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Lettera di contestazione licenziamento

24 Giugno 2019
Lettera di contestazione licenziamento

In Italia non esiste la libertà di licenziare. Per questo se il licenziamento è illegittimo il lavoratore può contestarlo.

Come noto a tutti il lavoro è il fondamento dell’intera Reppubblica, come previsto dalla nostra Costituzione. Questo principio non è solo un’affermazione fine a sé stessa ma produce effetti importanti. Se è vero che il lavoro è un valore fondamentale, allora ne deriva che il posto di lavoro deve essere tutelato dalla legge. Proprio per tutelare il lavoro ed evitare che i lavoratori possano essere espulsi dall’azienda con troppa facilità esiste una specifica normativa che disciplina i licenziamenti. La regola generale è che il licenziamento può essere disposto dall’azienda solo se c’è un valido motivo alla base. Il lavoratore che viene licenziato può, dunque, inviare una lettera di contestazione licenziamento per contestare la scelta del datore di lavoro.

Come vedremo nell’articolo, questa lettera si chiama, tecnicamente, impugnazione del licenziamento e deve essere necessariamente inviata al datore di lavoro entro un periodo di tempo preciso, previsto dalla legge, altrimenti il lavoratore perde la possibilità di impugnare il licenziamento.

Che cos’è il licenziamento?

Il rapporto di lavoro è, nella maggior parte dei casi, a tempo indeterminato. Ciò significa che non c’è una data finale raggiunta la quale il rapporto cesserà.

Da ciò deriva che per far cessare il rapporto di lavoro occorre che una delle parti prenda l’iniziativa ed eserciti il recesso dal rapporto. Quando l’iniziativa viene presa dal dipendente si parla di dimissioni. Quando, invece, è il datore di lavoro a decidere di porre in essere al rapporto di lavoro parliamo di licenziamento.

Il licenziamento è, dunque, la decisione presa dal datore di lavoro di chiudere il rapporto di lavoro con un dipendente.

Cos’è la lettera di licenziamento?

Come abbiamo detto in premessa, la nostra Costituzione da al lavoro un ruolo fondamentale per la sviluppo della persona umana. Il lavoro è considerato l’attività umana che consente al singolo di avere le risorse necessarie ad una vita dignitosa e, allo stesso tempo, uno strumento per esprime la propria personalità e avere un ruolo nella società.

Da ciò deriva che la perdita del lavoro non è una vicenda come un’altra. Non si sta chiudendo un contratto come un altro. Per questo la legge limita la possibilità di licenziamento del datore di lavoro. Innanzitutto, viene imposto al datore di lavoro di comunicare il licenziamento al dipendente per iscritto, attraverso la lettera di licenziamento [1].

La lettera di licenziamento deve indicare in modo preciso ed analitico le motivazioni che sono alla base del datore di lavoro di mandare via quel dipendente.

Per quanto concerne la modalità di trasmissione, di solito viene consegnata a mano al dipendente al quale viene fatta firmare una copia per presa visione. Se la consegna a mano non è possibile viene inviata tramite raccomandata a/r.

Quali sono i motivi di licenziamento?

La vera tutela offerta dalla legge al dipendente non consiste tanto nel fatto che il licenziamento deve essere comunicato per iscritto, che è una tutela più di forma che di sostanza, ma è rappresentata dal fatto che il licenziamento deve avere alla base una giusta causa o un giustificato motivo.

Possiamo dire che i licenziamenti sono mossi da due macro motivazioni: in alcuni casi sono dettati da un grave inadempimento posto in essere dal dipendente e parleremo di licenziamento disciplinare. In altri casi, il dipendente non ha fatto nulla di male ma sono scelte organizzative, tecniche e produttive a far saltare il suo posto di lavoro, e parleremo di licenziamento economico.

I motivi di licenziamento sono, quindi, i seguenti:

  • giusta causa: il dipendente commette un fatto gravissimo, che rappresenta un inadempimento del contratto di lavoro. La gravità della sua condotta è tale che il datore di lavoro non può aspettare nemmeno un’ora in più [2]. Per questo il licenziamento avviene con effetto immediato, in tronco, senza attendere il preavviso di licenziamento previsto nel contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro;
  • giustificato motivo soggettivo: la ragione del licenziamento è sempre legata ad un grave comportamento del dipendente ma non così grave da consentire il licenziamento senza preavviso;
  • giustificato motivo oggettivo: il dipendente non ha fatto nulla di male ma ci sono motivi oggettivi che fanno venire meno la sua posizione di lavoro. Si tratta, di solito, della conseguenza di riorganizzazioni aziendali ed altre scelte tecnico-organizzative che modificano la pianta organica e fanno saltare alcune posizioni. In questo caso il preavviso di licenziamento deve sempre essere rispettato.

Come abbiamo detto, i motivi di licenziamento devono essere espressamente e specificamente indicati nella lettera di licenziamento affinché il lavoratore licenziato possa comprendere perché hanno scelto di mandare via e valutare se le ragioni addotte sono plausibili o sono solo dei pretesti per farlo fuori.

Licenziamento: quando è illegittimo?

A differenza di un semplice recesso dal contratto, che per essere legittimo deve solo rispettare il termine di preavviso previsto nel contratto stesso, il licenziamento è dunque legittimo solo se vengono indicati i motivi, viene notificato per iscritto e i motivi addotti si rilevano realmente sussistenti.

Licenziare un dipendente è, quindi, sempre una scelta delicata perché se il dipendente impugna il licenziamento il giudice andrà a verificare la correttezza del licenziamento intimato e, in caso contrario, dichiarerà il licenziamento illegittimo, con tutta una serie di conseguenze negative per il datore di lavoro.

In particolare, sulla base delle norme di legge e dei principi espressi dalla giurisprudenza possiamo affermare che il licenziamento è illegittimo quando:

  • viene intimato in un periodo in cui il dipendente è protetto dal licenziamento. E’ il caso del licenziamento della donna incinta, dalla data di concepimento sino ad un anno di vita del bambino oppure è il caso del dipendente in malattia per tutto il periodo di comporto fissato dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro. In questi casi il licenziamento è nullo;
  • è determinato, al di là del motivo formale scritto nella lettera, da una causa discriminatoria. E’ il caso del datore di lavoro che scopre che un dipendente è gay e lo licenzia, inventandosi un motivo pretestuoso. Anche in questo caso il licenziamento è nullo;
  • è una ritorsione nei confronti del dipendente che ha esercitato un diritto. Ad esempio, il dipendente contesta il fatto che l’azienda non paga gli straordinari e di tutta risposta viene licenziato. Anche il licenziamento ritorsivo è nullo;
  • licenziamento disciplinare: prima di comunicare il licenziamento la società deve seguire un procedimento disciplinare le cui fasi sono previste dalla legge [3]. Oltre al non rispetto di questa procedura, il licenziamento disciplinare è illegittimo se il fatto contestato al dipendente non è stato realmente posto in essere, oppure non è grave oppure il licenziamento è sproporzionato rispetto alla gravità del fatto;
  • licenziamento economico: in questo caso l’illegittimità si ha quando il motivo oggettivo addotto non è reale. Si pensi al caso in cui l’azienda afferma di licenziare Tizio poichè esternalizza il servizio cui lo stesso è addetto ma poi si scopre che non c’è stata alcuna esternalizzazione. L’illegittimità può derivare anche dal fatto che l’azienda, prima di licenziare il dipendente, non ha verificato la possibilità di ricollocarlo internamente (cosiddetto obbligo di repechage) oppure ha scelto il dipendente senza rispettare dei criteri di buona fede.

Come contestare il licenziamento?

Prima che sia un giudice a valutare se il licenziamento è illegittimo o meno, questa valutazione deve essere fatta dal dipendente stesso. Per questo il lavoratore ha un termine molto stretto per contestare il licenziamento intimato dal datore di lavoro o meglio, per usare il gergo tecnico, impugnare il licenziamento. Il termine è di sessanta giorni [4] dalla data in cui ha ricevuto la lettera di licenziamento.

Entro sessanta giorni la lettera deve essere spedita o deve arrivare in mano al datore di lavoro? La risposta è la prima. L’importante è che nei sessanta giorni il dipendente consegni la lettera alla posta e fa fede ovviamente il timbro postale. In effetti, la data di consegna non dipende dal lavoratore ma dal servizio postale e sarebbe dunque irragionevole porre in carico al dipendente questo onere.

La lettera di impugnazione del licenziamento può essere firmata direttamente dal lavoratore oppure dall’avvocato o dal patronato al quale il dipendente ha dato mandato. Nella lettera di contestazione del licenziamento il dipendente deve comunicare al datore di lavoro che impugna il licenziamento poiché lo ritiene illegittimo. Il contenuto non è predeterminato. In alcuni casi vengono già illustrati, seppure in maniera ancora generale, i profili di illegittimità che il dipendente ha riscontrato nel licenziamento. In altri casi, si preferisce un contenuto generico, senza entrare troppo nel dettaglio poiché si ritiene preferibile tirare fuori le carte solo in un secondo momento.

Lettera di contestazione licenziamento: cosa succede dopo?

Oltre al termine di sessanta giorni dalla data di ricevimento del licenziamento, fissato dalla legge per l’impugnazione del recesso datoriale, la normativa prevede un secondo termine, che scatta dalla data in cui il dipendente ha inviato al datore di lavoro la lettera di impugnazione del licenziamento.

Questo ulteriore termine è di centottanta giorni ed è fissato per il deposito del ricorso presso il Tribunale del lavoro.

In questo lasso di tempo, rappresentato in tutto da un massimo di 240 giorni, l’azienda, consapevole che il dipendente ha intenzione di fare causa, potrebbe proporre al lavoratore licenziato una soluzione transattiva e cioè offrire una somma di denaro per chiudere bonariamente la vicenda ed evitare che il dipendente proceda con l’azione giudiziale.


note

[1] Art. 2 L. n. 604/1966.

[2] Art. 2119 cod. civ.

[3] Art. 7 L. n. 300/1970.

[4] Art. 6 L. n. 604/1966.

Autore immagine: 123rf com.


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