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Il recupero del credito dell’avvocato

20 Maggio 2019 | Autore:
Il recupero del credito dell’avvocato

Cosa deve fare l’avvocato per recuperare le proprie competenze? Come si ottiene il decreto ingiuntivo per la parcella non pagata? Cos’è il rito sommario?

L’avvocato deve lavorare per i propri clienti, garantendo la tutela dei loro diritti; a volte, però, deve lavorare anche per se stesso, soprattutto per recuperare ciò che gli spetta. Sempre più spesso, purtroppo, i legali hanno difficoltà a farsi pagare dai propri clienti i quali, perché non soddisfatti dal lavoro del difensore oppure perché in crisi di liquidità, non adempiono all’obbligo di pagare l’onorario del professionista. Il recupero del credito dell’avvocato è diventato, pertanto, uno dei temi più attuali nel panorama del diritto, e anche uno dei più dibattuti.

L’avvocato che vuole recuperare le proprie competenze professionali deve bussare alle porte della giustizia italiana e chiedere tutela al giudice: egli deve comportarsi, quindi, non diversamente da come farebbe un qualsiasi altro cittadino, con le eccezioni che vedremo nei prossimi paragrafi. Se tra avvocato e cliente c’è un contratto firmato con tanto di parcella individuata, il legale potrà tranquillamente ottenere un decreto ingiuntivo che gli riconosce le sue competenze; in caso contrario, potrà ugualmente avere tutela, ma dovrà dimostrare l’entità dell’onorario. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme come funziona il recupero del credito dell’avvocato.

Avvocato: quando può recuperare il proprio credito?

Cominciamo a parlare del recupero del credito dell’avvocato cominciando a dare una risposta ad una domanda fondamentale: quando il legale può adire il tribunale per recuperare il suo onorario? Ebbene, un avvocato può iniziare a far valere le proprie ragioni solamente quando il suo mandato è giunto al termine.

In altre parole, un avvocato non può presentare al proprio assistito un decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento della sua parcella se il rapporto di fiducia è ancora in essere. Perché l’avvocato possa procedere, dunque, è necessario:

  • che l’incarico affidato al professionista si sia esaurito (ad esempio, perché la causa è terminata con sentenza);
  • che l’incarico sia terminato per altre ragioni, ad esempio per revoca oppure per rinuncia.

Solamente in queste circostanze l’avvocato a cui non è stato corrisposto il compenso pattuito potrà agire per la tutela dei propri diritti e, pertanto, per il recupero del credito.

Avvocato: come deve recuperare il suo credito?

Terminato l’incarico professionale, l’avvocato può decidere di recuperare il proprio credito attraverso due strumenti:

  • facendo ricorso per decreto ingiuntivo;
  • mediante ricorso al tribunale con rito sommario di cognizione.

La legge [1] non consente altre vie all’avvocato che vuole recuperare il proprio credito. Questa è già una prima differenza sostanziale con la disciplina ordinaria prevista per qualunque altro professionista o per il comune cittadino: mentre questi ultimi, infatti, potrebbero optare anche per l’atto di citazione ordinario, la normativa dice che all’avvocato che vuole recuperare le proprie spettanze non può citare in giudizio il debitore, ma può solamente chiedere al giudice un decreto ingiuntivo oppure un decreto con cui si fissa la prima udienza di un processo che, poiché sommario, terminerà in breve tempo.

Prosegui nella lettura per scoprire cosa deve fare concretamente l’avvocato che vuole ottenere il pagamento della sua parcella da parte del proprio (ex) cliente.

Decreto ingiuntivo e recupero del credito dell’avvocato

Come appena detto, l’avvocato che vuole recuperare le proprie competenze professionali può innanzitutto fare ricorso al giudice affinché emetta un decreto ingiuntivo. Il decreto ingiuntivo è uno strumento che consente ai creditori di ottenere un provvedimento che, in breve tempo, se non opposto, può diventare titolo esecutivo che giustifica l’inizio di una procedura di recupero del credito forzosa.

Secondo la legge [2], su ricorso di chi è creditore di una somma liquida di danaro o di una determinata quantità di cose fungibili, o di chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata, il giudice competente pronuncia ingiunzione di pagamento o di consegna:

  • se del diritto fatto valere si fornisce prova scritta;
  • se il credito riguarda onorari per prestazioni giudiziali o stragiudiziali o rimborso di spese fatte da avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari o da chiunque altro ha prestato la sua opera in occasione di un processo;
  • se il credito riguarda onorari, diritti o rimborsi spettanti ai notai a norma della loro legge professionale, oppure ad altri esercenti una libera professione o arte, per la quale esiste una tariffa legalmente approvata.

In pratica, chiunque può ricorrere al decreto ingiuntivo quando il credito è certo, liquido ed esigibile, oltre che fondato su prova scritta (una scrittura privata, una fattura, un mandato, ecc.); non si potrebbe chiedere un decreto ingiuntivo, ad esempio, per ottenere il risarcimento di un danno, in quanto questo andrebbe prima quantificato.

L’avvocato è espressamente legittimato al ricorso per decreto ingiuntivo in quanto il suo credito deriva da prestazioni giudiziali o stragiudiziali. Ciò non significa, però, che egli non debba dimostrare il proprio credito. Prosegui nella lettura.

Cosa deve fare l’avvocato per ottenere il decreto ingiuntivo?

L’avvocato che intende recuperare il proprio credito  può fare ricorso al giudice per chiedere l’emissione di un decreto ingiuntivo. Perché il giudice si convinca ad emanare questo provvedimento occorre, però, che il professionista dimostri l’incarico che ha svolto per il suo cliente: in pratica, occorre provare il proprio diritto al compenso.

Per fare ciò, il legale dovrà produrre ogni documento idoneo a dimostrare la propria attività difensiva, come ad esempio: il mandato firmato dall’assistito; gli scritti e le memorie difensive; i verbali d’udienza; la sentenza finale.

Dimostrata l’attività difensiva prestata, occorre poi che egli dia prova della cifra che chiede al suo debitore; in altre parole, dopo aver dimostrato che effettivamente c’è stato un rapporto fiduciario tra le parti, l’avvocato deve fornire giustificazione anche dell’entità della parcella. Ad esempio, se l’avvocato chiede al giudice di riconoscergli un onorario di diecimila euro, dovrà provare il perché di una somma così ingente.

La prova della parcella

La prova della parcella richiede un’analisi a parte. Quanto può chiedere l’avvocato per la propria prestazione professionale? Dipende dal tipo di accordo che c’era tra le parti:

  • se l’avvocato ha fatto firmare al cliente una scrittura privata ove veniva pattuito espressamente il compenso, allora il giudice potrà riconoscere all’avvocato l’importo concordato, in quanto il cliente era d’accordo sull’entità della parcella;
  • nel caso in cui non vi fosse nulla di scritto, l’avvocato ha comunque diritto al pagamento delle prestazioni, però l’onorario deve essere calcolato in base ai parametri forensi forniti dalla legge [3].

Devi sapere che un avvocato, in assenza di un accordo scritto con il cliente, non può chiedere, al termine del mandato, la cifra che più gli aggrada: egli è tenuto infatti a misurare l’onorario in base ad alcuni criteri stabiliti dalla legge. Questi criteri (definiti parametri) tengono conto di numerosi aspetti, come ad esempio la complessità dell’incarico, il numero delle parti difese, il tipo di udienze svolte, ecc.

La procedura di opinamento della parcella

Calcolato l’importo della parcella attraverso il ricorso ai parametri forensi, l’avvocato deve sottoporre l’onorario così ottenuto all’approvazione dal proprio consiglio dell’ordine: si tratta della cosiddetta procedura di opinamento.

In pratica, dunque, se non c’è un accordo scritto tra legale e cliente, il compenso richiesto dall’avvocato deve essere:

  • calcolato alla luce dei parametri forniti dalla legge;
  • ottenere l’approvazione del consiglio dell’ordine degli avvocati del proprio foro, che è chiamato a stabilire la congruità della parcella in base all’attività concretamente svolta e ai parametri forensi.

La procedura di opinamento (che, si badi, ha un costo non inferiore ai duecento euro circa), in assenza di accordo sull’onorario sottoscritto dal cliente, può essere evitata solamente se l’avvocato chiede una parcella in linea con i parametri minimi previsti dalla legge: in altre parole, se l’avvocato chiede al giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo per l’importo più basso previsto dalla legge, non occorrerà il parere di congruità del consiglio dell’ordine.

Recupero del credito dell’avvocato mediante rito sommario

Nel caso in cui l’avvocato non voglia recuperare il proprio credito mediante decreto ingiuntivo, può scegliere l’altra via che gli è concessa dalla legge: quella del ricorso al giudice mediante uno speciale rito sommario di cognizione. Cosa significa?

La legge consente all’avvocato creditore del proprio cliente di fare ricorso al giudice non per emettere un decreto ingiuntivo, ma per fissare un’udienza che darà il via ad un vero e proprio processo. Tale giudizio, però, è connotato dalla particolare brevità della trattazione: in altre parole, la causa che prende l’avvio verrà definita celermente dal giudice, probabilmente subito dopo la prima udienza di comparizione delle parti.

Si tratta, appunto, di un rito sommario di cognizione, proprio perché più breve e di pronta decisione, visto che è molto probabile che il giudice decida direttamente sulla scorta della documentazione prodotta dall’avvocato.

Il ricorso al rito sommario per ottenere la tutela del proprio credito evita all’avvocato di sottoporre la propria parcella all’approvazione del consiglio dell’ordine: in altre parole, la procedura di opinamento non serve (o, quantomeno, diviene superflua).

Cliente debitore dell’avvocato: come può difendersi?

Finora abbiamo visto il problema del recupero del credito dell’avvocato dal lato del difensore che non è stato pagato; tuttavia, è ben possibile che il debitore ritenga di non dovere nulla al suo legale perché questi non ha fatto nulla, perché ha svolto male il proprio incarico oppure perché addirittura gli ha arrecato un danno.

In questi casi, il cliente-debitore può difendersi dalla pretesa creditoria dell’avvocato; in particolare, a seconda dello strumento di tutela scelto dal professionista, egli può:

  • opporsi al decreto ingiuntivo, entro quaranta giorni dalla notifica di quest’ultimo. L’opposizione, che di norma andrebbe fatta con atto di citazione, nel caso in cui concerna un decreto ingiuntivo riguardante il recupero del credito dell’avvocato derivante da prestazioni professionali giudiziali nel settore civile, va fatta con ricorso, il quale apre le porte ad un giudizio sommario di cognizione che verrà deciso dal giudice con ordinanza non impugnabile;
  • costituirsi in giudizio, nel caso di rito sommario, difendendo le proprie ragioni e sollevando le eccezioni che ritiene più opportune, ad esempio contestando l’entità dell’onorario oppure perfino la fondatezza del credito stesso, adducendo che l’avvocato non ha compiuto alcuna attività oppure che gli ha addirittura arrecato un danno. In un caso del genere, il cliente può perfino spiegare domanda riconvenzionale e chiedere che sia l’avvocato a risarcirlo. Nel caso in cui il cliente proponga una domanda riconvenzionale, di compensazione, di accertamento con efficacia di giudicato di un rapporto pregiudicante, il giudice deve disporre la separazione della trattazione delle cause: in altre parole, la domanda avanzata dal cliente verrà giudicata con rito ordinario, mentre quella sulla pretesa creditoria dell’avvocato conserverà la forma del rito sommario.

note

[1] Art. 14 del d. lgs. n. 150/2011.

[2] Artt. 633 ss. cod. proc. civ.

[3] D.M. n. 55/2014.

[4] Cass., sez. Un., sent. n. 4485 del 23.02.2018.

Autore immagine: Pixabay.com


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