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Fallimento: quando l’imprenditore fallito commette reato

21 Gennaio 2018
Fallimento: quando l’imprenditore fallito commette reato

Vediamo quando l’imprenditore fallito commette reato e quali le differenze tra bancarotta semplice, fraudolenta e ricorso abusivo al credito

Non è sempre vero che l’imprenditore che fallisce è per forza di cose un cattivo imprenditore. D’altronde la strada per il successo è spesso lastricata di tentativi, fallimenti e cadute, dalle quali bisogna necessariamente rialzarsi. La crisi d’impresa, al giorno d’oggi, non può più qualificarsi come un fenomeno raro e patologico, rappresentando – al contrario – quasi la normalità dei processi aziendali (leggi, sul punto,  Quante aziende falliscono in Italia?). Per questi motivi, di recente, la materia del fallimento è stata interessata da una profonda riforma, per tutti gli approfondimenti, leggi: La riforma “salva imprese” è legge . Scopo della riforma è quello di preservare, per quanto più possibile, il patrimonio imprenditoriale e finanziario di un’azienda, in modo da rafforzare anche la capacità imprenditoriale complessiva del nostro Paese.

Ciò detto, mai fare di tutta l’erba un fascio. Ed infatti, accade spesso che la crisi di impresa sia causata da eventi che sfuggono al controllo dell’imprenditore al quale, pertanto, non può essere imputata alcuna responsabilità. Tuttavia, può anche accadere che, nel ricostruire gli affari dell’impresa, il curatore fallimentare si renda conto che, in realtà,  il dissesto è stato provocato o aggravato dal comportamento colposo o doloso dell’imprenditore. Oppure che, quest’ultimo, trovandosi in stato di insolvenza, abbia cercato di frodare i creditori per trarne profitto. Ebbene, è proprio in questi casi che il comportamento dell’imprenditore fallito diventa penalmente rilevante. Vediamo, dunque, quando l’imprenditore fallito commette reato e quali le differenze tra bancarotta semplice, bancarotta  fraudolenta e ricorso abusivo al credito.

Fallimento: quali reati può commettere il fallito?

Prima di analizzare i reati fallimentari è bene precisare quanto segue. Nell’esercizio dei propri compiti, il curatore fallimentare deve sempre presentare al giudice del fallimento una relazione sulle cause del fallimento e sulla diligenza del fallito nell’esercizio di un’impresa, anche al fine di individuare eventuali responsabilità penali. Ed infatti, se l’insolvenza è stata causata o aggravata dal comportamento colposo o doloso dell’imprenditore, questi potrebbe essere imputato dei seguenti reati:

  • bancarotta semplice;
  • bancarotta fraudolenta;
  • ricorso abusivo al credito.

Non è più richiesta, invece, come avveniva in passato, un’indagine sul tenore di vita, più o meno dispendioso, dell’imprenditore e della sua famiglia.

Ciò premesso, vediamo quando l’imprenditore fallito commette reato e quali le differenze tra bancarotta semplice, bancarotta  fraudolenta e ricorso abusivo al credito.

Bancarotta fraudolenta

Il termine “bancarotta” è – già di per sé – evocativo, tanto che trae forse origine dall’antico uso di rompere il banco del mercante medioevale divenuto insolvente.

Commette il reato di bancarotta fraudolenta [1] chi:

  • dolosamente distrae,  occulta o dissipa, anche in parte, i propri beni, per sottrarli ai creditori. Si parla, in questi casi, anche di bancarotta per distrazione;
  • allo stesso fine, sottrae, distrugge o falsifica le proprie scritture contabili. Si parla, in questi casi, anche di bancarotta documentale;
  • favorisce alcuni creditori in danno di altri. Si parla, in questi casi, anche di bancarotta preferenziale;

Il reato di bancarotta fraudolenta è punito con pena detentiva e la condanna comporta, come pena accessoria, anche l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso  qualsiasi impresa per la durata di 10 anni.

Bancarotta semplice

La bancarotta semplice [2] è un reato colposo, dunque è meno grave della bancarotta fraudolenta, la cui condotta è, invece, connotata dal dolo dell’imprenditore. Commette il reato di bancarotta semplice il fallito che:

  • ha aggravato il proprio dissesto non chiedendo per tempo la dichiarazione di fallimento;
  • ha fatto spese personali eccessive rispetto alle sue capacità di reddito ed alla sua condizione economica;
  • ha dissipato una parte notevole del proprio patrimonio in operazioni eccessivamente rischiose;
  • ha compiuto operazioni altamente imprudenti per ritardare il fallimento;
  • non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo fallimentare;
  • ha omesso, nei 3 anni precedenti al fallimento, di tenere le scritture contabili obbligatorie o le abbia tenute in modo irregolare , così da non consentire un’agevole ricostruzione dei propri affari e individuare le proprie responsabilità.

La bancarotta semplice è punita con la reclusione da 6 mesi a 2 anni e la condanna comporta, come pena accessoria, anche l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso  qualsiasi impresa per la durata di 2 anni.

Il ricorso abusivo del credito

Il ricorso abusivo del credito è il reato commesso dall’imprenditore che cela il suo stato di insolvenza al fine di continuare a ottenere credito. In altri termini, l’imprenditore fa finta che tutto va bene per continuare ad ottenere crediti e finanziamenti.

Le conseguenze di una simile condotta non sono poco rilevanti. Ed infatti, dal ricorso abusivo del credito può derivare un pregiudizio:

  • al patrimonio dell’impresa ingiustificatamente finanziata, che vedrà accrescere i propri debiti;
  • nei confronti dei creditori dell’impresa in crisi. La persistenza (anch’essa ingiustificata) dell’impresa nel mercato, infatti, reca inevitabilmente con sé l’ampliamento dell’esposizione debitoria verso una ampia serie di terzi, nei confronti dei quali vengano assunte obbligazioni.

Il reato è punito con la reclusione fino a 2 anni ed anche a questo reato si applicano le pene accessorie dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso  qualsiasi impresa per la durata di 3 anni.

 

 

 

 


note

[1] Art. 216 L. fall.

[2] Art. 217 L. fall.


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