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Prescrizione breve cartelle esattoriali

28 Maggio 2019
Prescrizione breve cartelle esattoriali

Imposte e tributi: la prescrizione è di cinque o di dieci anni? La soluzione favorevole al contribuente è sempre più condivisa dalle aule di tribunale.

Si fa sempre più consistente il filone giurisprudenziale che sostiene la possibilità di applicare la prescrizione breve alle cartelle esattoriali. Una recente pronuncia della CTR Lazio, che ricalca quanto già sostenuto dalla Cassazione poco tempo fa, riapre il tema e le speranze di chi ha consistenti debiti con l’Agente della Riscossione. Secondo i giudici laziali la scadenza degli atti impositivi sarebbe sempre di cinque anni, a prescindere dalla tassa a cui essi si riferiscono. Questo varrebbe quindi sia per Irpef, Iva, Irap, Imu, Tasi, Tari, ecc.

Ma procediamo con ordine e torniamo a parlare, ancora una volta, delle famigerate cartelle esattoriali e dei relativi termini di prescrizione. Lo faremo tenendo conto delle ultime sentenze e degli orientamenti che si sono di recente consolidati nelle aule di tribunale.

Prescrizione cartelle esattoriali: 10 o 5 anni?

Il tema della prescrizione di imposte e tributi è forse tra i più cari ai contribuenti. Non c’è infatti modo più semplice e indolore per liberarsi dai debiti con il Fisco, sia che si tratti delle imposte locali che di quelle dovute allo Stato. Basta aspettare e, ovviamente, sperare di non ricevere nel frattempo alcun sollecito, diffida o qualsiasi altro atto da parte dell’amministrazione. E così, dopo tanto tempo, il debito si cancella da solo. Ma quanto tempo è necessario affinché si verifichi questo ambito effetto? Sul tema si sono spesso pronunciati i giudici, non sempre con opinioni coerenti tra loro. Il problema si è posto principalmente per le cartelle esattoriali, quelle cioè notificate da Agenzia Entrate Riscossione o dalle società private di riscossione dei tributi locali. 

Secondo una prima tesi – a lungo sostenuta da Equitalia Spa – tutte le cartelle non impugnate, e quindi divenute definitive, si prescriverebbero in 10 anni proprio al pari delle sentenze non più impugnabili. Questo orientamento è stato ritenuto errato dalle Sezioni Unite della Cassazione [1]. 

Così si è imposto un secondo orientamento, più condiviso e applicato in gran parte delle aule di tribunale. Secondo questa seconda tesi, le cartelle non hanno tutte lo stesso termine di prescrizione: ad esse si applica la medesima prescrizione prevista per l’imposta cui esse si riferiscono (leggi: Tasse: quando vanno in prescrizione?). Ad esempio, le cartelle emesse per il mancato pagamento di imposte dovute allo Stato (come Irpef, Iva, Irap, bollo e registro) si prescrivono in 10 anni; quelle per imposte dovute a Comuni e Regioni si prescrivono in 5 anni, così come in 5 anni si prescrivono i contributi previdenziali (dovuti all’Inps), assistenziali (dovuti all’Inail), le sanzioni amministrative e le multe stradali. Infine di 3 anni è la prescrizione della cartella per bollo auto.

Di recente, però, numerosi tribunali di primo e secondo grado [2] hanno sostenuto che la prescrizione delle imposte sui redditi, e quindi Irpef e Ires, ma anche Iva, sarebbe sempre di 5 anni. Questa tesi è stata, da ultimo, condivisa dalla stessa Cassazione [3] con una sentenza da noi commentata in Cartella esattoriale: prescienze sempre di cinque anni.

In pratica, secondo questo nuovo orientamento, di certo più favorevole al cittadino perché dimezza i termini di scadenza di tutti i debiti col fisco, per ogni cartella esattoriale è prevista la prescrizione breve (ossia di 5 e non di 10 anni) a prescindere dal tipo di imposta o tributo che, con essa, viene riscosso.

Prescrizione breve cartelle esattoriali Iva, Irpef, Irap

A ribadire questo stesso concetto è stata, più di recente, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio [4]. I giudici di secondo grado scelgono la via della prescrizione breve per tutte le cartelle esattoriali, non solo quelle per i tributi locali (Imu, Tasi, Tari) ma anche per quelli erariali. E così, secondo la sentenza in commento, le cartelle di pagamento non impugnate contenenti le richieste di Irpef, Iva, Irap e ritenute alla fonte si prescrivono in cinque anni decorrenti dalla notifica delle cartelle o dalla notifica dell’intimazione di pagamento. 

Atti interruttori della prescrizione

Affinché la cartella possa dirsi prescritta è però necessario che, dopo la sua notifica e prima del decorso del termine di prescrizione, l’Agente della riscossione non abbia notificato altri atti o intimazioni: questi infatti hanno la funzione di interrompere i termini di prescrizione e farli decorrere nuovamente da capo a partire dal giorno successivo. Ad esempio, se per una cartella notificata nel 2015, con prescrizione quindi fissata al 2020, interviene un sollecito con raccomandata notificato nel 2019, la prescrizione slitta al 2024.  

Si considerano «atti interruttivi della prescrizione» tutte le richieste di pagamento inviate con pec o raccomandata. Ad esempio, sono tali le intimazioni di pagamento, le cartelle riassuntive di altre cartelle, il preavviso di fermo o di ipoteca, il pignoramento.

La richiesta di rateizzazione da parte del contribuente non rappresenta né riconoscimento del debito esattoriale né atto interruttivo della prescrizione [5]. 

Come far valere la prescrizione della cartella

Come anticipato in apertura, la prescrizione opera in automatico, al semplice decorso del termine. Quindi, dopo che i cinque anni sono decorsi, non c’è bisogno di presentare alcuna istanza per ottenere la cancellazione del debito. Certo però è che, se nonostante l’intervenuta prescrizione, l’Esattore dovesse notificare una nuova richiesta di pagamento quest’ultima sarebbe illegittima e andrebbe impugnata davanti al giudice entro massimo 60 giorni; la mancata contestazione implicherebbe il riconoscimento del debito e l’impossibilità di far più valere la prescrizione. 

Attenzione alle istanze di cancellazione in autotutela: queste non solo non interrompono i termini per il ricorso al giudice ma, il più delle volte, non vengono prese in considerazione. Sicché sarà sempre meglio preparare gli atti per l’impugnazione in tribunale.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 23397/2016.

[2] Cass. ord. n. 20213/2015; CTP Avellino, sent. n. 267/2017; CTR Catanzaro sent. n. 173/16; CTP Reggio Calabria, sent. del 16.04.2014; Ctr Lombardia, sent. n. 1883/16/2018; Ctp Lodi, sent. n. 24/01/17;  CTP Messina, sent. n. 512/13/2013.

[3] Cass. sent. n. 30362/2018 del 23.11.2018

[4] CTR Lazio, sent. n. 1416/2019 del 12.03.2019.

[5]  Cass. S.U. sent. n. 23397/2016. 

Autore immagine: 123rf com


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