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Cassazione: reato vendere cannabis nei growshop

30 Maggio 2019
Cassazione: reato vendere cannabis nei growshop

Le Sezioni unite della Cassazione hanno risolto un dubbio interpretativo: è reato vendere nei growshop cannabis light con thc fino a 0,6%.

È reato vendere nei growshop cannabis light con thc fino a 0,6 per cento. È questo l’importante principio cui sono giunte oggi le Sezioni Unite penali della Cassazione. Ne ha dato notizia la stessa Corte con una informazione provvisoria (la numero 15/2019) apparsa sul relativo sito.

Secondo la Corte, commercializzare qualsiasi titolo dei prodotti derivati dalla cannabis sativa L integra il reato di spaccio. Salvo che tali prodotti siano del tutto privi di efficacia drogante.

La pronuncia è estremamente importante perché – giunta proprio in un periodo in cui la politica ha messo al bando i growshop – mette fine a un contrasto tra i giudici.

Le parole della Corte sono le seguenti: «Integra il delitto di spaccio la commercializzazione a qualsiasi titolo dei prodotti derivati dalla cannabis sativa L, salvo che siano del tutto privi di efficacia drogante».

La Suprema Corte ha quindi aderito a quell’orientamento giurisprudenziale secondo cui la legge del 2016 avrebbe legalizzato canapa con thc fino allo 0,6% solamente per i produttori e gli agricoltori: in altre parole, dunque, il limite massimo resta sempre quello dello 0,2% di thc, elevabile a 0,6 solamente per imprenditori ed agricoltori. Un limite di tolleranza, dunque, che non può essere applicato ai growshop, per i quali scatterebbe il reato di cessione di sostanze stupefacenti (spaccio, in pratica).

Questa decisione non stupisce più di tanto, visto che a seguito di una circolare del ministero degli Interni a firma di Salvini la polizia stava già procedendo al sequestro dei grossi quantitativi di canapa avente thc inferiore allo 0,6% che provenivano dall’estero e giungevano nei porti italiani. Anche prima di questa importante decisione, poi, era comunque vietato un utilizzo “distorto” dei prodotti fatti di canapa legale: ed infatti, gli articoli venduti dai growshop non potevano essere oggetto di combustione (i fumi, in pratica, non potevano essere inalati). Anche coloro che fumavano canapa light e poi si mettevano alla guida venivano fermati perché circolavano sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Nell’udienza di oggi le Sezioni Unite Penali della Suprema Corte hanno affermato che «la commercializzazione di cannabis sativa L, e in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della l. n. 242/2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varianti iscritte nel Catalogo comune della specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati; pertanto, integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, d.P.R. n. 309/1990, le condotte di cessione, di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante».



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