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Diritto e Fisco | Articoli

Donazione immobile e comunione dei beni

23 Maggio 2019
Donazione immobile e comunione dei beni

Si può donare la metà della casa in comunione col coniuge? Cade in comunione la casa ricevuta in donazione dopo il matrimonio? Tutte le correlazioni tra la comunione tra coniugi e la donazione di una casa.

Quando c’è in mezzo la comunione dei beni tra coniugi molte delle comuni regole del codice civile vengono sostituite da altre. Ad esempio, per vendere o donare una casa in comunione c’è bisogno del consenso di entrambi i coniugi anche se l’immobile è stato acquistato con denaro di uno dei due. Non è inoltre possibile cedere una singola quota della comunione: il bene va venduto o donato interamente. Ci sono poi le regole sulla proprietà: di chi è la casa ricevuta in donazione, dopo il matrimonio, da uno dei due coniugi in comunione dei beni? 

A tutte queste domande cercheremo di rispondere qui di seguito. Spiegheremo tutte le correlazioni che esistono tra donazione immobile e comunione dei beni. Ma procediamo con ordine.

Comunione dei beni: cos’è?

Com’è noto, se la coppia, al momento del matrimonio, non manifesta una volontà contraria, i due si intendono sposati in regime di comunione dei beni. Ciò significa che tutti i beni acquistati dopo le nozze appartengono in quote uguali ad entrambi, a prescindere da chi siano stati pagati. Così, se il marito acquista con denaro personale un’auto, questa cade in comunione; se la moglie acquista un armadio prelevando i soldi dal proprio conto corrente, anche questo cade in comunione. 

In teoria marito e moglie possono accordarsi per escludere dalla comunione uno o più beni specifici acquistato durante il matrimonio. Affinché ciò sia possibile però sono necessarie due condizioni. Innanzitutto, nel contratto, deve essere indicato che l’acquisto avviene separatamente. In più bisogna stipulare con l’altro coniuge una convenzione matrimoniale derogatoria del regime di comunione nei limiti.

La comunione non ricade su una serie di beni come quelli personali (vestiti, biancheria), gli strumenti di lavoro o acquistati per attività personale, il risarcimento del danno, i beni ricevuti in donazione o per testamento, i beni acquistati con il frutto del risarcimento del danno o dalla vendita di beni ricevuti in donazione o testamento.

La comunione non ricade, in automatico, sul conto corrente costituito dai proventi del proprio lavoro: il conto resta individuale e l’uso che di esso si può fare è personale. Tuttavia, nel momento (eventuale) in cui il matrimonio finisce e la coppia si separa, i conti correnti (anche quelli su cui è stato accreditato lo stipendio) devono essere divisi.

Di chi è la casa donata dopo il matrimonio a uno dei due coniugi?

Come detto tutti i beni – compresi gli immobili – ricevuti da un coniuge durante il matrimonio in eredità o in donazione non ricadono nella comunione, salvo che nell’atto di donazione o nel testamento, non sia specificatamente indicato come beneficiario la comunione.

Le donazioni fatte a uno dei due coniugi rientrano nella comunione?

Questo significa che se il marito o la moglie, sposati in regime di comunione dei beni, riceve dopo le nozze una casa o un altro bene (mobile o immobile) in donazione da un’altra persona, tale bene non viene diviso col coniuge perché non cade in comunione.

Donazione di denaro

Immagina che una persona (ad esempio un genitore) regali del denaro al figlio sposato e questi, con tale somma, acquisti una casa. Tale immobile rientra nella comunione con il coniuge? La risposta è differente a seconda che si tratti di una donazione diretta o indiretta

  • donazione diretta: si verifica quando si riceve in regalo un somma di denaro senza alcuno scopo o finalità. Il donante cioè non specifica come debba essere speso il denaro. In presenza di una donazione diretta di denaro, se il donatario vuole escludere il bene acquistato con tali soldi dalla donazione deve: a) dichiarare espressamente nell’atto di acquisto che il bene è stato acquistato con beni personali ottenendo l’adesione dell’altro coniuge; b) permettere all’altro coniuge di partecipare all’atto di acquisto;
  • donazione indiretta: si verifica quando la donazione di una somma di denaro è finalizzata all’acquisto di un determinato bene. Per esempio: un padre accredita sul conto del figlio 200mila euro per consentirgli di comprare una casa in cui vivere. Si chiama «donazione indiretta» perché il donante non regala il bene, ma il denaro per acquistare il bene. In tale ipotesi, l’immobile acquistato con il denaro ricevuto in regalo resta escluso dalla comunione legale dei coniugi [1]. Trattandosi di una donazione indiretta non è necessaria l’espressa dichiarazione del coniuge acquirente che il bene non rientra nella comunione, né la partecipazione del coniuge non acquirente all’atto di acquisto e la sua adesione alla dichiarazione dell’altro coniuge acquirente.

Donazione mista a vendita

L’acquisto non esclusivamente gratuito (come ad esempio nell’ipotesi di acquisto a metà del valore del bene e cioè di un vendita mista a donazione) dovrebbe rientrare nella comunione.

Si può donare una quota della comunione?

Immaginiamo che marito e moglie abbiano acquistato una casa in comunione dei beni. Uno dei due potrebbe donare la propria quota sull’immobile a un terzo (ad esempio un figlio)? In questo caso si realizzerebbe una donazione parziale, solo del 50% di comunione di uno dei due coniugi. Secondo la giurisprudenza [2] non si può donare la quota di un bene in comunione dei beni (sia esso mobile o immobile).

Gli atti di disposizione della singola quota di un bene in comunione legale sono nulli. I diritti sui beni acquistati in comunione legale non sono giuridicamente disponibili in quote indivise, appartenenti a ciascuno dei coniugi, come nella comunione ordinaria». Il regime della comunione legale tra coniugi è caratterizzato dall’assenza di quote – e perciò nominato “a mani riunite” – con la conseguenza che «ciascun coniuge è titolare del diritto avente ciascuno e tutti i beni di essa, e ciò in ragione del fatto che l’interesse individuale del singolo partecipe è subordinato all’interesse sociale del gruppo (famiglia)».  

note

[1] Cass. 28 gennaio 2015 n. 1630.

[2] Trib. Cassino sent. n. 1260/2918 del 15.11.2018.

Tribunale di Cassino – Sezione I civile – Sentenza 15 novembre 2018 n. 1260

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Cassino, Sezione prima in composizione monocratica, dott.ssa Sara Lanzetta, ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 3082.13 R.G. e vertente tra

Jo. S.r.l. (…) in persona del l.r.p.t., rappresentata e difesa dagli avv.ti Pa.Vi. e Lu.Di., domiciliata come in atti.

Attore

E

Fu.On. cf (…), Il.On., Fr.On., rappresentati e difesi dall’avv.to Lu.Co., come in atti.

Convenuti

An.De., rappresentata e difesa dall’avv.to Ma.Pe., domiciliata come in atti.

Convenuta

Ba.Ce. in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv.to Lu.D’A., come in atti.

SVOLGIMENTO DEL GIUDIZIO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Si premette che, alla luce della legge 18.6.09 n. 69, entrata in vigore in data 4.7.09, si procederà ad una concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, in attuazione alla novella dell’art. 132 n. 4 c.p.c.

Con atto di citazione regolarmente notificato, l’attore, Jo. S.r.l. in persona del l.r.p.t., adiva il tribunale in intestazione, per ottenere la declaratoria della nullità dell’atto di donazione dell’immobile sito in Sora (FR) alla via (…), a rogito del Notaio La. del 18.6.2012 rep. 333.738 racc. 63.656, effettuato dai coniugi On.Fu. e De.An. nei confronti dei figli Il. e Fr.On. e, in subordine, la declaratoria di nullità della clausola di riserva di usufrutto sulla quota di metà dell’immobile, in favore di An.De., nonché la revocatoria della menzionata donazione ex 2901 c.c.

A fondamento della proposta domanda ha dichiarato di vantare un diritto di credito, soggetto ad accertamento giudiziale in un separato giudizio nei confronti di On.Fu., in virtù di un rapporto di collaborazione commerciale con la società Le. srl, da questi amministrata. In particolare, ha prospettato che nel corso di tale rapporto il convenuto Fu.On., quale amministratore della Le. s.r.l., nello svolgimento di un rapporto di procacciamento di affari,

avrebbe incassato i prezzi delle autovetture che Jo. S.r.l. gli inviava in conto esposizione e si pertanto sarebbe reso autore di una serie di malversazioni in danno della società attrice, causandole un danno patrimoniale, per il quale quest’ultima ha promosso azione di responsabilità dinanzi al tribunale delle imprese di Roma ai sensi dell’art. 2476 co. 6 c.p.c.

Si costituivano in giudizio On.Fu., De.An., On.Il. e On.Fr., eccependo in primo luogo la nullità dell’atto di citazione per indeterminatezza dell’oggetto della domanda ex art. 163 c.p.c. ed il difetto della indicazione dei mezzi di prova; l’invalidità della procura alle liti; nel merito, contestavano le avverse difese.

Concludevano chiedendo di dichiarare l’inammissibilità della domanda per mancato esperimento del tentativo di mediazione; la nullità della domanda introduttiva per difetto di mandato difensivo e in quanto carente dello ius postulandi, avendo l’attrice conferito mandato a due difensori, dei quali uno solo di essi, non sottoscrivendosi, risultava aver autenticato la firma; in via subordinata chiedeva sospendersi il giudizio all’esito del ricorso per dichiarazione di fallimento proposta dalla Jo. nei confronti della Leader auto S.r.l. in liquidazione; in via subordinata rigettare la domanda attrice in quanto temeraria e sfornita di prova.

All’udienza del 26.3.2014 il Giudice assegnava alle parti termine di 15 giorni per l’esperimento del tentativo di mediazione, rinviando all’udienza del 8.10.2014.

Con ordinanza resa fuori udienza, il Giudice anticipava l’udienza al giorno 11.7.2014. In tale data l’avv.to Lu.Co. dichiarava di aver rinunciato al mandato difensivo nei confronti della sola De.An., la quale, presente in udienza e accettata la rinuncia al mandato, si costituiva in giudizio a mezzo del nuovo difensore Ma.Pe..

In data 11.7.2014 si costituiva in giudizio ex art. 105 c.p.c. la Ba.Cr., in qualità di creditore di On.Fu. in virtù di decreto ingiuntivo n. 650/2013 emesso dal Tribunale di Cassino, nei confronti della società Le. s.r.l. e di Fu.On., in qualità di fideiussore, per un importo di 31.752,16, di cui 16.228, 98 quale saldo debitore del conto corrente n. (…) alla stessa intestato presso la filiale di Sa., ed Euro 15.343,18 quale saldo debitore per residuo di mutuo chirografario n. 754. Allegava inoltre che il tribunale di Cassino con sentenza n. 10/2014 aveva dichiarato il fallimento di Le. s.r.l. ed era pertanto suo interesse agire esecutivamente nei confronti del solo fideiussore, Fu.On., al fine di recuperare il credito vantato. Concludeva pertanto chiedendo di accertare e dichiarare l’ammissibilità dell’intervento spiegato; la nullità dell’atto di donazione dell’immobile sito in Sora alla via (…) S.n.c. distinto al catasto fabbricati foglio (…) cat. (…) cl 1 vani 11, concluso per atto del notaio La. del 18.6.2012 rep. 333.378 racc. 63.656 tra i coniugi Fu.On. e An.De., donanti, ed i loro figli Il. e Fr.On., donatari; dichiarare, in subordine, la nullità della clausola di riserva di usufrutto in favore di An.De., contenuta nell’art. 2 dell’atto pubblico del 18.6.2012; dichiarare l’insussistenza del diritto di usufrutto invalidamente costituito in capo ad An.De. in tutto o in parte dell’immobile donato e quindi dichiarare inefficace e revocare nei confronti della Ba.Cr. del Garigliano l’atto di donazione dell’immobile il tutto con vittoria di spese di lite da distrarsi in capo al procuratore antistatario.

Nel corso del giudizio la banca intervenuta documentava, mediante produzione telematica, che durante il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo n. 650/2013, n. R.G. 124/2014, promosso da Le. in liquidazione S.r.l. e Fu.On. in proprio, nei confronti della Ba.Po., il G.I., con ordinanza 28.10.2014, aveva dichiarato interrotto il giudizio di opposizione nei confronti della La. s.r.l. in liquidazione, per l’intervenuto fallimento della società opponente, disponendo la prosecuzione del giudizio tra la banca opposta e Fu.On.; con la medesima ordinanza veniva altresì dichiarata la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo n. 650/2013 emesso dal Tribunale di Cassino nei soli confronti di Fu.On..

Nel corso del giudizio, veniva pubblicata, in data 17.10.2016, la sentenza n. 19216/2016 emessa dal Tribunale di Roma – sezione specializzata Tribunale delle imprese – terza sezione civile – nella quale On.Fu. veniva condannato al pagamento in favore della società Jo. S.r.l. a titolo di risarcimento danni della somma complessiva di Euro 211.546,50 oltre accessori come indicati in motivazione.

Ritenuta inammissibile l’attività istruttoria articolata da parte convenuta mediante prova testimoniale, in quanto vertente su circostanza dedotte per la prima volta nella seconda memoria ex art. 183 c.p.c., ed in ogni caso, relativa a fatti da provare in via documentale, all’udienza del 27.6.2018 la causa veniva riservata in decisione con la concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

In via preliminare va disattesa l’eccezione di nullità dell’atto di citazione risultando lo stesso completo di tutti i requisito prescritti dalla legge per l’individuazione delpetitum e della causa petendi. Come pure va disattesa l’eccezione di nullità dell’atto introduttivo per vizi concernenti la procura alle liti. Ed invero nel caso di procura alle liti rilasciata a due difensori con conferimento dei poteri anche disgiuntamente, ciascuno dei difensori nominati può autenticare la sottoscrizione apposta dal cliente senza che ne risultino in alcun modo sminuiti i poteri dell’altro difensore (cass. sez. VI 3 dicembre 2014 n. 25592). La procura prodotta in calce all’atto di citazione è quindi pienamente valida ed efficace pur presentando la sola sottoscrizione per autentica di uno solo dei difensori, dal momento che l’incarico risulta essere stato conferito ad entrambi anche disgiuntamente.

Quanto all’intervento della Ba.Cr., deve preliminarmente dichiararsi l’ammissibilità. Ed invero gli art. 267 e 268 c.p.c. consentono l’intervento del terzo finché non vengano precisate le conclusioni. Il secondo comma dell’art. 268 c.p.c. preclude al terzo, salvo l’ipotesi di litisconsorzio necessario, di compiere atti che al momento dell’intervento non sono più consentiti ad alcuna altra parte. Tenuto conto che la proposizione di domande nuove è consentita solo nella fase introduttiva del processo e, a determinate condizioni, nella fase di trattazione della causa ex art. 183 c.p.c., la limitazione che precede ha indotto parte della dottrina e della giurisprudenza a ritenere che l’intervento principale e l’intervento adesivo autonomo, che indubbiamente implicano la proposizione di una autonoma domanda da parte del terzo, siano ammessi esclusivamente entro la prima udienza di trattazione e che dopo tale momento sia possibile solo l’intervento ad adiuvandum, ossia di colui che si limita a sostenere le ragioni di una delle parti. Tale soluzione non sembra tuttavia corrispondere alla ratio dell’art. 268 c.p.c., posto che, se il legislatore avesse inteso limitare dal punto di vista

temporale l’intervento del terzo, lo avrebbe espressamente sancito, come del resto ha fatto nel rito lavoro con il disposto dell’art. 419 c.p.c. In assenza di una specifica preclusione normativa è pertanto preferibile ritenere che la proposizione della domanda, che costituisce l’essenza stessa dell’intervento principale o adesivo autonomo, sia sempre implicitamente consentita al terzo nel momento in cui interviene, e che le limitazioni a cui allude il secondo comma dell’art. 268 c.p.c. siano, invece, solo quelle di natura istruttoria. Tale orientamento è del resto condiviso anche da un consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione, si consideri da ultimo la sentenza n. 25798 del 22/12/2015 (Rv. 638291 – 01) nella quale viene sancito che: “La formulazione della domanda costituisce l’essenza stessa dell’intervento principale e litisconsortile, sicché la preclusione sancita dall’art. 268 c.p.c. non si estende all’attività assertiva del volontario interveniente, nei cui confronti non opera il divieto di proporre domande nuove ed autonome in seno al procedimento “fino all’udienza di precisazione delle conclusioni”, configurandosi solo l’obbligo, per l’interventore stesso ed avuto riguardo al momento della sua costituzione, di accettare lo stato del processo in relazione alle preclusioni istruttorie già verificatesi per le parti originarie”.

Quanto al merito della controversia, parte attrice e parte intervenuta hanno chiesto in via principale dichiararsi la nullità dell’atto di donazione intervenuto tra Fu.On. e An.De. (donanti) e Il. e Fr.On. (donatari) per impossibilità, indeterminatezza o indeterminabilità, in forza della asserita nullità della clausola contenuta nell’atto di donazione, mediante la quale la sola De. si è riservata l’usufrutto sulla metà della quota di sua proprietà, dopo aver donato, insieme al coniuge, la proprietà dell’immobile ai figli.

La doglianza è fondata.

Ed invero, la comunione legale tra coniugi, a differenza della comunione ordinaria, è caratterizzata dall’assenza di quote, ed è per tale ragione anche denominata di tipo “germanico” o “a mani riunite”. Nella comunione legale ciascun coniuge è titolare del diritto avente ciascuno e tutti i beni di essa, e ciò in ragione del fatto che l’interesse individuale del singolo partecipe è subordinato all’interesse sociale del gruppo (famiglia). Per tali ragioni non è ammessa la cedibilità della quota e dunque la partecipazione di estranei, in quanto la quota, a differenza della comunione ordinaria, non rileva nella fase fisiologica, bensì in quella patologica di scioglimento.

Ne deriva che gli atti di disposizione della quota di un bene in comunione legale sono affetti da nullità per impossibilità dell’oggetto, in quanto i diritti sui beni acquistati in comunione legale non sono giuridicamente disponibili in quote indivise, appartenenti a ciascuno dei coniugi, come nella comunione ordinaria.

Necessario corollario di tale regime è l’amministrazione comune da parte dei coniugi dei beni facenti parte della comunione.

La legge prescrive che gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, tra i quali rientrano gli atti di disposizione dei cespiti facenti parte della comunione, debbano essere compiuti congiuntamente da entrambi i coniugi.

Ciò posto, nel caso di specie, nell’atto di donazione del 18.6.2012 rep. 33738 racc. 63656, rogato dal notaio La., i coniugi, On.Fu. e De.An., costituiti in regime di comunione legale dei beni, hanno donato ai figli Ilaria e Fr.On. la proprietà dell’immobile facente parte della comunione legale, sito in via Madonna della Quercia in Sora (FR), riservando, in favore della sola De.An., l’usufrutto relativamente alla quota di un mezzo di sua proprietà. L’operazione negoziale che le parti hanno inteso effettuare si è pertanto compendiata nella costituzione della cd. “comunione di godimento”.

La caratteristica della comunione di godimento è rappresentata dalla coesistenza su un medesimo bene di diritti reali disuguali dal punto di vista quantitativo ma, omogenei dal punto di vista qualitativo; in tale caso, infatti, le facoltà e le pretese formanti il contenuto della nuda proprietà appartengono per intero al nudo proprietario; mentre le facoltà e le pretese che rientrano nello schema legale dell’usufrutto appartengono per quote indivise al proprietario e all’usufruttuario. Di conseguenza, i rapporti tra proprietario e usufruttuario, per quanto riguarda il godimento, possono considerarsi regolati dalle stesse norme applicabili alla comunione dei diritti reali e in particolare, alla comunione di usufrutto. Proprietario ed usufruttuario sono in altri termini entrambi autorizzati ad usare la cosa, purché non impediscano l’uso dell’altro; partecipano in proporzione alla loro quota alla percezione dei frutti, concorrendo in uguale misura al pagamento delle spese; concorrono alla amministrazione; contribuiscono a formare la maggioranza necessaria alle deliberazioni attinenti all’uso, al godimento ed alla approvazione del relativo regolamento.

Indubbiamente l’intera operazione negoziale compendiata nell’atto di donazione ha avuto come scopo finale, o causa in concreto, la costituzione di tale tipo di comunione, in quanto dal combinato disposto degli artt. 1 e 2 del contratto di donazione si evince che l’effetto finale che le parti hanno inteso realizzare è stato il trasferimento ai donatari della piena proprietà della quota corrispondente alla metà dell’immobile, e della nuda proprietà della restante quota, la quale a sua volta è stata gravata dal diritto di usufrutto in favore della sola De.An.

In concreto ciò ha determinato che le facoltà e le pretese che rientrano nello schema legale dell’usufrutto appartengano per quote indivise ai due donatari, in quanto titolari della piena proprietà della quota corrispondente alla metà dell’immobile, e all’usufruttuaria De.An. Il diritto di usufrutto che la De. si è riservata sarebbe poi a sua volta caduto nuovamente in comunione legale.

Ciò posto, è fuori dubbio che siffatta operazione negoziale abbia determinato una disposizione per quote di un bene oggetto di comunione da parte dei donanti.

Tale atto di disposizione è affetto da nullità in quanto, si ribadisce, che gli atti di disposizione della quota di un bene in comunione legale sono affetti da nullità per impossibilità dell’oggetto, dato che i diritti sui beni acquistati in comunione legale non sono giuridicamente disponibili in quote indivise, appartenenti a ciascuno dei coniugi, come accade invece nella comunione ordinaria.

Per tali ragioni deve essere dichiarata la nullità dell’atto di donazione.

Ogni altra domanda proposta in via subordinata deve ritenersi assorbita.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate d’ufficio ai sensi del D.M. 55/2014 applicando i valori medi dello scaglione di riferimento con riduzione al 50% in considerazione del fatto che non vi è stata attività istruttoria, tenuto conto della natura della controversia delle ragioni della decisione e dell’attività processuale svolta, con attribuzione in favore degli avv.ti Lu.D’A., Pa.Vi. e Lu.Di. per dichiarato anticipo, senza possibilità di accedere anche alla richiesta di condanna dell’attrice al risarcimento danni da lite temeraria ex art. 96 c.p.c. la quale, oltre alla prova della promozione di un giudizio con dolo o colpa grave, postula la deduzione e dimostrazione della concreta ed effettiva esistenza di un danno nascente dal comportamento processuale avversario che nella fattispecie in esame sono del tutto mancate.

P.Q.M.

il Tribunale di Cassino, definitivamente pronunziando, così provvede:

– accoglie la domanda e dichiara nullo l’atto del 18.6.2012 Rep. n. 333.378 Racc. n. 63.656, rogato dal notaio Ro.La., mediante il quale On.Fu. e De.An. donano, con riserva di usufrutto in favore di De.An., relativamente alla quota di un mezzo di sua proprietà, a On.Il. e On.Fr. la proprietà del fabbricato sito in Sora (FR) alla via Madonna della Quercia, distinto al catasto fabbricati foglio (…), mappale (…), cat A/7, cl. 1, vani 11, RC Euro 852,15.

– manda alla conservatoria dei registri immobiliari di Frosinone trascrivere la presente sentenza;

– condanna i convenuti in solido al pagamento delle spese di lite in favore dei difensori di Jo. S.R.L., Pa.Vi. e Lu.Di. dichiarati antistatari, che si liquidano in Euro 462 per spese ed Euro Euro 7.795,00 per compensi professionali oltre iva, cassa e spese generali.

– condanna i convenuti in solido al pagamento delle spese di lite con distrazione in favore del difensore della Ba.Ce., Lu.D’A., dichiarato antistatario, che si liquidano in Euro 7.795,00 per compensi professionali oltre iva, cassa e spese generali.

Così deciso in Cassino il 13 novembre 2018. Depositata in Cancelleria il 15 novembre 2018.


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