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Lo sai che? La speculazione dello Stato sulla tassa benzina: perché il pieno costa tanto?

Lo sai che? Pubblicato il 26 aprile 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 aprile 2013

Perché in Italia il carburante è così caro mentre, in altri Paesi, il prezzo è molto più basso?

 

Vi siete mai chiesti perché, in Italia, il carburante costa così tanto, a differenza di altri Paesi? La ragione è soprattutto dovuta alle tasse che lo Stato vi ha applicato nel tempo, accumulandole l’una sull’altra, senza mai toglierle: ciò proprio in ragione della primaria importanza di tale bene, che ha sempre consentito un’entrata sicura per le casse erariali.

La tassa sulla benzina è una delle più occulte e, nello stesso tempo, più ingiuste che esistano. Infatti, dell’importo pagato al benzinaio, circa il 70% è costituito da accise e imposte (ossia tasse). Non tutti sanno, però, che alcune di queste sono state istituite per finanziare interventi dello Stato oggi non più necessari.

La curiosità di leggere tali voci di imposta lascerà ben presto il posto alla meraviglia e al disgusto. Pronti?

Per ogni litro di benzina si continua a finanziare:

– la guerra di Etiopia del 1935-1936,

– la ricostruzione dopo il disastro del Vajont del 1963,

– la ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966,

– la ricostruzione dopo il terremoto del Belice del 1968,

– la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli del 1976,

– la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980,

– la guerra del Libano del 1983,

– il finanziamento della missione in Bosnia del 1996,

– il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004,

– l’acquisto di autobus ecologici nel 2005,

– il finanziamento alla cultura nel 2011,

– l’arrivo d’immigrati dopo la crisi libica del 2011,

– l’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011,

– il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011,

– il terremoto dell’Emilia del 2012.

Il tutto per un totale di circa 0,41 euro (0,50 euro iva inclusa).

Dunque, poco meno di un terzo di quanto il benzinaio riceve dall’automobilista, lo deve versare allo Stato che, a sua volta, ha imposto tale tassazione per opere che non realizza più.

Sarebbe forse il caso di eliminare tutte quelle accise destinate a finanziare calamità o eventi non più attuali.

Ad aggravare la situazione vi è inoltre una recente disposizione che consente anche alle Regioni di imporre tasse regionali sui carburanti. Questo potrebbe portare anche un diverso costo dei prezzi del carburante a seconda del territorio in cui si trova la pompa di benzina.

Ma l’imposta sulla benzina non è l’unica contraddizione del nostro sistema fiscale. Ci sono altre tasse altrettanto odiate. Vediamone qualcuna.

 

Imu

L’imposta, che ha sostituito l’ICI, rendendola ancor più gravosa, è odiata perché è una tassa patrimoniale. Ciò significa che essa non colpisce il reddito guadagnato con l’abitazione (ad esempio l’affitto), ma il semplice possesso di un patrimonio (visibile e che non si può nascondere) rappresentato dal bene casa. L’assurdità deriva poi dalla considerazione che l’imposta è dovuta anche sulla casa principale e su quelle che non producono reddito: ciò significa cha pagando l’IMU per diversi anni il cittadino subisce di fatto un vero e proprio esproprio.

 

Tassa sul morto

Nonostante la parziale abolizione dell’imposta sulle successioni, quando una persona muore, oltre al dolore, gli eredi devono affrontare la preoccupazione di pagare le imposte sui beni ereditati. Si tratta della cosiddetta “tassa sul morto”.

Sui beni ereditati si pagano tanto le imposte dirette quanto quelle indirette. Se però le prime colpiscono, nel caso dei parenti stretti, solo i grandi patrimonio (oltre 1 milione di euro) le imposte indirette colpiscono tutti.

Per esempio: chi eredita una casa del valore di circa € 500.000,00, dovrà versare allo Stato circa € 15.000,00 di imposte. Se non ha i soldi, dovrà indebitarsi o vendere le case. Il rischio è di subire un’ipoteca da parte di Equitalia sulla casa ereditata a causa delle imposte di successione non pagate.

 

Canone Rai

Tanto conosciuta quanto odiata, questa tassa viene collegata a una prestazione non più avvertita come “servizio pubblico”, ma – al contrario – in piena concorrenza con i rivali privati. Difficile digerire una imposta di questo tipo nell’era di Internet, della pay-tv, della comunicazione globale, dove l’informazione è ovunque reperibile e senza alcun costo.

 

Irap

L’imposta è difficile da spiegare a qualsiasi imprenditore, che si trova a doverla pagare anche quando la sua azienda è in perdita. Attraverso un meccanismo perverso di funzionamento, essa va a colpire la maggior parte delle imprese che oggi sono in crisi perché indebitate (non si possono scaricare gli interessi) e hanno personale dipendente (che non si può dedurre integralmente).

 


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