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Bisogna rispettare il datore di lavoro?

15 Maggio 2019
Bisogna rispettare il datore di lavoro?

Obbligo di stima: il dipendente non può diffamare l’azienda, ma non deve per forza parlarne bene. Diritto di critica assicurato dalla Costituzione.

Ammettiamolo: la giurisprudenza, su questo punto, non è molto chiara. Il dipendente può criticare l’azienda, ma non può sconfinare nella diffamazione; non ha l’obbligo di stimare il datore di lavoro ma se ne parla male sui social può essere licenziato; è sempre possibile sollevare contestazioni, anche aspre – specie in un momento di forte tensione all’interno del posto di lavoro – ma purché non si tratti di una insubordinazione. Il rispetto sì, ma prima di tutto la libertà di parola e di pensiero garantita dalla Costituzione. Il confine tra lecito e illecito è labile e spesso dipende dal caso concreto. Difficile farsi un’idea in anticipo di ciò che si può fare e ciò che invece è vietato. Di qui, il comune dubbio: bisogna rispettare il datore di lavoro? Una domanda che si pongono tutti coloro che vorrebbero abbandonarsi a polemiche e lamentele per denunciare la propria condizione di sfruttamento o il clima di terrore che si respira in azienda, ma che, col timore di perdere il posto, finiscono sempre per tenere la bocca chiusa.

In questo articolo proveremo a elencare alcuni dei casi più frequenti in cui si pone il problema del rispetto al datore di lavoro. Terremo conto di una serie di precedenti pubblicati dalla giurisprudenza. Non potendo però elencarli tutti, ne richiameremo di ulteriori con i link ad altri articoli già pubblicati su questo stesso giornale. Per leggere gli approfondimenti non ti resta che cliccare sulle parole evidenziate in blu. Potrai, in questo modo, scoprire se davvero esiste il dovere di rispettare il datore di lavoro o meno.

È obbligatorio stimare il datore di lavoro?

Proprio di recente, la Cassazione ha dato il suo ultimo parere e, con una sentenza appena pubblicata [1], ha detto «Il lavoratore non ha l’obbligo di stimare il datore». O meglio, chi esclama «Che azienda di m…!» può sì essere sanzionato, ma questa sanzione non può consistere nel licenziamento. E qui si inserisce il paradosso dell’attuale legge. Se il datore opta ugualmente per il licenziamento, il provvedimento illegittimo viene annullato dal giudice e la sanzione per il datore non è la reintegra, ma solo il risarcimento del danno (ne abbiamo già parlato in Licenziamento illegittimo: c’è reintegra?). Questo consente al datore di liberarsi ugualmente del lavoratore troppo polemico pagandogli il risarcimento. 

Si deve rispettare il datore di lavoro?

Certo, il rispetto è un dovere nei confronti di qualsiasi uomo; e se riteniamo che l’antagonista del rispetto sia l’offesa all’onore e alla reputazione possiamo ben concludere che bisogna rispettare il datore di lavoro, altrimenti si rischia grosso. Quando infatti si sparla in pubblico di una persona o di un’azienda si finisce anche per essere incriminati per diffamazione. Senza dimenticare che uno degli obblighi principali di ogni dipendente è la fedeltà, un dovere generale e astratto che, all’interno, racchiude una serie di comportamenti quale appunto il rispetto. 

Si deve ossequiare il datore di lavoro?

Ma, dall’altro lato, il rispetto non significa ossequio. Si tratta di due cose ben diverse. «Non comprerei mai i prodotti dell’azienda dove lavoro» perché sono cari o non valgono il prezzo richiesto è una critica normale che non finisce per trasbordare nella diffamazione. Diffamazione che scatta quando, nella frase, sono contenute «attribuzioni specifiche e disonorevoli», un attacco gratuito cioè alla moralità altrui. Dire «il capo è un corrotto» o «un imbroglione» non ha nulla a che vedere con l’ossequio ed è certo vietato non solo dalle norme sul lavoro, ma anche da quelle penali. 

Nella sentenza in commento, la Cassazione ha detto che, prima di licenziare qualcuno perché in un momento di rabbia e disappunto si è lasciato andare a insulti nei confronti del datore di lavoro o dell’azienda che lo ha assunto, occorre controllare se il contratto di categoria prevede tra gli obblighi dei dipendenti il dovere «di stima» nei confronti del datore o dell’impresa. In caso contrario, la sanzione potrà essere di tipo “conservativo”, ossia non il licenziamento.

Si deve tutelare l’immagine dell’azienda?

Il dipendente non deve inoltre tutelare l’immagine dell’azienda, non deve cioè diventare un promoter del proprio datore, ma quantomeno astenersi da tutto ciò che, anche indirettamente, può incidere sulla reputazione di quest’ultimo e dell’azienda stessa.

In verità, a incidere maggiormente sull’obbligo di tutelare l’immagine dell’azienda sono anche le mansioni svolte dal dipendente: superiore è la qualifica, maggiore è il grado di fedeltà richiesto. Così, non è accettabile un comportamento extralavorativo di un dirigente capace di incidere sull’immagine aziendale: e ciò proprio in ragione della posizione da questo rivestita [2].

Si può criticare il datore di lavoro?

Nell’articolo Critiche al datore di lavoro: cosa si rischia abbiamo fatto alcuni esempi pratici. In genere sono già i contratti collettivi a stabilire le sanzioni in caso di offese al capo. Il diritto di critica deve muoversi sempre all’interno dei confini della “continenza”: non può cioè travalicare il fatto lamentato e risolversi in un attacco gratuito alla persona e alla sua moralità. Il lavoratore può anche criticare con toni aspri le scelte aziendali e quando ricorre alla satira deve ritenersi fisiologico l’utilizzo di immagini e espressioni forti. Questo però non significa andare oltre il fatto stesso e giungere a giudizi sulle persone che, in quanto tali, non sono mai supportati da prove reali ma subiscono il filtro della visione soggettiva di chi li manifesta. 

La Cassazione [3] ha ritenuto illegittimo il comportamento di alcuni lavoratori che avevano eseguito una rappresentazione scenica dell’impiccagione dell’amministratore delegato della società, del suo testamento e del suo funerale. Quindi, anche quando la critica si manifesta con la satira – che, per sua stessa natura, comporta un linguaggio colorito, esagerato e a volte volutamente maleducato – non si possono superare i limiti della normale convivenza civile. Il diritto di satira, insomma, non deve danneggiare l’onore, la reputazione e il decoro di chi ne è oggetto, in questo caso il datore di lavoro. 

Il dipendente può criticare le scelte aziendali del capo, esprimere il proprio disappunto in merito a delle decisioni, a un ordine di servizio, all’organizzazione dell’azienda e dei turni senza che ciò possa comportare alcuna sanzione. Non può però far ricorso a minacce o a un linguaggio volgare e diffamante [4]. Ciò vale anche per il rappresentante sindacale, nonostante il suo ruolo di antagonista all’azienda [5].

Che succede a chi parla male dell’azienda?

Chi parla male dell’azienda su Facebook può essere licenziato? La risposta è sempre la stessa: criticare è lecito, offendere no. Non si può danneggiare l’azienda con disprezzo. 

La critica insomma non deve avere come obiettivo l’offesa, non deve trascendere in invettive alla persona prive di un appiglio concreto. «I vertici dell’azienda dove lavoro sono bastardi» può avere un suono diffamatorio; meglio sarebbe scrivere «I vertici dell’azienda costringono i dipendenti a un orario di lavoro massacrante» oppure «negano i nostri diritti». Tuttavia, proprio sull’uso della parola bastardo il tribunale di Milano si è dimostrato molto permissivo [6] stabilendo che tale termine esprime certamente disistima ma non tanto da definirsi diffamatorio, in quanto non è di per sé ingiurioso.

È anche vietato screditare i colleghi: dire di un altro dipendente che è un lecchino può costare il posto [7]. Viceversa, è legittimo condividere un articolo che riguarda la propria azienda e commentarlo genericamente con una frase come «padroni così meritano disprezzo» [8].

Critiche e reazioni al datore di lavoro: come giustificarsi

Il dipendente che eccede i normali limiti può, in estrema ratio, salvarsi dicendo che è stato provocato: si pensi al capo che minacci il dipendente di licenziamento se non accetta una riduzione dello stipendio o un trasferimento in un’altra sede; o si pensi ancora a una situazione di crisi aziendale, dove gli stipendi non vengono pagati da diversi mesi, in cui il lavoratore si abbandona a uno scatto d’ira. La Cassazione ha ritenuto che, in situazioni di questo tipo, l’eccesso di irruenza nella critica al datore può essere giustificato dalla provocazione [9].

note

[1] Cass. sent. n. 12786/2019 del 14.05.2019.

[2] Cass. sent. n. 1424/2012.

[3] Cass. sent. n. 14527/18 del 6.06.2018.

[4] Cass. sent. n. 5523/2016.

[5] Cass. sent. n. 7471/2012.

[6] Trib. Milano, sent. n. 3153/2017 del 28.11.2017.

[7] Trib. Milano, decr. n. 27552 del 29.07.2013

[8] Trib. Parma, sent. n. 27/18 del 9.02.2018.

[9] Cass. sent. n. 1315/17 del 19.01.2017.


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