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Cosa sono le accise?

20 Maggio 2019 | Autore:
Cosa sono le accise?

Le accise: cosa sono, come funzionano, come si applicano ed a quanto ammontano; chi le paga davvero e perché.

Le accise sono imposte applicate sulla fabbricazione o sulla vendita di specifici prodotti: innanzitutto i carburanti, come la benzina, il gasolio ed il gpl, ma anche l’energia elettrica ed il gas metano, fino ad arrivare alle sigarette ed alle bevande alcoliche (la birra è colpita, il vino no). Queste tasse sono odiate dai consumatori perché colpiscono in modo pesante i carburanti e l’energia che tutti acquistiamo. Incidono moltissimo sul prezzo finale: i due terzi di quello che paghiamo per il rifornimento di carburante è costituito da accise ed Iva. Le due imposte purtroppo si applicano insieme; l’una non esclude l’altra. Mentre l’Iva è alla consueta aliquota del 22%, le accise (sommate tra loro, come vedremo) mettono un carico molto più alto. Il risultato è davvero gravoso per i portafogli dei consumatori.

Per capire bene quanto paghiamo su ogni litro di carburante (ed anche sull’energia elettrica, le sigarette e le bevande alcoliche) dobbiamo innanzitutto spiegare in termini semplici e comprensibili cosa sono le accise e come funzionano; da qui potremo scoprire perché queste imposte servono bene alle casse dello Stato ma svuotano le tasche del cittadino. In questo modo potremo farci un giudizio sulla loro equità o meno e quindi sull’opportunità di abolirle o almeno di ridurne l’importo; l’argomento è oggetto dell’attuale dibattito politico.

Possiamo anticipare che il “trucco” che rende le accise così utili per le casse statali consiste nel fatto che si applicano su pochi tipi di prodotti accomunati dal fatto di essere prodotti in maniera accentrata, in pochi settori industriali: i prodotti petroliferi, i tabacchi lavorati, l’energia. E’ semplice per il Fisco controllare i quantitativi prodotti in ogni stabilimento oppure importati dall’estero (la produzione ed i depositi sono fiscalmente vigilati) e da qui applicare le accise, facendole calcolare e versare a queste grandi società di produzione o di distribuzione; esse però, appena mettono il prodotto in vendita per il consumo, scaricano interamente questo costo sulle spalle dell’acquirente dei beni, facendo così pagare tutta l’accisa a lui.

Così, alla fine, le accise le pagano i cittadini in base ai consumi di questi prodotti. Siccome i carburanti e l’energia sono necessari per tutti e non possiamo praticamente farne a meno, paghiamo molto più di quanto si dovrebbe se il sistema fiscale fosse equo. Vediamo allora in dettaglio cosa sono le accise, come funziona questa pesante tassa e perché si paga così tanto: scopriremo molte cose interessanti, che probabilmente ti faranno anche arrabbiare, appena vedrai come le accise sono nate e si sono sviluppate e radicate nel sistema tributario.

Accise: cosa sono?

Le accise rientrano nella categoria delle imposte indirette, quelle che si applicano sui consumi. Le imposte dirette, invece, si applicano sui redditi e sui patrimoni a prescindere da quanto viene effettivamente speso. Lo Stato prende “a tenaglia” i cittadini, nel senso che considera sia la capacità di spesa potenziale o addirittura astratta, cioè quella derivante dal possesso di redditi e di beni patrimoniali, sia i consumi concreti che si manifestano, come nel caso dell’Iva e delle accise che colpiscono appunto i beni compravenduti.

In sintesi, dobbiamo pagare tasse sia quando guadagniamo (o possediamo beni patrimoniali) sia quando spendiamo per gli acquisti; nel caso dei carburanti e dell’energia elettrica e gas, il macigno sono proprio le accise, che si aggiungono all’Iva, anzi arrivano prima, nel senso che l’Iva si applicherà non solo sul prezzo base, ma anche sulle accise stesse.

Le accise comprendono sia le imposte di fabbricazione sia quelle di consumo. Le imposte di fabbricazione scattano quando il prodotto ha completato il ciclo produttivo, è finito ed è pronto per essere messo in commercio; le imposte di consumo si applicano dal momento in cui il prodotto viene effettivamente messo in vendita. Nel primo caso si tassa il prodotto, nel secondo l’uso del prodotto.

Ai fini pratici, però, questa distinzione conta poco e possiamo considerare unitariamente queste due categorie nella comune definizione di accise: in entrambi i casi, infatti, il tributo è esigibile al momento dell’immissione in consumo (esempio: l’elettricità al momento della fornitura, il carburante all’atto del rifornimento, ecc). E’ in questa fase che l’imposta viene incorporata nel prezzo di vendita: per questo che paghiamo il prodotto che acquistiamo molto più di quanto “vale”, cioè di quanto costa al fabbricante ed agli intermediari che lo pongono in commercio.

Del resto, il termine accisa (che deriva dal tardo latino medioevale) è stato preso a base comune per definire in modo uniforme questo settore d’imposta, che rimane controverso ed “antipatico” alla platea dei contribuenti per il modo in cui si applica e per le distorsioni che crea, come vedremo subito.

La vera particolarità di queste tasse, che rappresenta il segreto della loro formula vincente per lo Stato, è che sono molto “primitive” nel metodo di calcolo (si basano sulla quantità anziché sul valore delle merci), ma anche molto facili da applicare; quindi i governi le hanno sempre incrementate con grande disinvoltura per fronteggiare le più varie esigenze di bilancio nel corso del tempo.

Purtroppo, alla fine esse ricadono alla fine sempre sul consumatore perché il produttore ed i grossisti le incorporano nel prezzo pagato dall’acquirente finale del prodotto; per questo sono più brutali ed inique rispetto alle altre imposte, che tengono conto del valore dei beni, del reddito complessivo e di altri fattori correttivi per rispettare il principio di capacità contributiva imposto dalla Costituzione [1].

Accise: quali prodotti riguardano?

La materia delle accise è disciplinata da un apposito testo normativo [2] che ha cercato di armonizzare (non sempre riuscendoci) la disciplina nazionale con quella degli altri Paesi dell’Unione Europea, in modo da evitare difformità nei beni di circolazione comune.

Le accise attualmente in vigore si applicano su questi beni:

  • oli minerali e loro derivati: quindi benzina e gasolio innanzitutto, ma anche il gpl (gas di petrolio liquefatto);
  • alcool e bevande alcooliche: dunque liquori, grappe, brandy ed anche la birra; il vino invece è escluso (l’accisa c’è, ma in Italia è pari a zero, quindi in pratica non incide sul prezzo);
  • fiammiferi (è un’imposta di fabbricazione che rientra nelle accise);
  • tabacchi lavorati (a partire dalle sigarette);
  • energia elettrica (è l’imposta di consumo applicata in bolletta);
  • gas metano per autotrazione ed anche per uso domestico, come cucina e riscaldamento;
  • oli lubrificanti, come l’olio per i motori.

Tutte queste categorie hanno in comune il fatto che la loro produzione è accentrata in pochi stabilimenti industriali ed i quantitativi movimentati e giacenti in deposito sono controllabili abbastanza facilmente: a differenza dell’Iva, che riguarda una marea di prodotti che spesso sfuggono alla tassazione, qui il controllo del Fisco è agevole e le possibilità di evasione sono ridotte.

Accise: come funzionano e come si calcolano?

Le accise si differenziano dall’Iva perchè quest’ultima, come ben sappiamo, si calcola sul prezzo del prodotto (all’imponibile si applica l’aliquota d’imposta: 4, 10 o 22% a seconda dei prodotti) mentre le accise si applicano in base al quantitativo prodotto o venduto: nel caso dei carburanti liquidi, ad esempio, la misura è espressa in litri.

Da questo già capiamo perché quando il costo del petrolio scende il prezzo dei carburanti non cala nella stessa misura: l’accisa si applica sulle quantità e rimane insensibile alle variazioni di prezzo! Un litro di diesel o di benzina paga la stessa accisa a prescindere dal prezzo variabile: l’imposta rimane costante e alla fine il prezzo complessivo che paghiamo non scende.

Il calo dei prezzi petroliferi incide, invece, sull’Iva (quando il prezzo scende la base imponibile si riduce) ma alla fin dei conti il risparmio è modesto perché, come vedremo tra poco, le accise “pesano” molto di più in percentuale: così il prezzo di vendita del carburante alla pompa rimane sempre alto.

Nel caso dei carburanti di cui ci riforniamo per i nostri trasporti, l’accisa si è “stratificata” nel corso dei decenni. Se verifichiamo la composizione del costo del carburante per capire quante tasse paghiamo abbiamo un’amara sorpresa: la prima accisa fu inserita dal Regno d’Italia nel 1935 per finanziare il costo della guerra in Etiopia ed è rimasta in vigore sino ad oggi, nonostante l’Italia non abbia più colonie da oltre 70 anni!

Ad essa se ne sono aggiunte poi molte altre nel corso del tempo, complessivamente ben 17, come quella per il disastro del Vajont nel 1956, per l’alluvione di Firenze nel 1976, dei terremoti in Friuli (1976) in Irpinia (1979) l’Aquila (2009) e l’Emilia (2012) ma anche per finanziare le missioni di pace in Libano ed in Bosnia o provvedimenti legislativi come il decreto “Salva Italia” del dicembre 2011 [3]. Insomma, il sistema ha sempre funzionato ed è stato sempre utilizzato (in Italia e non solo) per finanziare le più disparate esigenze delle tasse statali. Tutte queste accise poi si sommano tra loro, le più recenti non hanno mai abolito le precedenti ma si sono aggiunte ad esse.

La cosa più sorprendente è che tutti questi adeguamenti avrebbero dovuto essere temporanei per finanziare esigenze transitorie ed eccezionali (in questo senso si è parlato di accisa come “imposta di scopo”, legata ad obiettivi specifici anziché ad esigenze generali), ma nella realtà si sono cristallizzati e non sono mai stati aboliti, neppure quando era ormai venuta meno la ragione della loro applicazione iniziale. Vedremo tra poco che per lo Stato è molto più facile applicare o mantenere un’accisa piuttosto che intervenire sulle aliquote Irpef o sull’Iva o su altri sistemi di tassazione.

Accise: quanto paghiamo davvero?

Il risultato è molto gravoso per le tasche dei contribuenti: la somma di queste aliquote supera abbondantemente i 60 centesimi per litro, che si aggiungono all’imposta di fabbricazione del prodotto petrolifero applicata in partenza e su tutto questo si applica anche l’Iva al 22%.

Infatti le accise sui carburanti incidono attualmente per circa due terzi del valore del prodotto che acquistiamo (per la precisione, qualcosa in più per la benzina e qualcosa in meno per il diesel: secondo i dati del Mise, l’accisa sulla benzina è 0,728 centesimi al litro mentre quella sul gasolio è di 0,6117; però il prezzo industriale del gasolio è un pò più alto della benzina, circa 38 centesimi al litro rispetto a 35, quindi le due differenze in parte si compensano).

Tutto questo ancora non basta: il prezzo così calcolato, cioè valore del prodotto più accisa, è sottoposto anche all’Iva, dunque in sostanza paghiamo un’imposta sull’imposta, perché la base per applicare l’Iva è il prezzo già comprensivo di accisa.

Il carburante se non ci fosse questa “componente fiscale” di accise ed Iva costerebbe un terzo rispetto a quanto lo paghiamo effettivamente. Diciamo, ai prezzi attuali, circa 50 centesimi al litro anziché 1 euro e 50 centesimi. Immagina quindi quanto costerebbe il carburante senza accise rispetto a quello che paghiamo e quanto sarebbe possibile risparmiare ad ogni rifornimento e in ogni anno in tutti i rifornimenti necessari per la nostra autovettura.

Lo strano fenomeno delle accise più Iva

La giustificazione che le leggi tributarie e la giurisprudenza forniscono per questo strano fenomeno è del tutto formale: siccome l’accisa si applica sulle quantità prodotte mentre l’Iva sul valore dei prodotti, la base imponibile dei due tributi è diversa. Con questo ragionamento diventa possibile applicare l’Iva su un ammontare che appunto comprende già l’accisa che è stata inserita nel prezzo di vendita dal produttore, importatore o grossista (nel caso dell’importazione l’accisa è considerato un onere doganale, in modo da farla rientrare automaticamente nel prezzo di partenza imponibile).

Almeno, però, si è salvi dal fenomeno inverso, nel senso che sul prezzo comprensivo di Iva non è più dovuta l’accisa, che come abbiamo visto era stata calcolata prima di applicare l’Iva. Su questo punto controverso è dovuta intervenire addirittura la Cassazione a Sezioni Unite [4] in modo da dire chiaramente che una tassa non può mai costituire il presupposto per applicare un’altra tassa.

Questa sentenza è stata presa a base da molti cittadini per chiedere il rimborso dell’Iva sulle bollette ma la strada per averlo è molto tortuosa, perché non è semplice nei casi concreti contestare la bolletta e ottenere ragione dai giudici. A volte, inoltre, il gioco non vale la candela, nel senso che gli importi sono modesti ed a fronte delle spese giudiziarie si preferisce abbandonare in partenza una causa lunga e dall’esito incerto. Una strada proficua potrebbe essere quella della class action, cioè un’azione collettiva di un gruppo di consumatori anche attraverso le associazioni che li rappresentano: i costi sarebbero ridotti e il ricorso sarebbe più accessibile.

A livello legislativo, invece, sono molte le proposte che si muovono nel senso di un’abolizione, o quantomeno una riduzione, delle accise, ma si scontrano sempre con le insopprimibili esigenze di gettito fiscale: le accise, infatti, costituiscono una delle principali fonti di entrate per lo Stato, che ben difficilmente abbandonerà questa proficua presa.

Perché le accise funzionano così bene?

Da quanto abbiamo detto, avrai capito che le accise offrono allo Stato due fondamentali vantaggi rispetto alle altre imposte, come l’Irpef, l’Ires e la stessa Iva, oltre che tutti i tributi locali e specifici, dall’Imu al bollo auto.

Il primo è che garantiscono un gettito immediato e costante per le casse erariali: il quantitativo dei carburanti, dell’energia elettrica e dei tabacchi consumati a livello nazionale è facilmente calcolabile e non cambia di molto neppure se le tasse crescono. Inoltre, l’accisa scatta nel momento in cui i prodotti fabbricati vengono immessi nel circuito del consumo; quindi l’importo viene pagato nello stesso momento dell’acquisto, come ben sappiamo quando facciamo rifornimento alla pompa di benzina, o al massimo poco dopo, come nel caso delle accise messe nelle bollette dell’energia elettrica e del gas.

Il secondo vantaggio è che basta poco per ritoccare al rialzo le aliquote e quindi far fronte alle esigenze di bilancio in modo rapido ed efficace. Infatti quasi tutte le manovre fiscali hanno sempre considerato le accise, spesso inventandone di nuove: il motivo dei rincari delle bollette di energia elettrica o dei prezzi di benzina e gasolio dipende, il più delle volte, non da aumenti dei costi di produzione, ma proprio da aumenti delle accise e dell’Iva che aumenta anch’essa perché, come abbiamo visto, si applica anche sulle accise.

Accise: perché le paghiamo noi?

Abbiamo visto che il presupposto d’imposta sorge al momento dell’immissione al consumo del prodotto finito. Il soggetto passivo, cioè quello a cui il Fisco chiede di effettuare il pagamento, è il produttore, l’importatore o il titolare del deposito commerciale di stoccaggio dei prodotti che poi verranno distribuiti per la vendita.

Questo deposito fiscale è autorizzato dallo Stato (attraverso l’Agenzia delle Dogane e gli Uffici tecnici imposte di fabbricazione che controllano i quantitativi; per i tabacchi c’è l’amministrazione dei Monopoli) a trattenere i prodotti fino al momento della vendita e senza pagare ancora l’imposta fin quando essi non sono effettivamente venduti (tecnicamente il fenomeno si chiama regime di sospensione d’imposta).

Fin qui, dunque, i soggetti obbligati sono poche grande imprese e non certo i privati cittadini. Perché allora alla fine questa tassa la paghiamo noi? Per un motivo molto semplice: queste società di produzione o distribuzione non fanno altro che includere la tassa nel prezzo applicato per la vendita al consumatore finale. Così esercitano la rivalsa, riaddebitando al loro cliente quell’importo e quando devono pagare l’imposta allo Stato l’hanno già incassata al momento della vendita del prodotto; la pagano con i soldi corrisposti dal consumatore.

In altre parole: il contribuente di diritto, cioè il soggetto obbligato dalla legge ad effettuare il versamento dell’imposta, è il produttore (o l’importatore, se il prodotto viene da Paesi al di fuori dell’Unione Europea) insieme al titolare del deposito autorizzato delle merci (per l’energia elettrica è la società di distribuzione); ma il contribuente di fatto, quello che paga veramente, è sempre e solo l’acquirente finale del prodotto.

Siamo noi, quindi, che alla fine paghiamo le accise, sia che si tratti di benzina o gasolio di cui ci riforniamo dal distributore sia che riguardi le sigarette che acquistiamo dal tabaccaio o l’energia elettrica consumata e che paghiamo con la bolletta. L’unica difesa consisterebbe nel ridurre i consumi, ma mentre con le sigarette o le bevande alcoliche si può, con i carburanti necessari per i trasporti e l’energia che serve per illuminazione, elettrodomestici e riscaldamento questo diventa praticamente impossibile.

La notizia positiva è invece che finalmente il tema delle accise è all’attenzione del grande pubblico ed è dibattuto molto più che in passato: probabilmente non mancheranno, nel prossimo futuro, iniziative legislative volte a eliminare o almeno a ridurre questo sistema di tassazione diventato troppo pesante.


note

[1] Art. 53 Cost.

[2] D. Lgs. n.504 del 26.10.1995 “Testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative”, detto anche Testo Unico Accise (Tua).

[3] D.L. n.201 del 6.12.2011, conv. in L. n.214 del 22.12.2011.

[4] Cass. Sez. Un. n.3671/97.

Autore immagine: 123rf com.


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