come

normalmente si fa quando un sottordinato, nei confronti del quale vi è un obbligo di controllo e di vigilanza, venga incolpato di condotte non conformi a correttezza, e ciò anche al fine di capire quale sia la verità e gestire di conseguenza la situazione.

E’ indubbio che la ricorrente si sia trovata in una situazione di imbarazzo e di disagio (una volta saputo che i genitori dei suoi alunni si erano lamentati del suo modo di comportarsi in classe direttamente con la dirigente, senza prima parlare con lei, e una volta saputo che, per di più, gli stessi le imputavano comportamenti certamente contrari ad ogni corretto metodo di insegnamento ed educativo), ma ciò non può giustificare la sua condotta assolutamente irriguardosa (e denotante il rifiuto di riconoscere il ruolo proprio del superiore gerarchico), posto che la dirigente si era limitata, in un clima collaborativo, a chiederle la sua versione dei fatti (senza accusarla di nulla).

La ricorrente, invece, sin dall’inizio, e senza alcuna ragione, ha assunto un atteggiamento di indifferenza, se non di sfida, per poi giungere a quello successivo, ingiustificatamente polemico e aggressivo, che in modo brusco e poco educato, oltre che con toni inaccettabili, ha interrotto ogni dialogo con la dirigente (la ricorrente si è allontanata sbattendo la porta), impedendole di avere un confronto su fatti di una certa gravità e sui quali la dirigente non poteva non indagare, e così venendo meno a quei doveri di rispetto, educazione e collaborazione che

devono improntare i rapporti con il superiore gerarchico (e in particolare, i rapporti tra il dirigente scolastico e i docenti).

Né la condotta della prof.(…) pare trovare un’esimente nella circostanza che ella avesse premura di andarsene, essendo di turno per la sorveglianza degli alunni nel corso dell’intervallo.

Anche a voler prescindere dalla considerazione che la fretta non potrebbe comunque giustificare un comportamento irrispettoso quale quello tenuto dalla docente, risulta in atti che la prof.(…) avrebbe dovuto dedicarsi alla sorveglianza degli alunni soltanto a partire dalle ore 9.50 (ora di inizio dell’intervallo – il dato si ricava dalla stessa contestazione disciplinare -) e pertanto ella, pur essendo iniziato il colloquio con la dirigente in ritardo, alle ore 9.15 (essendosi la ricorrente presentata a quest’ora), aveva tutto il tempo per affrontarlo con spirito collaborativo, senza necessità di interromperlo praticamente sul nascere.

Se a questo si aggiunge che in precedenza a questi fatti la stessa docente si era già mostrata piuttosto insofferente alle richieste rivoltele dalla dirigente in ordine a determinati comportamenti da tenere (il riferimento è alla vicenda dei presepi e al fatto che la prof.(…) non aveva rispettato le indicazioni della dirigente sulla modifica dei contesti e sulla variazione di alcuni elementi, facendo rimuovere i presepi definitivamente, senza lasciarli esposti, come avrebbe dovuto, in

visione ai genitori invitati a scuola – cfr.doc.4 fasc.1° grado (…) -), ci si rende conto che l’elemento soggettivo nel frangente dell’addebito disciplinare è stato di una certa intensità (avendo la docente reiterato e accentuato lo stesso atteggiamento di insofferenza mostrato in precedenza, nei confronti del ruolo della dirigente).

In linea con questo statuito dal giudice di primo grado, non vi sono dunque spazi né per giustificare la condotta tenuta dalla docente, né per ritenere che la stessa sia contrassegnata da un disvalore disciplinare di tenuità tale da rendere illegittima l’applicazione della sanzione irrogata, di un giorno di sospensione.

In punto, è bene osservare che secondo il codice disciplinare previsto dal CCNL, la sanzione di un giorno di sospensione è quella meno grave, dopo la censura (la scala delle sanzioni parte dalla censura e progressivamente passa alla sospensione dall’insegnamento sino a un mese, alla sospensione dall’insegnamento tra un mese e sei mesi, alla sospensione dall’insegnamento per 6 mesi, e infine alla destituzione).

Per quanto attiene alla prima sanzione, la sentenza appellata va pertanto confermata.

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Con il secondo motivo di gravame, la prof.(…) sostiene

che il giudice di primo anche con riferimento alla seconda sanzione avrebbe fornito un’erronea lettura delle

allegazioni e delle risultanze documentali, posto che ella, da un lato, era da sempre solita tenere la lezione con la porta dell’aula aperta, stando anche sulla soglia della porta; dall’altro lato, che le accuse che le avevano rivolto i genitori degli alunni imponevano, per la loro gravità, la richiesta di assistenza della correttezza del proprio operato.

Inoltre, ella non avrebbe tenuto una condotta protratta nel tempo come affermato dal giudice di primo grado, ma si sarebbe trattato di soli due accadimenti, riportati nella contestazione, accertati dalla stessa dirigente in data 26 gennaio 2015 e in data 15 febbraio 2015.

Anche queste doglianze non hanno ragion d’essere.

Accadde che dopo il colloquio del 16 gennaio 2015, foriero per primo procedimento disciplinare, di cui si è trattato al punto che precede, la prof. (…) , lo stesso 16 gennaio, chiese per scritto alla dirigente che alle proprie lezioni nella classe 2a di (…) , fosse sempre presente un testimone oppure che tutti i tipi di incontri, lezioni, colloqui e altro, fossero registrati (cfr.doc.7 fasc.1° grado (…) ).

La dirigente, in data 22 gennaio 2015, ha risposto negativamente (essendo i meccanismi richiesti incompatibili con la stessa attività docente, da impostarsi sulla serenità di rapporti, sulla tolleranza e sull’autorevolezza e prestigio dell’insegnante – cfr.doc.9 fasc.1° grado (…) -).

La prof. (…) , allora, come appurato dalla stessa

dirigente, quantomeno dal 26 gennaio 2015 (se non dal 23 gennaio come esposto dai genitori degli alunni nella lettera inviata dalla dirigente di cui si dirà subito) ha iniziato a tenere lezione restando sulla soglia della porta dell’aula (seduta sulla seggiola ivi posizionata oppure in piedi).

E’ incontestato, perché ammesso dalla stessa ricorrente in questa sede, che lo abbia fatto il 26 gennaio e anche il 16 febbraio, giorni in cui la stessa dirigente, recandosi sul posto, lo ha constatato di persona.

Ma è pure provato che la docente abbia tenuto la stessa condotta continuativamente, in detto arco temporale.

Ed invero, è documentato in atti che la dirigente scolastica, una volta ricevuta la lettera firmata da tutti i genitori (tranne uno) degli alunni della classe 2a della scuola di (…) , datata 9 febbraio 2015 (con la quale i genitori lamentavano che la docente dal giorno 23 gennaio teneva le lezioni stando seduta fuori dalla classe), abbia convocato la ricorrente per chiarimenti al riguardo, con comunicazione dell’11 febbraio 2015 (cfr.doc.15 fasc.1° grado (…) ).

Il giorno 13 febbraio si è tenuto il colloquio, alla presenza anche della vice-preside (prof. …) che ha redatto il verbale dell’incontro (cfr.doc.15, sul retro, fasc.1° grado (…) ), e la dirigente ha invitato la docente a rivedere le sue modalità di conduzione delle lezioni nella classe, come già richiestole con una precedente comunicazione scritta del

La dirigente ha altresì fatto presente alla prof.(…) che

i genitori si erano lamentati di detta condotta e la docente ha risposto che non avrebbe cambiato modalità di insegnamento (“non cambierà modalità di lavoro”), pretendendo che fossero i genitori e non il dirigente a metter per iscritto le loro lamentele.

La dirigente in data 16 febbraio, recandosi presso la scuola, ha poi verificato personalmente che la prof.(…) nell’ora di lezione ancora si trovava in piedi tra la porta di ingresso alla classe 2 e il corridoio.

Stando così le cose, non possono esservi dubbi sul fatto che l’appellante, quantomeno dal 26 gennaio (e sino al 16 febbraio), abbia tenuto, continuativamente, la condotta in questione.

E’ incontestato in giudizio che si sia comportata così il giorno 26 gennaio (come riscontrato dalla dirigente e ammesso dalla stessa prof.(…) in questa sede) ed è pure provato che ella ancora si comportasse allo stesso modo il 13 febbraio 2015, giorno del colloquio con la dirigente in occasione del quale ella disse chiaramente che non avrebbe cambiato detta modalità di insegnamento (dando così per scontato che sino a quel momento quella era stata la modalità da lei osservata).

E’ poi pacifico che il 16 febbraio la docente non aveva ancora mutato atteggiamento, come constatato dalla dirigente, ancora una volta personalmente, e come riconosciuto in questa

sede dalla stessa (…) .

Se ne desume inequivocabilmente che la prof. (…) ,

quantomeno dal 26 gennaio (e sino al 16 febbraio) abbia posto in essere la condotta in questione, di tenere le lezioni nella classe 2 sulla soglia della porta dell’aula (seduta o in piedi).

E questa è la condotta di rilievo disciplinare che il (…)

ha attribuito alla ricorrente con la contestazione del 16 febbraio 2015, con la quale è stato avviato il secondo procedimento disciplinare (cfr.doc.16 fasc.1° grado (…) ).

La condotta, diversamente da quanto sostenuto dall’appellante, deve dunque ritenersi provata nella sua “continuazione”.

Ciò detto, per quanto attiene poi all’esistenza di ragioni idonee a giustificarla, è scontato che detta condotta sia stata una reazione al rigetto dell’istanza della docente di far assistere alle proprie lezioni un testimone, oppure di provvedere alla loro registrazione.

La reazione è piuttosto irragionevole sol che si consideri che gli strumenti pretesi dalla docente a “tutela della sua professionalità”, oltre ad essere evidentemente poco praticabili e comunque incompatibili con quel clima di serenità che deve, per quanto possibile, caratterizzare le lezioni scolastiche, non erano per nulla conducenti: certo essendo che se anche fosse stato vero che la professoressa avesse tenuto in passato le condotte poco corrette a lei addebitate, è evidente che ella sapendo della presenza di un testimone o della registrazione delle sue lezioni, si sarebbe ben guardata dal tenerle di nuovo.

Anche in questo caso, la reazione della docente è stata fuori luogo e immotivata, ed ha certamente contributo ad appesantire il clima già teso, per quanto riguarda i rapporti con i genitori dei suoi alunni (al punto di indurli a chiedere collettivamente l’intervento della dirigente) e anche con la dirigente medesima.

E anche in questo caso, la condotta della docente, per la sua persistenza, nonostante i richiami (scritti e verbali) della dirigente, denota una certa pervicacia dell’insegnante in quell’atteggiamento oppositivo e poco collaborativo (addirittura provocatorio) che aveva già caratterizzato la precedente infrazione disciplinare.

La sanzione della censura, che è stata irrogata alla docente all’esito del procedimento disciplinare, ossia la minore delle sanzioni conservative, appare dunque del tutto proporzionata alla gravità dell’addebito.

Anche in punto la sentenza di primo grado va confermata.

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Per quanto riguarda infine i profili di illegittimità formale

delle sanzioni, appena accennati nella parte conclusiva dell’atto d’appello, va rilevato che con riferimento ad entrambi i procedimenti disciplinari la contestazione è stata del tutto

tempestiva (in quanto formulata entro i 20 giorni di cui all’art.55 bis del d.lgs. 165/2001).

Per quanto attiene alla prima, la stessa è intervenuta il 22 gennaio 2015, a distanza di soli 6 giorni dal fatto contestato e ritenuto rilevante in sede di applicazione della sanzione (atteggiamento tenuto nel colloquio del 16 gennaio 2015); per quanto riguarda la seconda, la contestazione è stata formulata con scritto del 16 febbraio 2015, ossia nello stesso giorno in cui la dirigente ha constatato personalmente la continuazione della condotta di rilievo disciplinare addebitata alla docente e iniziata, quantomeno, il precedente 26 gennaio (tenere la lezione sulla soglia della porta dell’aula).

Né può ravvisarsi, con riferimento ad entrambe le contestazioni, alcun vizio di genericità.

Entrambi gli scritti danno conto in maniera piuttosto precisa dei fatti addebitati alla dipendente, descrivendoli nella loro materialità e collocandoli nel tempo, sicché non può ritenersi che sotto questo profilo la docente sia stata privata di elementi decisivi per la propria difesa.

Va da sé che la completezza e specificità della contestazione disciplinare non hanno nulla a che vedere con la sussistenza concreta e la prova dei fatti contestati, trattandosi di due aspetti del procedimento disciplinare del tutto differenti, l’uno riguardante la forma, e l’altro, il merito dell’addebito.

In conclusione, l’appello va respinto.

Per quanto attiene alle spese di lite, la situazione della ricorrente (che nella sua lunga carriera di insegnante non era mai incorsa in infrazioni disciplinari sino a quelle oggetto del presente giudizio – tra di loro collegate -) induce a dichiararle interamente compensate.

Trattandosi di rigetto integrale dell’impugnazione, sussistono i presupposti per il versamento da parte dell’appellante dell’importo previsto dall’art. 1, co. 17, legge 228/12.

PQM

Respinge l’appello avverso la sentenza del Tribunale di

Cremona n.22/2017;

dichiara interamente compensate tra le parti le spese del

presente grado di giudizio. Brescia, 29 marzo 2018

Il Consigliere Estensore (dott.ssa Giuseppina Finazzi)

Il Presidente

(dott.ssa Antonella Nuovo)


Decreto di rigetto n. cronol. 5328/2018 del 19/03/2018 RG n. 8282/2017

TRIBUNALE ORDINARIO DI TORINO SEZIONE LAVORO

nella causa iscritta al R.G.L. 8282 /2017 promossa da:

(…) elettivamente domiciliata presso lo studio del difensore avv. PETRENGA

(…) e

(…)

ass. dr.ssa ONDA ex art. 417 bis cpc

OGGETTO: ricorso ex art. 700 cpc

CONTRO

– PARTE RICORRENTE –

– PARTI CONVENUTE –

Premesso che

– con ricorso ex art. 700 cpc la ricorrente, docente di scuola primaria inserita nella graduatoria permanente e poi assunta come insegnante di sostegno nell’ambito del piano straordinario di assunzioni di cui all’art. 1 comma 98 lett. C) l. 107/2015, si è rivolta al tribunale di Torino impugnando il decreto di dispensa dal servizio per doppio esito sfavorevole della prova ai sensi dell’art. 14 d.P.R. 275/1999, notificatole in data 17.10.2017, ed ha rassegnato le seguenti conclusioni:

“preliminarmente, inaudita altera parte sospendere il provvedimento della dispensa dal servizio;

A) in via principale voglia dichiarare nullo ed illegittimo il conseguente licenziamento comunicato con Prot. N. 114 e per l’effetto condannare ai sensi dell’art.18, L. n. 300/1970, il M.I.U.R., in persona del Ministro p.t. e U.S.R. Regione Piemonte, in persona de legale r.p.t. per violazione dei disposti di legge;

b) in via gradata disporre l’immediato reintegro della ricorrente nel proprio posto di lavoro, con le medesime mansioni e la stessa qualifica, ed alla corresponsione di quanto dovutoLe a titolo di retribuzioni ed oneri accessori, a decorrere dall’intervenuto presunto licenziamento e fino alla data dell’effettiva reintegrazione nel posto di lavoro, il tutto oltre interessi e rivalutazione monetaria.

c) In via più gradata, procedersi alla ricollocazione della stessa presso altre pubbliche amministrazioni ai sensi di legge (…)”.

Spiegando un’unica difesa si sono costituite le due parti convenute le quali hanno eccepito il difetto di legittimazione passiva dell’Istituto Comprensivo Centro Storico di Moncalieri ed hanno contestato la fondatezza della domanda avversaria, sia con riferimento al fumus boni iuris che al periculum in mora.

Tentata vanamente la conciliazione, sentite le parti, la causa è stata discussa all’udienza del 23.2.2018 ed all’esito trattenuta a riserva.

OSSERVA

1. L’eccezione preliminare sollevata dal MIUR merita accoglimento: la Suprema Corte ha più volte chiarito che “anche dopo l’estensione della personalità giuridica, per effetto della legge delega n. 59 del 1997 e dei successivi provvedimenti di attuazione, ai circoli didattici, alle scuole medie e agli istituti di istruzione secondaria, il personale ATA e docente della scuola si trova in rapporto organico con l’Amministrazione della Pubblica Istruzione dello Stato, a cui l’art. 15 del d.P.R. n. 275 del 1999 ha riservato le funzioni relative al reclutamento del personale, e non con i singoli istituti, che sono dotati nella materia di mera autonomia amministrativa. Ne consegue che, nelle controversie relative ai rapporti di lavoro, sussiste la legittimazione passiva del Ministero, mentre difetta la legittimazione passiva del singolo istituto” (così, tra le altre, Cass. Sez. L, Sentenza n. 6372 del 21/03/2011).

2. La ricorrente, docente di scuola primaria già inserita nella graduatoria permanente, è stata assunta come insegnante di sostegno nell’ambito del piano straordinario di assunzioni di cui all’art. 1 comma 98 lett. C) l. 107/2015. Nell’anno scolastico 2015/2016 ha svolto con esito negativo l’anno di servizio in prova presso l’I.C. Borgo S. Pietro di Moncalieri, nel successivo anno scolastico è stata assegnata ad un altro istituto (I.C. Centro Storico Moncalieri), ed anche presso tale istituto la valutazione è stata negativa, con conseguente dispensa dal servizio per doppio esito sfavorevole della prova ai sensi dell’art. 14 d.P.R. 275/1999.

Il periodo di prova e formazione è regolato dai commi 115 e ss. della stessa legge 107/2015, che dispongono: “115. Il personale docente ed educativo è sottoposto al periodo di formazione e di prova, il cui positivo superamento determina l’effettiva immissione in ruolo. 116. Il superamento del periodo di formazione e di prova è subordinato allo svolgimento del servizio effettivamente prestato per almeno centottanta giorni, dei quali almeno centoventi per le attività didattiche. 117. Il personale docente ed educativo in periodo di formazione e di prova è sottoposto a valutazione da parte del dirigente scolastico, sentito il comitato per la valutazione istituito ai sensi dell’articolo 11 del testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, come sostituito dal comma 129

del presente articolo, sulla base dell’istruttoria di un docente al quale sono affidate dal dirigente scolastico le funzioni di tutor. 118. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono individuati gli obiettivi, le modalità di valutazione del grado di raggiungimento degli stessi, le attività formative e i criteri per la valutazione del personale docente ed educativo in periodo di formazione e di prova. 119. In caso di valutazione negativa del periodo di formazione e di prova, il personale docente ed educativo è sottoposto ad un secondo periodo di formazione e di prova, non rinnovabile. 120. Continuano ad applicarsi, in quanto compatibili con i commi da 115 a 119 del presente articolo, gli articoli da 437 a 440 del testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297.”

3. La ricorrente censura l’ “illegittimità dell’intera procedura” al termine della quale è stata disposta la risoluzione del rapporto di lavoro per mancato superamento del (doppio) periodo di prova.

3.1. – In particolare, ella si duole in primo luogo del fatto che il dirigente scolastico abbia espresso, anticipandolo verbalmente, l’esito del mancato superamento della prova, “arrogandosi il potere di non consentire alla ricorrente di partecipare al collegio dei docenti indetta in data 4 settembre 2017 (…), all’epoca dei fatti ancora in servizio, senza alcuna motivazione o preavviso, contravvenendo e violando le norme di legge in materia”.

La parte attrice ritiene in sostanza che il Dirigente scolastico abbia operato illegittimamente, posto che solo il Comitato di valutazione – e non il D.s. – avrebbe “il potere di esprimere il proprio parere relativamente al superamento di prova e formazione dei docenti neo assunti (l.107/2015 c. 129 punto 4), anche se il comitato di valutazione prevede all’interno della sua composizione la presenza del dirigente scolastico”.

Tale doglianza appare infondata.

Le previsioni richiamate dalla parte attrice, come si è visto più sopra, prevedono che il personale docente ed educativo in periodo di formazione e di prova deve esser sottoposto a valutazione da parte del Dirigente scolastico, sentito il Comitato per la valutazione (art. 1 comma 117 l. 117/2015), organo che deve esprimere “il proprio parere sul superamento del periodo di formazione e di prova” (art. 1 comma 129 punto 4 l. 117/2015).

La parte attrice confonde il parere consultivo che deve essere espresso dal Comitato di valutazione con il provvedimento finale, con il quale viene attestato il mancato superamento della prova e si dispone la dispensa del docente dal servizio.

L’art. 439 d.lgs. 297/94, richiamato dal comma 120 dell’art. 1 l. 107/2015, prevede che in caso di esito sfavorevole della prova il Provveditore agli studi, sentito il consiglio nazionale della pubblica istruzione, provveda alla dispensa dal servizio; a seguito della ripartizione delle funzioni alle istituzioni scolastiche introdotta dal d.P.R. 275/99 tale previsione deve necessariamente essere letta nel senso che le funzioni in precedenza attribuite al provveditore agli studi sono oggi

attribuite al Dirigente scolastico (il primo comma dell’art. 14 del citato d.P.R. stabilisce infatti che tutte le funzioni già di competenza dell’amministrazione centrale e periferica relative allo stato giuridico ed economico del personale – fatta eccezione per quelle previste dall’art. 15 – a decorre dal 1° settembre 2000 sono attribuite alle istituzioni scolastiche): non può ravvisarsi dunque la denunciata carenza di potere in capo al Dirigente scolastico, ed il fatto che tale decisione possa essere stata preannunciata – per fatti concludenti – prima dell’emissione del provvedimento formale (ma in epoca comunque successiva alla riunione del Comitato per la valutazione, che in data 30 giugno 2017 aveva già dato parere sfavorevole alla prosecuzione del servizio da parte della ricorrente (v. doc. 24 MIUR) – non determina l’illegittimità dell’intero procedimento.

3.2 – La parte attrice dubita poi che la ricorrente, “che ha prestato le presta la sua attività lavorativa come docente da oltre otto anni, presenti gravi lacune di carattere culturale, metodo logico- didattico internazionale, tali da far richiedere al dirigente scolastico con apposita visita ispettiva”. Anche sotto tale profilo le censure della parte non si rivelano fondate.

In primo luogo si deve osservare che il d.m. 850/2015, che detta la disciplina del periodo di formazione prova ai sensi dell’art. 1 comma 118 legge 107/2015”; all’art. 14 prevede che “nel corso del secondo periodo di formazione e di prova è obbligatoriamente disposta una verifica, affidata ad un dirigente tecnico, per l’assunzione di ogni utile elemento di valutazione dell’idoneità del docente” e che in tutte le ipotesi in cui il docente manifesti gravi lacune di carattere culturale, metodologico-didattico e relazionale il Dirigente debba richiedere “prontamente apposita visita ispettiva”.

La visita ispettiva costituiva nel caso di specie un adempimento obbligatorio di fronte alle gravi carenze manifestate dalla ricorrente nell’adempimento delle sue funzioni: erano state infatti ripetutamente segnalate alla dirigenza da parte degli altri insegnanti una serie di criticità – quali, tra le altre, indolenza, mancata collaborazione, mancato rispetto degli orari di servizio, assenza di iniziativa, incapacità di gestire la classe, scarsa igiene personale, uso di un linguaggio e di toni poco appropriati, eccessivo utilizzo del cellulare durante le ore di lavoro alla docente, incapacità di preparare materiale didattico dedicato ai bambini con handicap (v. docc. 14, 16 e 23 MIUR) – già rappresentate alla ricorrente nei primi mesi dell’anno scolastico (v. convocazione del 12.12.2016, sub doc. 12 MIUR), da lei ammesse ma non adeguatamente risolte (v. verbale incontro 15.1.2016, sub doc. 13 MIUR).

Si deve poi osservare che il fatto di aver svolto precedenti docenze in regime di precariato non costituisce di per sé un indice rivelatore dell’idoneità o meno del docente allo svolgimento della sua funzione (come sembra sostenere la parte attrice), considerato che i supplenti vengono nominati sulla base della posizione in graduatoria e non sulla base di una positiva valutazione del loro operato.

La previsione legislativa di un periodo di prova dopo l’immissione in ruolo da parte del MIUR, del resto, non si traduce del resto in un trattamento deteriore rispetto a quello riservato agli insegnanti assunti da privati: i docenti pubblici, innanzitutto, fruiscono di un periodo di prova di durata ben superiore a quello previsto dai vari contratti collettivi per i dipendenti privati e la durata considerevole del periodo di prova costituisce una indubbia tutela rispetto al rischio di valutazioni arbitrarie della professionalità; i docenti pubblici, inoltre, fruiscono dell’ulteriore, enorme privilegio di poter ripetere il periodo di prova, posto che al termine dell’anno di prova il giudizio sfavorevole non comporta di per sé il recesso, ma consente di ottenere la proroga del servizio per un altro anno scolastico; anche la procedimentalizzazione del recesso al termine del secondo periodo di prova, il coinvolgimento nella fase istruttoria di terzi estranei all’ambiente scolastico nel quale sono emerse le criticità e la collegialità del parere finale costituiscono poi ulteriori, importanti strumenti di tutela del dipendente rispetto a possibili decisioni arbitrarie o discriminatorie da parte della dirigenza scolastica.

4. Oltre che generica (come da subito osservato dal Ministero), appare anche infondata la doglianza con la quale è stata fatta valere la (non meglio indicata) “violazione del principio di imparzialità e buon andamento della p.a. di cui all’art. 97 Cost.”.

Il sindacato sui vizi degli atti o comportamenti gestionali del rapporto di lavoro privatizzato (o meglio, contrattualizzato) alle dipendenze della p.a. deve infatti rigorosamente vertere su categorie civilistiche, dovendosi giudicare la condotta censurata dell’amministrazione in termini di puro inadempimento contrattuale: la giurisprudenza di legittimità esclude infatti la possibilità che il g.o. possa procedere al controllo sugli atti che incidono sul rapporto di lavoro in base ai criteri dell’imparzialità e del buon andamento dell’azione amministrativa (si veda, tra le altre, Cass.19.3.2004 n. 5565)

5. Non appare infine fondata neppure la pretesa della ricorrente di essere reinserita nell’ambito dell’Amministrazione scolastica con ruolo diverso da quello di docente.

L’istituto della mobilità invocato in ricorso (sulla base del richiamo al disposto dell’art. 3 comma 127 legge 24 dicembre 2007 n. 244) è infatti espressamente previsto e dunque applicabile soltanto in favore dei dipendenti che abbiano già superato il periodo di prova e siano stati di conseguenza immessi in ruolo. Neppure può esser poi utilmente invocato il d.m. 79/2011, citato in ricorso, che disciplina l’inquadramento nel diverso ruolo ATA dei soli docenti dichiarati inidonei per motivi di salute e non per altri motivi.

Non appare pertinente neppure l’art. 514 d.lgs. 274/94, che – come correttamente osservato dal MIUR – prevede la possibilità di un collocamento fuori ruolo solamente del personale già immesso in ruolo e dichiarato inidoneo alla funzione per motivi di salute (in proposito devono intendersi integralmente richiamate, in quanto pienamente condivisibili, le argomentazioni esposte nella

sentenza con la quale la Corte d’Appello di Torino ha escluso che tale disposizione possa esser applicata in favore dei docenti in prova: sentenza n. 333/2013, RG 1411/13, in atti).

6. In conclusione, nessuna delle doglianze della parte attrice si rivela fondata, dovendosi dunque integralmente respingere la domanda cautelare per difetto del fumus bonus iuris, senza necessità di verificare la sussistenza dell’ulteriore requisito del periculum in mora.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo sulla base dei valori medi di cui al d.m. 55/2014, con la riduzione prevista dall’art. 152 bis disp.att. cpc.

P.Q.M.

Visto l’art. 700 c.p.c.,

dichiara il difetto di legittimazione passiva dell’istituto scolastico(…) respinge il ricorso;

condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore del MIUR, liquidate in euro 1752. Così deciso in Torino, 19.3.2018

Il giudice Roberta PASTORE


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