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Come descrivere le mansioni svolte

15 Giugno 2019
Come descrivere le mansioni svolte

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Giugno 2019



Durante il rapporto di lavoro è bene essere sempre consapevoli delle mansioni svolte poiché questa informazione potrebbe rilevarsi utile in futuro.

L’assunzione di un dipendente non è mai casuale, ma deriva dalla necessità dell’azienda di ricoprire una figura professionale scoperta. Per questo nel contratto di lavoro vengono descritte le cosiddette mansioni del lavoratore, ossia, le attività che è chiamato a svolgere  a favore del datore di lavoro in esecuzione del contratto di lavoro.

A volte, però, nel concreto svolgersi del rapporto, il dipendente viene chiamato a fare altro rispetto a ciò che, da contratto, gli spetta di fare. In questi casi possono nascere delle controversie legali con il datore di lavoro. Infatti, se le mansioni a cui il dipendente viene adibito sono inferiori a quelle del contratto si profila un demansionamento e dunque un danno per il dipendente. Se, viceversa, le mansioni sono superiori a quelle contrattuali si profila il diritto del dipendente ad una maggiore retribuzione. In tutti i casi, il dipendente sarà chiamato, se vuole far valere i propri diritti, a confrontarsi con un tema: come descrivere le mansioni svolte.

Da questo punto di vista, al dipendente che ritiene di essere stato adibito a mansioni diverse da quelle previste nel contratto si consiglia di appuntarsi in maniera specifica ed analitica le mansioni effettivamente svolte, indicando anche i nomi delle persone che potrebbero, in un eventuale giudizio, testimoniare le mansioni cui il lavoratore era realmente adibito.

Cosa sono le mansioni?

Come abbiamo detto in premessa, le aziende non assumono i dipendenti in modo casuale, ma lo fanno per coprire le loro esigenze di personale.

Le esigenze di manodopera cambiano nel tempo per varie ragioni ed è dunque necessario adeguare la forza lavoro alle mutate esigenze. Ogni figura professionale che viene assunta in un determinato contesto aziendale ha delle funzioni, delle attività da svolgere. Le mansioni sono, per l’appunto, tutte quelle attività che il prestatore di lavoro è chiamato a svolgere in esecuzione del contratto individuale di lavoro.

Le mansioni sono strettamente legate alla figura professionale che è, anzi, in un certo senso, l’insieme delle mansioni da svolgere.

Per fare un esempio, se un dipendente viene assunto per ricoprire la figura professionale di cameriere di sala dovrà svolgere mansioni come apparecchiare e sbarazzare i tavoli, prendere le ordinazioni presso gli avventori del locale, servire i pasti e le bevande richieste, fare il conto, sistemare la sala alla fine del servizio, etc.

Le mansioni devono essere specificate nel contratto individuale di lavoro che può anche fare riferimento alla cosiddetta declaratoria contrattuale presente nel contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro.

Mansioni ed inquadramento contrattuale

Esiste un nesso molto stringente tra mansioni e livello di inquadramento contrattuale. L’inquadramento contrattuale è il livello nel quale viene inquadrato il dipendente all’interno della classificazione del personale propria del contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro.

Per capire questo concetto facciamo un passo indietro. I contratti collettivi nazionali di lavoro prevedono, per ogni settore, una serie di norme tra cui la classificazione del personale. Il personale viene suddiviso in livelli di inquadramento che vanno dal più basso al più alto sulla base delle competenze richieste al dipendente, della natura meramente esecutiva o di concetto delle mansioni assegnate, del livello di autonomia, del ruolo gerarchico in azienda, etc.

Alcuni Ccnl:

  • prevedono una classificazione del personale che esprime i livelli in lettere (a, b, c, d, e, etc.). In altri casi, i livelli sono espressi in numeri (1, 2, 3, 4, etc.);
  • oltre a prevedere i livelli, indicano le cosiddette declaratorie ossia spiegano in modo discorsivo quali sono le caratteristiche del dipendente che è inquadrato in quel livello, specificando se deve compiere mansioni esecutive o di concetto, se deve coordinare o meno altri dipendenti, etc.;
  • fanno un passo in più e indicano, per ciascun livello, i profili professionali più importanti, descrivendone le mansioni.

Torniamo all’esempio del cameriere di ristorante. Il Ccnl Pubblici Esercizi prevede che appartengono al quarto livello di inquadramento i lavoratori che, in condizioni di autonomia esecutiva, anche preposti a gruppi operativi, svolgono mansioni specifiche di natura amministrativa, tecnico-pratica o di vendita e relative operazioni complementari, che richiedono il possesso di conoscenze specialistiche comunque acquisite. Nella colonna accanto viene indicata una carrellata di figure professionali che rientrano in questo livello tra le quali anche il cameriere di ristorante.

In questi casi, non è necessario che nel contratto di lavoro ci sia una descrizione dettagliata delle mansioni cui sarà adibito il dipendente in quanto tali informazioni sono ricavabili anche dal Ccnl al quale, dunque, sarà sufficiente fare un richiamo.

Mansioni: lo jus variandi

La legge [1] prevede che il lavoratore sia adibito alle mansioni per cui è stato assunto oppure a mansioni equivalenti. In alcuni casi, tuttavia, questa regola generale può essere derogata e il datore di lavoro può in maniera unilaterale modificare le mansioni cui il dipendente è adibito, ma con dei limiti stringenti fissati dalla normativa.

Se lo jus variandi del datore di lavoro viene esercitato al di là dei limiti di legge siamo di fronte ad un comportamento illegittimo.

In particolare, se il dipendente viene adibito a mansioni inferiori a quelle previste nel contratto il suo bagaglio professionale viene danneggiato e il dipendente può dunque agire per il risarcimento del cosiddetto danno da demansionamento.

Facciamo un esempio. Il cameriere di sala, inquadrato al quarto livello del Ccnl Pubblici Esercizi, viene adibito a mansioni di mera pulizia.

Il Ccnl prevede che il personale di fatica e/o pulizia sia inquadrato al sesto livello al quale appartengono i lavoratori che svolgono semplici attività anche con macchine già attrezzate.

La situazione opposta si verifica in caso di adibizione a mansioni superiori. È il caso dell’addetto alle pulizie, assunto con inquadramento al sesto livello del Ccnl Pubblici Esercizi, che viene messo a fare il cameriere di sala.

In questo caso la legge prevede che l’adibizione a mansioni superiori deve durare al massimo tre mesi o il diverso lasso temporale previsto dal Ccnl e nel periodo di adibizione al dipendente spetta la retribuzione relativa al superiore livello. Se si supera il periodo massimo l’adibizione diventa definitiva con necessaria modifica dell’inquadramento contrattuale del dipendente.

Se tutto ciò non avviene e il dipendente continua a percepire la retribuzione relativa al suo livello di inquadramento, nonostante sia adibito a mansioni superiori, avrà diritto alle cosiddette differenze retributive tra il trattamento economico percepito e quello che gli sarebbe spettato a causa delle mansioni superiori svolte.

Mansioni: come descriverle

In entrambi i casi descritti, il lavoratore dovrà avviare un’azione nei confronti del datore di lavoro per ottenere, nel primo caso, il risarcimento del danno da demansionamento e, nel secondo caso, le differenze retributive.

In entrambi i casi, sarà fondamentale per l’esito dell’eventuale giudizio la capacità del lavoratore di dimostrare con delle prove (documenti o testimonianze) la tipologia di mansioni a cui era realmente addetto con un’istruttoria il più articolata possibile.

In questo tipo di azioni, infatti, incombe sul lavoratore che vuole ottenere il danno da demansionamento o le differenze retributive da superiore inquadramento l’onere della prova pieno.

Più nel dettaglio il dipendente deve provare in giudizio:

  • quali sono le mansioni che sono state previste nel contratto e alle quali dunque doveva essere adibito;
  • quali sono le mansioni alle quali è stato realmente adibito;
  • in caso di richiesta di differenze retributive per mansioni superiori il dipendente deve anche dimostrare a quale livello di inquadramento contrattuale corrispondono le mansioni a cui è stato adibito al fine di verificare qual è il trattamento economico che gli sarebbe spettato in base alle mansioni svolte.

Il giudizio che si apre in questi casi consiste, infatti, sul confronto tra la realtà dei fatti, come dimostrata dal lavoratore attraverso le prove a sua disposizione, e la realtà giuridica. In particolare, il giudice mette a confronto la declaratoria prevista nel Ccnl, con l’elencazione delle mansioni che fanno parte di quel determinato livello contrattuale, e le mansioni svolte nella realtà dei fatti dal dipendente.

Qualora venga richiesto il danno da demansionamento, il dipendente deve anche fornire la prova del danno subito e, cioè, dimostrare che l’illegittima adibizione a mansioni inferiori ha provocato una lesione nella sfera giuridica del lavoratore.

In questo caso, il danno consiste essenzialmente nello svuotamento del bagaglio professionale acquisito negli anni dal dipendente che si ritrova ad essere penalizzato in quanto non può più dedicarsi alle mansioni nelle quali ha acquisito la sua specializzazione, ma deve svolgere mansioni con un contenuto professionale più basso, perdendo così chances per il futuro.

La prova di questo danno è molto difficile e dunque la giurisprudenza ammette anche il ricorso a presunzioni.

Sul punto, è intervenuta, anche di recente, la Cassazione [2] affermando che il danno esistenziale, sofferto da un lavoratore in conseguenza di un demansionamento subito, può essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo, quindi, fondamentale rilievo la prova per presunzioni.

La Cassazione, ha confermato che il danno da demansionamento non è in re ipsa (e dunque automatico), tuttavia la sua prova può essere data anche attraverso l’allegazione di presunzioni gravi, precise e concordanti. A tal fine, possono essere valutati, quali elementi presuntivi, la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

La Corte apre dunque alla prova per presunzioni del danno da demansionamento affermando che tale tipologia di danno può essere dimostrata in giudizio con ogni mezzo consentito dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni.

note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Cass. ordinanza n. 21 del 03.01.2019.

Autore immagine: 123rf com.


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