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Genitori e suoceri conviventi devono partecipare alle spese?

26 Maggio 2019
Genitori e suoceri conviventi devono partecipare alle spese?

Familiari conviventi: devono partecipare, con la propria pensione, alle spese domestiche, al pagamento delle utenze e alla spesa di tutti i giorni?

Tua moglie ha una madre rimasta vedova ed ormai anziana. Le sue condizioni di salute non le consentono di essere indipendente. Così, tempo fa, ha chiesto di venire a vivere da voi. Non hai potuto dirle di no, anche per tua moglie stessa che, altrimenti, si sarebbe dovuta dividere tra la vostra famiglia e l’assistenza al genitore.

Sono ormai diversi mesi che la convivenza va avanti, ma tua suocera non ha mai contribuito alle spese domestiche: sei tu che fai la spesa anche per lei, che paghi il riscaldamento e l’energia elettrica che consuma, peraltro, in gran quantità (ad esempio, la televisione resta accesa tutto il giorno fino a tarda notte; a volte si addormenta con l’apparecchio acceso). Insomma, a parte le medicine che acquista con la propria pensione, a tutto il resto – compreso vitto e alloggio – ci pensi tu. Ma non te lo puoi permettere, specie con lo stipendio che ti ritrovi. Ed allora ti chiedi se genitori e suoceri conviventi devono partecipare alle spese.

Di tanto parleremo nel seguente articolo. Ti spiegheremo cioè se i familiari conviventi sono tenuti a contribuire, in ragione delle proprie possibilità economiche (ossia in base alla pensione), alle spese che sopporta chi li ospita o se, al contrario, tale ospitalità si deve considerare gratuita. Cosa può esigere il padrone di casa dopo molti anni di coabitazione con persone che, peraltro, non gli sono legati da alcun vincolo di sangue come, appunto, il suocero o la suocera? Facciamo il punto della situazione e vediamo cosa prevede la nostra legge.

Familiari conviventi: quali devono partecipare alle spese domestiche?

Il figlio, finché vive coi genitori, deve partecipare alle spese che sostengono il padre e la madre, sempre che ovviamente disponga di un proprio reddito e in proporzione ad esso. È il legame di sangue che crea un vincolo di solidarietà tra discendente e ascendenti. Ne abbiamo già parlato nell’articolo Il figlio che convive coi genitori deve partecipare alle spese? Lo dice, del resto, anche il Codice civile [1] che, in proposito, detta una norma specifica destinata ai doveri del figlio verso i genitori conviventi. La disposizione stabilisce che «Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

Dall’altro lato, la convivenza e il rapporto di filiazione non sono condizioni essenziali per correre in soccorso dei familiari in difficoltà economica. Esistono infatti le norme del Codice civile che disciplinano il cosiddetto dovere agli alimenti. In pratica, tutte le volte in cui un familiare – anche se non stretto – è in condizioni da non potersi procurare i soldi necessari alla sopravvivenza (quindi vitto, alloggio, medicinali, ecc.), devono correre obbligatoriamente in suo soccorso i familiari più stretti e, in loro assenza, quelli più lontani di grado. Questi devono versare i cosiddetti alimenti, ossia un importo necessario a garantire la sopravvivenza al soggetto indigente, in proporzione comunque alle possibilità economiche di chi vi provvede.

Tenuti a versare gli alimenti, anche se non conviventi, sono i seguenti soggetti in ordine:

  • il coniuge;
  • in sua assenza (o in caso di incapacità economica), i figli;
  • in loro assenza (o in caso di incapacità economica), i nipoti;
  • in loro assenza (o in caso di incapacità economica), i genitori;
  • in loro assenza (o in caso di incapacità economica), i generi e le nuore;
  • in loro assenza (o in caso di incapacità economica), il suocero e la suocera;
  • in loro assenza, i fratelli e le sorelle (germani o unilaterali).

Chi chiede gli alimenti a un obbligato in ordine successivo (ad esempio ai figli) deve dimostrare che gli obbligati di grado anteriore (ad esempio il coniuge) non hanno la possibilità economica di adempiere, in tutto o in parte, alla loro obbligazione.

Convivenza: l’ospitalità è gratuita?

Fuori da queste ipotesi, vediamo ora se genitori e suoceri conviventi devono partecipare alle spese o se, al contrario, l’ospitalità è gratuita.

Non esiste alcuna norma che preveda un obbligo di pagare una parte delle spese domestiche da parte del familiare convivente (salvo, come detto, il caso del figlio coi genitori).

L’ospitalità si considera, di norma, a titolo gratuito. E difatti, sotto un profilo giuridico, la messa a disposizione di una stanza non è altro che un contratto di comodato, anche se concluso oralmente, e il comodato è sempre gratuito (salvo diverso accordo). Dunque, se per l’alloggio non può essere chiesto un corrispettivo, lo stesso vale anche per le spese che la convivenza comporta come il vitto (la spesa al supermercato, i cibi particolari, ecc.), le utenze e tutti gli altri costi collegati alla presenza di una persona in più in casa.

Resta comunque sempre la libertà, per le parti, di trovare un accordo rivolto a stabilire una contribuzione economica, da parte dell’ospite, ai costi che comporta la coabitazione, contribuzione à forfait oppure in percentuale (ad esempio ai costi delle bollette). Tale accordo non deve essere necessariamente scritto ma potrebbe ben essere verbale e, non di meno, potrebbe essere fatto valere in un’aula di tribunale nel caso di mancato adempimento.

I benefici fiscali del genitore o del suocero convivente

Per risparmiare sulle spese però si può portare il convivente (genitori, suoceri) tra i “familiari a carico” purché non abbia un reddito complessivo superiore a 2.840,51 euro. In questo modo è possibile usufruire, nella dichiarazione dei redditi, delle detrazioni fiscali previste per i familiari fiscalmente a carico.

Si può mandare via il familiare convivente?

Una volta accolto in casa, il genitore o il suocero non può essere mandato via dall’oggi al domani, ma bisogna tutelare il suo “possesso”: non si possono, ad esempio, cambiare le chiavi di casa e lasciarlo fuori dalla porta. È quindi dovuto un congruo preavviso per consentirgli di trovare una diversa sistemazione. Diversamente si commette reato. Infatti, il Codice penale [2] stabilisce che chiunque «turba, con violenza alla persona o con minaccia, l’altrui pacifico possesso di cose immobili, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 103 euro a 309 euro». Dunque, cambiare la serratura della porta di casa per non farvi più rientrare il convivente costituisce un illecito penale. In particolare si tratta di «turbativa del possesso di cose immobili».


note

[1] Art. 315-bis cod. civ.

[2] Art. 634 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com.


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1 Commento

  1. Da quanto sopra letto, io che mi sono ritrovato in casa i miei suoceri (mia moglie e’ figlia unica), che godono di una pensione di circa 1000 euro ciascuno ed il possesso di quattro appartamenti in un paesino a 200 km da casa mia), , non ho alcun diritto a pretendere una parte delle spese giornaliere e fiscali. BELLA GIUSTIZIA.

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