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Divisione delle spese in famiglia

26 Maggio 2019
Divisione delle spese in famiglia

Dovere di contribuzione tra coniugi: le spese a carico del marito e della moglie; la scelta di badare alla casa e fare la casalinga.

Ti stai per sposare. Sia tu che la tua futura moglie avete fortunatamente un lavoro. Il tuo stipendio è sensibilmente più alto del suo. Per decisione comune manterrete la separazione dei beni: ciò che acquisterai coi tuoi soldi sarà tuo e ciò che invece comprerà lei resterà di sua proprietà. Questo dovrebbe eliminare ogni problema anche in caso di una successiva separazione. Nello stesso tempo, vuoi sapere come dovrete dividere le spese domestiche, quelle per la gestione della casa e della famiglia. È necessario avere un conto corrente cointestato dal quale attingere i soldi per ciò che sarà di comune interesse? Quanto deve contribuire ciascun coniuge, in termini monetari, per il bene della convivenza? Non è tua intenzione fare il contabile proprio con tua moglie ma, dall’altro lato, non vuoi neanche creare equivoci e contestazioni che, un giorno, potrebbero farvi litigare. Insomma, cosa dice la legge in merito alla divisione delle spese in famiglia? Qui di seguito faremo qualche analisi e proveremo a darti qualche utile suggerimento.

Una cosa però ti deve essere chiara sin da ora: nei rapporti tra marito e moglie la legge entra in punta di piedi andando a disciplinare solo gli aspetti generali e i casi più “patologici”, quelli cioè che determinano la rottura dei rapporti e sono causa di responsabilità per il divorzio. In un campo così delicato e sensibile, come quello dell’organizzazione della famiglia, il legislatore ha preferito lasciare i coniugi liberi di regolare le proprie scelte per come meglio credono.

Ma procediamo con ordine e vediamo cosa stabilisce il nostro ordinamento in merito alla divisione delle spese in famiglia.

Dovere di contribuzione tra marito e moglie

Con il matrimonio, i coniugi si impegnano a contribuire ai bisogni della famiglia ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche. Questo non vuol dire che chi non ha un lavoro non debba prestare il proprio apporto: lo farà evidentemente in termini materiali, ad esempio prendendosi cura della casa e dei figli, svolgendo tutte quelle attività che di solito vengono lasciate a una colf o a una baby sitter.

Il dovere di contribuzione – così viene chiamato – è previsto dal Codice civile [1] che stabilisce in un’apposita norma dedicata ai diritti e doveri dei coniugi: «Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia».

Il dovere di contribuzione vale sia per le coppie sposate in regime di separazione dei beni che per quelle che, invece, hanno preferito la comunione dei beni.

Abbiamo esordito dicendo che ogni coppia può regolare come meglio crede i propri rapporti, quindi anche il dovere di contribuzione. Tuttavia, questa autonomia non può mai spingersi sino a cancellare completamente tale obbligo. Sarebbe pertanto nullo un accordo con cui una donna accetti di sposare un uomo a condizione che questi non la faccia mai lavorare e non le chieda di cucinare, lavare, stirare, badare alla casa e ai bambini.

La libertà che la legge consegna nelle mani del marito e della moglie sta allora nel tipo di prestazione richiesta ai coniugi per il bene familiare (ad esempio i coniugi possono concordare che la moglie o il marito svolga un’attività casalinga piuttosto che dedicarsi al lavoro) e nella misura di tale prestazione (ad esempio si può stabilire che la moglie svolga un lavoro part-time e il pomeriggio si prenda cura della casa o che sia il marito a rinunciare alla carriera per dedicarsi ai figli).

Gli accordi di questo tipo, chiaramente, non devono essere necessariamente scritti ben potendo essere presi verbalmente, prima o dopo le nozze, e anche stretti per comportamenti taciti. Ad esempio, se il marito non contesta la scelta della moglie di non lavorare per dedicarsi alla casa, si ritiene che la scelta sia condivisa.

Il dovere di contribuire ai bisogni della famiglia non attribuisce ai coniugi un potere sui beni di proprietà dell’altro (salvo che i due abbiano optato per la comunione legale). Così, ad esempio, se la coppia è in regime di separazione dei beni, la donna che si occupa della casa non può vantare alcun diritto sugli immobili di proprietà del marito impedendogli, ad esempio, di venderli.

Il dovere di contribuzione e il divorzio

La misura della contribuzione ai bisogni della famiglia è molto importante per stabilire l’eventuale assegno di divorzio. Infatti, con una recente sentenza, le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno precisato che, per calcolare il mantenimento dopo il divorzio, il giudice deve tenere in considerazione l’entità del sacrificio fatto da uno dei due coniugi per il bene comune e, quindi, il contributo da questo apportato alla ricchezza della famiglia e dell’ex. In buona sostanza, tanto per essere più pratici, se la moglie ha rinunciato alla propria carriera per fare la casalinga avrà diritto a un mantenimento che le consenta, anche per il futuro, di mantenersi dignitosamente, in rapporto alle possibilità dell’ex marito. Ciò ovviamente a condizione che la scelta di non lavorare sia stata con quest’ultimo condivisa e non il frutto di un’arbitraria decisione per sottrarsi agli impegni.

Quanto bisogna contribuire alle spese della famiglia?

Escludendo il caso in cui uno dei due coniugi, per assenza di lavoro, si dedichi alla casa e ai figli, vediamo ora, nell’ipotesi in cui entrambi abbiano un reddito, qual è la misura minima del contributo che ciascuno è tenuto a fornire alla famiglia. In altre parole, quanti soldi bisogna spendere per il bene comune? Questo la legge non lo dice e non poteva certo farlo. Tutto infatti dipende innanzitutto dal guadagno dei coniugi e, in secondo luogo, dagli accordi. Ben potrebbe essere, infatti, che uno dei due coniugi, per avere uno stipendio più alto, si impegni in misura maggiore.

La Cassazione ha detto [3] che per determinare l’entità della contribuzione occorre considerare le condizioni finanziarie dei coniugi, tenendo conto anche degli apporti effettuati da ciascun coniuge al momento delle nozze.

Resta fermo, come detto, che tale obbligo può essere assolto con l’attività lavorativa, casalinga o professionale, o mettendo a disposizione beni personali come la casa o l’auto.

Ad esempio costituisce adempimento del dovere di contribuzione:

  • mettere a disposizione della famiglia una casa di cui si era già proprietari prima delle nozze affinché vi si possa vivere senza doverne acquistare un’altra;
  • effettuare le spese di ristrutturazione sulla casa di proprietà dell’altro coniuge per poterla abitare congiuntamente;
  • partecipare alle spese per l’acquisto dell’abitazione familiare da parte del coniuge in regime di separazione dei beni;
  • fare la spesa e cucinare tutti i giorni, pulire la casa, anche se con l’aiuto di una domestica;
  • badare ai figli durante il pomeriggio mentre la mattina ci si dedica alla propria attività lavorativa.

Come vanno divise le spese in famiglia?

Detto ciò non ci sono spese che debba necessariamente sostenere l’uomo e altre che invece competano alla donna. Se nella prassi è il marito che si occupa di pagare le bollette, il mutuo, l’affitto, i finanziamenti, le rate della macchina, le tasse e la benzina, mentre la moglie di solito fa la spesa quotidiana al supermercato, compra il latte e il pane, i vestiti ai bambini, nulla vieta un diverso accordo.

Alcune famiglie sono solite registrare in un’agenda le spese sostenute individualmente, ma solo per un maggior controllo del bilancio familiare, senza che questa possa avere un giorno un valore legale di prova contro l’altro.

C’è bisogno di un conto corrente comune tra marito e moglie?

Marito e moglie non devono per forza avere un conto corrente comune da destinare ai bisogni della famiglia. Ciascuno infatti può attingere dal proprio conto senza per forza condividere i risparmi in un unico deposito bancario o postale. La legge peraltro non obbliga i coniugi a dover gestire le spese comuni tenendole distinte dalle spese personali. In altri termini non c’è obbligo di una contabilità separata.

Anche sotto un aspetto fiscale, l’Agenzia delle Entrate considera gli eventuali bonifici fatti dal conto del marito a quello della moglie, e viceversa, come esecuzione dei normali obblighi di contribuzione familiare e del dovere di solidarietà coniugale. Pertanto, anche in assenza di causali specifiche – che tuttavia è sempre bene curare – non potranno scattare accertamenti fiscali.

Eccezionalmente il fisco potrebbe agire per l’accertamento sul conto del coniuge solo in caso di validi sospetti di intestazione fittizia, ossia quando dovesse risultare che il conto, seppur intestato a uno dei due coniugi, è costituito dai proventi in nero dell’altro. Leggi Controlli sui conti correnti dei coniugi.

Se non si contribuisce ai bisogni della famiglia che succede?

La legge, come detto, non fa i conti in tasca ai coniugi e se uno spende di meno dell’altro per il bene comune non succede nulla. Ma se dovesse risultare che il marito o la moglie non fa nulla per la famiglia e spende tutti i propri soldi per sé o non intende lavorare, oziando sul divano, il giudice potrebbe attribuirgli la colpa della separazione. La conseguenza è che si perde il diritto a ottenere l’assegno di mantenimento.

Facciamo un esempio. Immaginiamo una giovane ragazza che, pur avendo studiato e avendo le capacità per cercare un lavoro, preferisca stare a casa o andare in giro con le amiche a fare shopping. Il marito le chiede di prendersi cura almeno dell’abitazione, ma lei la lascia sempre in condizioni di disordine e sporcizia. Anche per la cena, l’uomo è costretto a cucinare da sé. Ebbene, in un’ipotesi del genere, il marito può chiedere la separazione e il successivo divorzio addebitandone la colpa alla moglie, che pertanto non avrà alcun diritto al mantenimento.


note

[1] Art. 143 cod. civ. co. 3.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/18.

[3] Cass. 16 marzo 1977 n. 1047.


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