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Il marchio Made in Italy: chi può usarlo e quando

18 Giugno 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Il marchio Made in Italy: chi può usarlo e quando

Nuovi strumenti di legge per una migliore tutela delle eccellenze italiane e contro le delocalizzazioni selvagge.

AAAA! Sì hai letto bene. Una quaterna di lettere A che storicamente si lega ai quattro tradizionali settori che nel tempo hanno contraddistinto l’ingegno italiano nel mondo. Più semplicemente, quando si parla de “Le quattro A” s’intende richiamare i settori dell’abbigliamento, dell’arredamento, dell’agroalimentare e delle automobili, da “sempre” il fiore all’occhiello del buon gusto italiano, siglato dall’espressione inglese “made in Italy” che in italiano significa “fatto in Italia”. A dirla così, sembrerebbe quasi un controsenso che l’eccellenza italiana si avvalga di un termine preso in prestito dal dizionario inglese, ma l’origine storica chiarirà il perché.

I produttori italiani del dopoguerra si trovarono a fronteggiare la falsificazione della produzione artigianale e industriale che oltrepassava il confine nazionale. I prodotti italiani all’estero, infatti, erano stati in grado di aggiudicarsi una notorietà e un primato con relativo vantaggio commerciale, tale da indurre gli altri alla falsificazione, pur di agganciarsi a quel trend in ascesa. Quindi, per scoraggiare la concorrenza straniera si cominciò ad usare la sigla inglese “made in Italy” sinonimo di qualità, eleganza, cura dei dettagli, fantasia del disegno e delle forme.

Se sei interessato a saperne di più in merito all’esatta provenienza dei prodotti che acquisti e al significato che si cela dietro le varie etichette che contraddistinguono i beni in commercio, leggi questo articolo sul marchio made in Italy: chi può usarlo e quando? Varie sono le leggi che soprattutto negli ultimi anni si sono succedute sul punto, vista la necessità crescente di rafforzare le difese del mercato nazionale nei confronti dei falsi mascherati da merce italiana. Un ambito quella della contraffazione in crescita esponenziale che richiede allerta e conoscenza delle regole.

Made in Italy: è marchio di origine o di provenienza?

Origine e provenienza sono due termini solo in apparenza potenzialmente sinonimi.

Ai fini di questo approfondimento, il concetto di origine non deve essere confuso con quello di provenienza di un bene; infatti, mentre la provenienza indica il luogo da cui un bene viene spedito, l’origine indica invece il luogo di principale produzione del bene medesimo. Non a caso il marchio “made in Italy” è un marchio d’origine che dovrebbe significare che il bene da esso contraddistinto è stato prodotto in Italia. In realtà, il sempre più frequente fenomeno delle delocalizzazioni fa sì che anche prodotti approntati all’estero possano poi ricevere il marchio “made in Italy”. Nei passaggi che seguono vedremo di approfondire la questione.

Cosa significa oggi made in Italy?

Il marchio di origine “made in Italy” alla luce dei regolamenti di matrice europea [1] e del Codice doganale dell’nione (d’ora in poi abbreviato in Cdu) [2] può essere apposto su prodotti variamente classificabili è cioè individuati secondo i seguenti due criteri:

  • criterio delle merci interamente ottenute;
  • criterio dell’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale.

Analizziamo entrambi i casi più da vicino al fine di comprenderne meglio le implicazioni che coinvolgono sia il consumatore che l’imprenditore.

Criterio delle merci interamente ottenute

E’ questo il caso delle merci interamente ottenute in un unico paese o territorio. Se, ad esempio, il filato utilizzato per la realizzazione della maglia da vendere è prodotto e realizzato in Italia, come anche la lavorazione e la finitura, va da sé che, senza ombra di dubbio, la maglia finale dovrà essere considerata originaria di tale paese, quindi idonea ad essere contraddistinta dal marchio “made in Italy” [3].

Criterio dell’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale

Diverso il caso in cui per la realizzazione di un prodotto finito abbiano collaborato due o più paesi. Per dirimere, sin da subito, eventuali controversie su quale sia da considerarsi il paese d’origine, è lo stesso Cdu che taglia, come si dice, la testa al toro.

Le merci sono considerate originarie del paese o del territorio in cui hanno subìto:

  • l’ultima trasformazione;
  • lavorazione sostanziale.

Volendo riferire questo dettato normativo alle merci da contraddistinguere con il marchio “made in Italy”, che significa tutto ciò dal punto di vista pratico? Semplicemente che anche prodotti non interamente fabbricati in Italia, possono legalmente fregiarsi del marchio “made in Italy”. Scendendo ancora più a fondo, cerchiamo ora di capire a quali trasformazioni e lavorazioni allude la normativa citata.

Premesso che la lettera della legge non fornisce alcuna specificazione al riguardo, evidenziamo quali interpretazioni sono state date al riguardo dagli operatori del settore. Prendendo, ad esempio, il caso di un articolo calzaturiero, laddove la tomaia (cioè la parte esteriore e superiore della scarpa) e la suola costituiscano un tutt’uno, in quanto semilavorato realizzato in Cina, la successiva fabbricazione che dovesse essere fatta in Italia non sarebbe sufficiente ad attribuire a quella calzatura il marchio “made in Italy”, per cui dovrà essere apposto piuttosto il marchio “made in China“.

In altri termini, se la lavorazione effettuata in Italia è solo di carattere marginale, e non sostanziale, il prodotto non potrà portare la dicitura di provenienza italiana.

Se invece solo la suola dovesse essere di origine cinese e la sovrastante tomaia e fabbricazione entrambe italiane, ciò legittimerebbe all’uso del marchio “made in Italy”. Tutto questo sta a significare che con il suddetto marchio oggi si possono contraddistinguere prodotti molto vari quanto a produzione e fabbricazione, per cui è “made in Italy” tanto la merce realizzata interamente in Italia, quanto quella prodotta/realizzata parzialmente all’estero.

Cosa succede nel caso di uso improprio del marchio made in Italy?

La legge è chiarissima al riguardo distinguendo addirittura l’ipotesi di origini false da quelle fallaci, vale a dire ingannevoli. Entrambi questi casi sono disciplinati dal codice penale italiano in un apposito articolo di legge [4].

Nel dettaglio, le conseguenze in cui si rischia d’incorrere a seguito di uso improprio del marchio “made in Italy” sono le seguenti:

  • reclusione fino a due anni e multa fino a 20.000 euro in caso di falsa indicazione di origine di un prodotto;
  • sanzioni amministrative in caso d’indicazioni di origine fallaci.

Per cui mentre il caso di indicazione radicalmente falsa non merita approfondimento per la sua ovvietà, vediamo invece quando un’indicazione di origine potrebbe essere reputata idonea a trarre in inganno il pubblico dei consumatori.

Riferendoci ad un caso realmente accaduto, gli Ermellini, hanno ritenuto che la dicitura “designed & produced by Alfa srl Rovereto Italy” su prodotti provenienti dalla Moldavia fosse idonea a trarre in inganno il consumatore circa l’origine e la provenienza del prodotto. In tale caso quindi il rischio è d’incorrere in un illecito amministrativo.

Quindi attenzione nel fare uso di espressioni, o segni raffiguranti ad esempio il tricolore tali da indurre in errore il consumatore sull’origine del prodotto.

Marchio 100% made in Italy: cos’è?

Considerato lo svilimento a cui nel tempo il marchio “made in Italy” è andato soggetto, sia per effetto del crescente fenomeno della contraffazione, nonché della delocalizzazione fatta dagli imprenditori per abbattere i costi, il legislatore ha voluto fare, per così dire, una contromossa.

Nel 2009, una nuova normativa [6] è apparsa sulla scena proprio al fine di premiare le imprese che si sforzano di mantenere la produzione in via esclusiva in Italia. Il prodotto italiano è classificabile come “100% made in Italy” se rispetta contemporaneamente tutte le seguenti condizioni:

  • disegno;
  • progettazione;
  • lavorazione;
  • confezionamento.

Devono essere tutti realizzati esclusivamente in territorio italiano, senza se e senza ma.

Una garanzia per il consumatore fedele al “made in Italy” più genuino e autentico, visto che questo non è un marchio qualunque, bensì un marchio collettivo, vale a dire un marchio che certifica una data qualità. Per ulteriori approfondimenti sul significato di marchio collettivo, clicca qui.

Trattandosi di una certificazione, in questo caso non è ammesso il sistema “fai da te”, ma si richiede espressamente che la certificazione del “100% made in Italy” sia rilasciata dall’Istituto per la tutela dei produttori italiani (Itpi), con sede a Fermo, dietro apposita procedura.

L’Itpi ha quindi elaborato anche il regolamento del sistema di certificazione “IT01 – 100% Qualità Originale Italiana”, mentre l’istruttoria e la gestione dei rapporti con l’azienda per la certificazione vengono effettuate da Promindustria Spa. Gemelli diversi del marchio “100% made in Italy” sono anche “100% italiano” o “tutto italiano“, quindi diciture in buona sostanza di identico contenuto e impatto verso il pubblico.

Quali sono i requisiti per ottenere il marchio 100% made in Italy?

E’ il regolamento del sistema di certificazione a stabilire dettagliatamente quali sono i requisiti necessari per ottenere la certificazione del 100% italiano dei prodotti che quindi devono essere:

  • fabbricati interamente in Italia;
  • realizzati con semilavorati italiani;
  • costruiti con materiali naturali di qualità e di prima scelta;
  • realizzati con disegni e progettazione esclusivi dell’azienda che fa richiesta;
  • costruiti adottando le lavorazioni artigianali tradizionali tipiche italiane;
  • realizzati in osservanza dei criteri di sicurezza;
  • realizzati in osservanza delle norme sull’igiene.

Una volta che il prodotto avrà superato “a pieni voti” questo esame di qualità, l’impresa certificata dovrà utilizzare i segni distintivi rilasciati dall’ITPI, dotati di marchio olografico anti-contraffazione e di numerazione progressiva.

Un ulteriore giro di vite contro le delocalizzazioni selvagge e a difesa del made in Italy si avrà se passerà la proposta di legge depositata il 26 febbraio a Montecitorio a difesa dei marchi storici italiani e contro chi produce all’estero.


Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Reg. CE n. 450/2008.

[2] Reg (UE) n. 952/2013.

[3] Art.6 n.1 Reg. (UE) n.952/2013 Reg. Del. UE n. 2446/2015 Reg. di Es. UE n. 2447/2015, Reg. Del. UE n. 341/2016.

[4] Art.517 cod. pen.

[5] Cass. n.2648/06.

[6] D.L. 135/09 conv. in L. n. 166/09.

Autore immagine: 123rf com.


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