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A quanto ammonta l’assegno di divorzio?

19 Maggio 2019
A quanto ammonta l’assegno di divorzio?

Mantenimento e divorzio: il calcolo degli importi che spettano alla moglie. Accertamento della situazione patrimoniale dei due coniugi.

Sicuramente saprai già che l’assegno di divorzio non è un importo predeterminato dalla legge e uguale per tutti: la misura varia a seconda della famiglia, delle capacità economiche di chi è chiamato a versarlo, del reddito di chi lo riceve, della durata del matrimonio e di una serie di altre condizioni fissate dalla giurisprudenza. Ecco perché, a chi chiede «A quanto ammonta l’assegno di divorzio?» si può dare solo una risposta indicativa, tenendo conto della media applicata dai giudici nell’ambito della stessa zona geografica e per situazioni familiari similari. 

Qualcuno applica il criterio del “terzo”: l’assegno non può superare un terzo del reddito di chi lo versa. Qualcun altro, invece, con maggiore attenzione a quelli che sono stati gli ultimi sviluppi della giurisprudenza, spiega che, per stabilire a quanto ammonta l’assegno di divorzio bisogna prima conoscere una serie di parametri senza i quali è del tutto impossibile farsi un’idea; si può così spaziare dalla totale negazione del contributo ad importi che, in presenza di figli, possono addirittura sfiorare la metà dello stipendio del genitore. 

In questa breve guida proveremo a fornirti un criterio per il calcolo dell’assegno di divorzio in modo che tu stesso possa orientarti in questa giungla di giurisprudenza. Poiché si tratta di un articolo dal taglio pratico, indirizzato – come nostra abitudine – anche a chi non mastica il linguaggio legale, non ci perderemo in sofismi, astrazioni e tecnicismi: non spezzeremo cioè il capello in due, ma cercheremo se non altro di fornirti una linea entro cui muoverti per capire a quanto ammonta l’assegno di divorzio. Ma procediamo con ordine.

Cos’è l’assegno di divorzio

C’è chi lo chiama «mantenimento all’ex», ma si tratta di un’approssimazione. Ti spiego subito il perché e come è necessario che tu ti esprima d’ora innanzi per farti capire da un giudice, da un avvocato o da qualsiasi altra persona che conosce la legge.

Come già saprai, prima di divorziare è necessario separarsi. La legge quindi prevede due diverse fasi: quella della separazione e quella successiva del divorzio.

Al termine della procedura di separazione – che, a seconda della volontà delle parti, può essere consensuale oppure effettuata con l’intervento del giudice, in un regolare processo (cosiddetta separazione giudiziale) – il tribunale fissa un assegno in favore del coniuge più povero tra i due, assegno che ovviamente dovrà pagare l’altro. Tale misura resta in piedi finché la coppia non divorzia definitivamente; all’esito di questa seconda procedura – che può essere anch’essa consensuale o giudiziale – il giudice sostituisce l’assegno di mantenimento con quello di divorzio. Una modifica terminologica? Affatto. La differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio è profonda:

  • l’assegno di mantenimento mira a garantire una sorta di cuscinetto al coniuge economicamente più debole che, dall’oggi al domani, si viene a trovare senza il sostegno dell’ex. Per cui la misura del mantenimento deve essere rivolta a colmare ogni disparità di ricchezza tra i due, andando a compensare il reddito del più ricco con quello del più povero. Il primo viene sostanzialmente bilanciato in modo tale che il secondo possa godere del medesimo tenore di vita di cui godeva quando ancora era sposato e conviveva col coniuge. Ecco perché, come capirai a breve, l’assegno di mantenimento è teoricamente più alto dell’assegno di divorzio;
  • l’assegno di divorzio, invece, ha una funzione assistenziale: serve cioè a garantire l’autosufficienza economica al coniuge che, per cause non dipendenti dalla sua volontà, non è (più) in grado di mantenersi da solo. Rinviando a un momento successivo quali sono queste situazioni di meritevolezza che consentono di ottenere l’assegno di divorzio, questo non mira – come il mantenimento – a garantire lo stesso tenore di vita, ma a togliere dalla povertà il coniuge più debole. Ma non solo. Il giudice, nel fissare l’assegno di divorzio deve anche tenere conto degli sforzi che il richiedente ha fatto, finché era sposato, per contribuire con la propria opera materiale, all’andamento della famiglia, occupandosi della casa e dei figli. Così, se proprio a causa del ménage domestico, quest’ultimo (o, più spesso, quest’ultima) ha perso ogni legame con il mondo del lavoro, deve essere ricompensato. Il riferimento è rivolto quindi soprattutto alle casalinghe che hanno rinunciato alla carriera consentendo al marito, invece, di concentrarsi sul lavoro e arricchirsi. Di tale sacrificio il giudice deve tenere conto e ricompensarlo incrementando l’assegno di divorzio.

Ora che hai capito cos’è l’assegno di divorzio, possiamo parlare di dati numerici e scoprire, sulla base di indagini statistici, a quanto ammonta di solito.

Importi assegno di divorzio

Un’indagine condotta da Il Sole 24 Ore nel 2019, ha svelato che il contributo all’ex coniuge (la moglie, in più del 90% dei casi) si attesta in media intorno ai 500 euro al mese. Sopra i 600 si sale in Lombardia e nel Lazio, mentre in gran parte del Mezzogiorno (Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Molise) l’assegno non raggiunge i 400 euro.

L’indagine è stata condotta in base agli importi portati in deduzione nelle dichiarazioni dei redditi 2017 (gli ultimi disponibili). Si tratta, inoltre, di valori progressivamente più bassi: rispetto all’anno d’imposta 2008 il calo è stato di quasi il 6 per cento. 

L’assegno di divorzio, infatti, per chi lo versa, può costituire una deduzione fiscale, mentre chi lo riceve lo deve dichiarare al fisco e riportare in dichiarazione dei redditi. Diverso è, invece, l’assegno di mantenimento dei figli che è esentasse.

A livello territoriale, le cifre degli assegni all’ex coniuge rispecchiano la “ricchezza” della popolazione che vi risiede. Questo spiega perché in Lombardia l’assegno medio mensile è di 678 euro, quasi il doppio rispetto al Molise. Con importi sempre inferiori a 500 euro, tutte le Regioni del Sud occupano gli ultimi posti della classifica, mentre al Nord, fatta eccezione per il Friuli Venezia Giulia e la Liguria, i valori superano sempre la soglia dei 500 euro.

Chi decide l’assegno di mantenimento e di divorzio e come?

Chiaramente, a decidere l’importo sia dell’assegno di mantenimento che di quello del divorzio è il giudice, sulla base del caso concreto portato alla sua attenzione, partendo cioè dai redditi dei due coniugi, dalla durata del matrimonio, dall’eventuale colpa che può avere chi lo richiede nella crisi del matrimonio (il cosiddetto “addebito” che esclude la possibilità di ottenere l’assegno) e di una serie di altri elementi. Vediamoli singolarmente.

Il divario economico 

In termini pratici, per prima cosa il tribunale verifica se c’è un apprezzabile divario economico tra gli ex coniugi. Così, se entrambi lavorano o comunque percepiscono un reddito (anche da affitti, quote societarie, ecc.) che, se anche non identico, è sostanzialmente simile, l’assegno di divorzio non viene mai riconosciuto, neanche se uno dei due è stato infedele, se n’è andato di casa sul più bello, si è macchiato di violenze o altre colpe. Difatti l’assegno di divorzio non è una sanzione o un risarcimento del danno ma, come detto, una misura assistenziale.

Le ragioni del divario economico

Una volta accertata l’esistenza di un divario economico, il giudice ne accerta le cause, verifica cioè se questo divario si è formato per colpa o per rinunce di uno dei due coniugi. Cerchiamo di fare un esempio. Se la moglie non ha mai voluto lavorare perché si è cullata delle possibilità economiche del marito o se, una volta separata, non ha voluto trovare un lavoro, pur potendolo fare, allora non può chiedere alcun assegno, anche se disoccupata. Diverso è invece il caso della donna che, a oltre 50 anni, non ha più possibilità di mettersi a lavorare e che, sino ad allora, si è sacrificata in casa o che, per motivi di salute, è inabile o ancora che dimostra di aver cercato un’occupazione e di non esserci riuscita per colpa della crisi. 

In questa fase è chi chiede il mantenimento a dimostrare di meritare l’assegno di divorzio. La moglie potrà, ad esempio, dar prova che:

  • la scelta di dedicarsi alla casa è stata condivisa con il marito e che tale situazione, protrattasi per numerosi anni, l’ha tenuta lontano dal lavoro;
  • non ha una formazione e l’esperienza per poter lavorare e che la sua età ormai avanzata (oltre i 45 anni) non le consente più di occuparsi. È chiaro quindi che un divorzio intervenuto in età ancora molto giovane (ad esempio 25-30 anni) e dopo un matrimonio breve (due o tre anni) implica il rischio di non vedersi riconoscere alcun assegno di divorzio ben potendo ancora la donna trovare un’occupazione;
  • le condizioni di salute le impediscono di lavorare;
  • ha chiesto un’estensione del proprio contratto di lavoro da part-time a full-time, ma il datore gliel’ha negata;
  • si è data animo di cercare un posto, partecipando a concorsi pubblici, iscrivendosi al Centro per l’Impiego, inviando curricula e partecipando a colloqui di lavoro, ma di non essere riuscita nell’intento.

Senza queste prove, l’assegno di divorzio può essere negato

Il giudice deve appurare se l’eventuale disparità della sfera economico-patrimoniale dei consorti emersa al momento del divorzio dipenda «dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti». Ciò, tenuto conto «della durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente e alla conformazione del mercato del lavoro». 

Prima di riconoscere l’assegno, perciò, si dovrà assodare se lo squilibrio economico sia effetto di scelte comuni, non essendo caso raro che si abbandoni la carriera o un brillante percorso formativo per dedicarsi alla famiglia. Sacrificio non trascurabile. 

I passaggi precedenti vanno poi bilanciati analizzando le possibilità residue che l’ex coniuge più debole ha di migliorare le proprie condizioni di partenza e di raggiungere l’autosufficienza.

La determinazione dell’assegno di divorzio

Una volta esaminate queste circostanze e accertato che il coniuge più povero ha diritto all’assegno di divorzio il giudice passa a determinare l’importo in modo tale da ricompensare il soggetto più debole dei suoi sacrifici per la famiglia, senza però garantire un ingiustificato vitalizio. 

Ecco che, in questa fase, vengono analizzati una serie di ulteriori elementi: ragioni della decisione, redditi, durata del matrimonio e mancanza di mezzi adeguati o impossibilità di procurarseli, assegnazione della casa familiare. Così, comparando redditi e patrimoni, si consolida la prassi di concedere l’assegno al divorziato privo di risorse idonee a mantenere il tenore di vita pregresso. 

Gli importi vanno poi aumentati se si deve prevedere un mantenimento per i figli. A questi ultimi va invece sempre garantito lo stesso tenore di vita di cui godevano quando ancora i genitori erano uniti.

L’addebito

Chi è responsabile per la fine del matrimonio non può chiedere il mantenimento. Ma le condotte ritenute colpevoli si contano sulla punta delle dita. Perdere l’amore non è una colpa, dire all’altro di non amarlo più è una scelta libera che consente di ottenere il mantenimento o l’assegno di divorzio. Al contrario, invece, è causa di “addebito” – ossia la dichiarazione di responsabilità – l’infedeltà, l’abbandono della casa coniugale, le violenze morali o fisiche, l’aver privato il coniuge dei mezzi di sopravvivenza, il non aver contribuito alle esigenze della famiglia, la violazione dell’altrui privacy o qualsiasi altro reato commesso ai danni dell’ex.

Come si calcola l’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio viene calcolato dal giudice procedendo su due successivi gradini. Prima il magistrato verifica se sussiste il diritto e poi lo quantifica. Di recente la Cassazione [1] ha detto che l’assegno di divorzio può essere fissato dal giudice secondo equità avendo riguardo alla sproporzione dei redditi, all’età del coniuge debole, alla durata del matrimonio e al suo contributo nella costituzione del patrimonio della famiglia.

Lavori in nero: quanto contano?

Potrebbe succedere che il divario economico tra i due ex coniugi sia solo formale, ossia dall’analisi delle rispettive dichiarazioni dei redditi ma che, invece, nella realtà, le possibilità di uno dei due siano più elevate per la presenza di redditi in nero. Il giudice però non si limita a valutare solo l’aspetto documentale e può valutare la ricchezza dei coniugi anche ricostruendone il tenore di vita. Viaggi, cene, auto e acquisto di altri beni di lusso: tutto può servire per convincersi che il soggetto dispone di più redditi di quanti ne dichiari. Sussistendo ancora i dubbi, il tribunale può autorizzare gli accertamenti della polizia tributaria. 

Inoltre la legge consente al giudice di effettuare anche direttamente, tramite la “ricerca telematica”, una più che completa ricostruzione del patrimonio di ogni coniuge, laddove debba determinare la misura degli assegni connessi alla crisi del rapporto coniugale. Si tratta dell’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle Entrate. Questa “nuova” facoltà del giudice non riduce affatto il concomitante diritto, esistente in capo a ogni coniuge – laddove questi abbia la necessità che è in re ipsa quando si discute del nuovo assetto economico familiare – di curare e difendere i propri interessi e quindi di esercitare, direttamente con l’Agenzia delle Entrate, il proprio personale “diritto all’accesso alle informazioni” di carattere reddituale e patrimoniale, in capo all’altro coniuge e conservate nell’Anagrafe tributaria. 

Gli esiti delle indagini condotte per rivelare la situazione economica dei coniugi in lite per l’assegno divorzile possono essere acquisiti da parte dell’Agenzia delle Entrate per essere poste a fondamento di accertamenti fiscali. 

Nuovo assegno di mantenimento: GUARDA IL VIDEO


note

[1] Cass. sent. n. 13415 del 17.05.2019: «l’esercizio del potere discrezionale di determinazione in via equitativa dell’ammontare dell’assegno di divorzio, espressione del più generale potere di cui all’art. 115 cod. proc. civ., dà luogo non già ad un giudizio di equità, che a norma dell’art. 114 cod. proc. civ. attiene alla decisione nel merito della controversia e presuppone sempre una concorde richiesta delle parti, ma ad una decisione adottata secondo le norme di diritto, alla stregua della normativa vigente e quindi caratterizzata dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa, destinata come tale, in applicazione di valutazioni parametriche, a determinare del primo l’importo, con la conseguenza che la sentenza pronunciata dal giudice nell’esercizio di tale potere non è ricorribile in cassazione per violazione di legge ai sensi dell’art. 114 cod. proc. civ. ove adottata in difetto di concorde richiesta delle parti».

Autore immagine: 123rf com


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