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Prodotto difettoso: cosa dice il codice del consumo?

29 Maggio 2019
Prodotto difettoso: cosa dice il codice del consumo?

Se un oggetto acquistato al negozio non funziona, cosa fare? La garanzia, la sostituzione e la riparazione del bene comprato: cosa dice la legge?

Hai acquistato un oggetto e, dopo pochi giorni, hai riscontrato dei difetti. Hai contattato il venditore il quale ti ha prima assicurato di poterlo riparare, poi ti ha detto che le spese sarebbero state comunque a tuo carico trattandosi di un difetto non coperto da garanzia. Infine, per lavarsi le mani dal problema, ti ha invitato a spedire la merce direttamente alla casa produttrice non avendo lui alcuna competenza per procedere alla riparazione. Come stanno davvero le cose? In presenza di un prodotto difettoso, cosa dice il codice del consumo? Ecco alcuni chiarimenti che fanno al caso tuo.

Quando scatta tutela del consumatore

Il Codice del consumo – come chiarisce il nome stesso – si applica solo quando l’acquirente è una persona fisica, un privato che agisce al di fuori della propria attività lavorativa. Quindi, se acquisti un prodotto e chiedi la fattura per scaricare la spesa dalle tasse non sei tutelato dalle norme del Codice del consumo, ma dalla disciplina generale del codice civile (meno garantistica). 

Il Codice non si applica inoltre nei contratti tra privati, ad esempio se compri da un’altra persona fisica che non agisce come impresa o attività commerciale (ad esempio acquisti un oggetto usato su internet). Il venditore o il prestatore di servizi deve essere per forza un professionista, un imprenditore o una azienda.

Quanto dura la garanzia?

La garanzia per gli acquisti fatti da privati, tutelati quindi dal Codice del consumo, copre per due anni dal giorno del contratto (contratto che può anche essere verbale, come nel caso di acquisto al supermercato o in una catena di prodotti elettronici). Il termine di 2 anni non può essere derogato neanche dalle condizioni generali di contratto fatte firmare dal venditore all’acquirente.

Quando denunciare un vizio di un prodotto difettoso?

L’acquirente deve denunciare al venditore il difetto del prodotto entro 60 giorni dalla scoperta ossia da quando si è accorto del vizio (se non agisse come consumatore, il termine sarebbe solo di 8 giorni). Il termine «denuncia» non ha nulla a che vedere con la denuncia penale: si tratta solo di una diffida che deve essere preferibilmente scritta (proprio per avere le prove, in caso di contenzioso, di tale adempimento). 

La denuncia non è necessaria se il venditore ha espressamente riconosciuto l’esistenza del difetto quando hai riportato il prodotto in negozio o, al momento della vendita, lo aveva nascosto.

Come dimostrare l’acquisto?

Spesso si dice che, per la sostituzione o la riparazione del prodotto difettoso, è necessario conservare lo scontrino o la cosiddetta «prova di acquisto» (un talloncino di solito inserito nell’imballaggio). Non è così. La legge invece consente di dimostrare l’avvenuta stipula del contratto con qualsiasi mezzo di prova, anche con la lista dei movimenti della carta di credito con cui si è pagato il prodotto.

Prodotto difettoso: i diritti del consumatore

A stabilire quali sono i diritti del consumatore in caso di prodotto difettoso è l’articolo 130 del Codice del consumo. L’acquirente innanzitutto ha diritto a rivolgersi sempre al venditore; è quest’ultimo infatti il diretto responsabile nei confronti del consumatore. Dunque non si può imporre all’acquirente di spedire l’oggetto al produttore, essendo questo un compito del venditore.

In caso di prodotto difettoso, l’acquirente ha diritto a scegliere tra:

  • la sostituzione del prodotto con un altro;
  • la riparazione del prodotto con un altro.

Le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate senza spese per il consumatore, entro un «lasso di tempo ragionevole» e senza notevoli inconvenienti per il consumatore. Di conseguenza, non vi può essere alcuna pretesa economica da parte del venditore per eseguire l’obbligo di ripristino della conformità del bene, a prescindere dalla circostanza che ciò avvenga tramite la riparazione o la sostituzione del bene non conforme. In caso contrario, infatti, ove il consumatore fosse tenuto a pagare le spese, sarebbe dissuaso dal far valere i diritti riconosciutigli dalla direttiva. Pertanto, l’obbligo di ripristino o sostituzione in capo al venditore prescinde dal luogo in cui il consumatore è tenuto a mettere a disposizione del venditore il bene acquistato a distanza.

Di conseguenza, il luogo in cui il bene deve essere messo a disposizione del venditore per il ripristino della conformità deve essere scelto in modo da rappresentare un notevole inconveniente per il consumatore, in termini di tempo e di sforzi dovuti all’imballaggio e alla consegna del bene. Pertanto, occorre effettuare una valutazione in concreto, alla luce della natura del bene (peso, volume, fragilità) e della finalità per la quale è stato acquistato.

È da considerare «eccessivamente oneroso» uno dei due rimedi se impone al venditore spese irragionevoli in confronto all’altro, tenendo conto:

  • del valore che il bene avrebbe se non vi fosse difetto di conformità;
  • dell’entità del difetto di conformità;
  • dell’eventualità che il rimedio alternativo possa essere esperito senza notevoli inconvenienti per il consumatore.

Che succede però se la sostituzione è impossibile perché, ad esempio, non ci sono più altri prodotti dello stesso tipo in negozio, oppure la riparazione è antieconomica perché, ad esempio, costa più di un nuovo prodotto? In questi casi, quando cioè la sostituzione è oggettivamente impossibile o la riparazione eccessivamente onerosa, l’acquirente può scegliere tra due diversi rimedi:

  • l’integrale restituzione del prezzo di acquisto (con restituzione dell’oggetto): è la cosiddetta «risoluzione del contratto»;
  • la restituzione di parte del prezzo di acquisto (ossia la cosiddetta «riduzione del prezzo») in misura proporzionale alla diminuzione di valore dell’oggetto in questione.

La risoluzione del contratto è possibile solo per i vizi particolarmente gravi, che impediscono l’utilizzo corretto dell’oggetto secondo la finalità che gli è propria. 

La restituzione o la riduzione del prezzo di acquisto può essere chiesto non solo quando la riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose, ma anche quando:

  • il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione del bene entro un congruo termine;
  • la sostituzione o la riparazione precedentemente effettuata ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore.

Chi deve dimostrare che i difetti erano preesistenti alla vendita?

Una scusa ricorrente dei venditori per declinare l’obbligo di garanzia e la sostituzione o riparazione dell’oggetto è quella di addossare la responsabilità del non corretto funzionamento al consumatore. In realtà le cose vanno diversamente. Infatti la legge stabilisce che, se il difetto di conformità si manifesta entro sei masi dalla consegna del bene, si presume che esso esistesse già a tale data. Il che significa, in pratica, che non è il consumatore a dover dimostrare che il difetto non è stato causato dal suo uso, ma è il venditore a dover dare la prova contraria (ossia la colpa dell’acquirente). 

Come fare in caso di prodotto difettoso?

Spesso, quando il consumatore di vede negare i propri diritti rinuncia a difendersi essendo l’azione contro il venditore eccessivamente onerosa rispetto al prezzo pagato. In realtà non c’è bisogno di ricorrere al tribunale, ben potendo rivolgersi a un organismo di mediazione. Questo convocherà la ditta venditrice per tentare un accordo. Il primo incontro ha un costo di 40 euro. Se non si riesce a trovare un’intesa non si deve pagare altro. Viceversa, se l’accordo riesce, il mediatore ha diritto a una percentuale che può però ricadere sul venditore. In più il verbale di mediazione ha valore di sentenza tra le parti.

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Autore immagine: 123rf com


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