Diritto e Fisco | Articoli

Pensione di reversibilità per chi fa volontariato

21 Giugno 2019
Pensione di reversibilità per chi fa volontariato

Sono un giovane psicologo che per invalidità fisica ha rinunciato ad esercitare come libero professionista. Essendo ancora iscritto all’albo vorrei svolgere qualche consulenza psicologica presso una Onlus come volontario e quindi a titolo completamente gratuito. Questo mi terrebbe mentalmente attivo. Avendo diritto in un futuro alla pensione di reversibilità dei miei genitori, se svolgo consulenze gratuite come volontario di una Onlus (agli associati della Onlus) perdo il diritto alla pensione di reversibilità?

Per rispondere al quesito posto, occorre innanzitutto mettere in chiaro gli elementi caratterizzanti il rapporto di lavoro subordinato: ossia lo scambio tra prestazione lavorativa e retribuzione. In tutti i rapporti di lavoro e di collaborazione si presume che l’attività venga prestata dal dipendente o dal collaboratore dietro pagamento di una retribuzione o di un compenso. 

Dal punto di vista legale questo significa che opera quindi una presunzione di onerosità del rapporto di lavoro. Ossia, la legge dà per scontato che il lavoro viene prestato dietro pagamento, a meno che non vengano forniti elementi che fanno capire che il lavoro non è a pagamento ma è prestato a titolo gratuito. 

Infatti, non è detto che il lavoro gratuito sia vietato e che la presunzione di onerosità non possa essere superata dalla realtà dei fatti. Si pensi – come nel caso specifico – a un professionista che decide di dedicare alcune ore a settimana di consulenza ad una associazione di volontariato. 

L’attività del volontario è rivolta alla generalità della collettività e non si limita ai soli membri dell’ente: tale circostanza, tuttavia, non fa perdere al volontariato il suo carattere fondante, vale a dire l’infungibilità dell’attività prestata, in quanto personale e comunque guidata da finalità solidaristiche, che sorreggono e qualificano l’attività stessa, distinguendola così dal rapporto di lavoro subordinato. A differenza del contratto di lavoro gratuito, quale contratto atipico, il volontariato è un contratto tipico, in quanto normativamente previsto e pacificamente non qualificabile in termini di lavoro subordinato: anzi, proprio la legge sul volontariato ci offre la dimostrazione di come sia possibile “sganciare” proprio il lavoro gratuito dalla dicotomia autonomia/subordinazione. 

Sulla base di ciò, il professionista può liberamente decidere di non volere alcun corrispettivo per le ore di lavoro prestate a favore dell’associazione perché ne condivide lo scopo e la mission e vuole, con le sue competenze, dare un contributo. In questo caso il rapporto di lavoro non trova nel pagamento dello stipendio o del corrispettivo la sua ragione ma la trova su un terreno diverso, quello solidaristico, della condivisione dei valori dell’associazione alla quale si presta lavoro gratis. 

Nel caso specifico, quindi, l’attività lavorativa può essere ricondotta ad un rapporto diverso, che nasce dalla cosiddetta affectionis vel benevolentiae causa, ossia dai sentimenti che il soggetto prova nei confronti della associazione per cui decide di lavorare gratis. In questi casi il rapporto è caratterizzato dalla gratuità della prestazione, purché si riesca a dimostrare che il rapporto si fonda su una finalità di solidarietà e non sulla consueta finalità lucrativa (cfr. Cass. sent. n. 1833/2009 del 26.01.2009). 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio 



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