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Italiano che commette omissione di soccorso all’estero: conseguenze

15 Giugno 2019
Italiano che commette omissione di soccorso all’estero: conseguenze

Un cittadino italiano, residente in Italia, durante un soggiorno presso uno Stato europeo ipoteticamente commette un reato di omissione di soccorso ripreso solo da alcune telecamere di videosorveglianza pubblica (nessun fermo e nessuna identificazione personale). Esiste un termine entro il quale può essere perseguito per tale ipotetico reato dopo essere rientrato in Italia? 

L’art. 7 del codice penale dice che, per i reati commessi dai cittadini italiani su suolo estero, si applica la legge italiana solamente in poche ed eccezionali ipotesi, come ad esempio nei casi di crimini contro la personalità dello Stato italiano, di delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e di uso di tale sigillo contraffatto, di delitti di falsità in monete aventi corso legale nel territorio dello Stato, o in valori di bollo o in carte di pubblico credito italiano. 

Al di fuori di queste ipotesi, l’art. 9 del codice penale dice che il cittadino italiano che commette in territorio estero un delitto per il quale la legge italiana stabilisce la pena di morte o l’ergastolo, o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, è punito secondo la legge italiana medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato. 

Orbene, nemmeno questa norma è applicabile nel caso specifico perché in Italia l’omissione di soccorso semplice (art. 593 cod. pen.) è punita solo con la reclusione fino a un anno, mentre l’omissione di soccorso stradale (art. 189 codice della strada) è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni (nel massimo). 

Il codice penale tuttavia continua dicendo che, se per il delitto commesso all’estero dal cittadino italiano è stabilita una pena restrittiva della libertà personale di minore durata, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia ovvero a istanza, o a querela della persona offesa. 

Di conseguenza, il cittadino italiano che ha commesso all’estero un’omissione di soccorso potrebbe essere processato in Italia solamente se a richiederlo fosse la persona offesa mediante querela (nel caso di reato procedibile a querela) o, poiché l’omissione di soccorso, in Italia, è procedibile d’ufficio, su istanza della medesima persona offesa, ovvero ancora su richiesta espressa del Ministro della giustizia. 

In pratica, quindi, quando si tratta di delitti punibili con la reclusione inferiore a tre anni commessi all’estero da un cittadino italiano, affinché venga applicata la Legge italiana, oltre alla presenza del reo nel territorio dello Stato, occorre apposita richiesta del Ministro della Giustizia, ovvero l’istanza o la querela della persona offesa. 

Secondo il codice penale, il termine per presentare istanza (avanzata dalla persona offesa) e quello per la richiesta (del Ministro di giustizia) è pari a tre anni da quando il colpevole sia tornato in Italia. Ed infatti, l’art. 130 del codice penale riguardante l’istanza rinvia alle norme sulla richiesta, affermando che: «Quando la punibilità del reato dipende dall’istanza della persona offesa, l’istanza è regolata dalle disposizioni relative alla richiesta». L’art. 128 cod. pen. sulla richiesta dice appunto che «Quando la punibilità di un reato commesso all’estero dipende dalla presenza del colpevole nel territorio dello Stato, la richiesta non può essere più proposta, decorsi tre anni dal giorno in cui il colpevole si trova nel territorio dello Stato». 

In estrema sintesi, quindi, per l’omissione di soccorso commessa all’estero da un cittadino italiano si può procedere solamente: 

– su istanza della persona offesa, da presentarsi entro tre anni (visto che l’omissione di soccorso è reato procedibile d’ufficio e non a querela); 

– su richiesta del Ministro della giustizia (o di organo politico da lui delegato), nel medesimo termine di tre anni. 

Condizione imprescindibile è, ovviamente, che il reo sia in Italia. Sia l’istanza che la richiesta andrebbero presentati al p.m. competente, il quale è tenuto a dare corso alle indagini. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva 



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