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Denunciare la madre per violenza psicologica sul figlio

30 Maggio 2019
Denunciare la madre per violenza psicologica sul figlio

La madre che manipola il minore per ostacolare il rapporto con l’ex marito, padre del bambino, commette reato.

È reato impedire al padre di vedere il figlio. Ma non solo. Qualsiasi azione diretta a ostacolare il diritto di visita del genitore non convivente con il minore può comportare una condanna penale. A dirlo è la Cassazione con una recente sentenza [1]. Secondo la Corte, si può denunciare la madre per violenza psicologica sul figlio. Ma quando e in quali occasioni si configura l’illecito? Ecco i chiarimenti offerti dalla Corte.

Diritto alla bigenitorialità

I figli hanno diritto a crescere con entrambi i genitori anche se si sono separati. Un diritto che però proprio gli stessi figli potrebbero non voler esercitare a causa delle influenze ricevute dal genitore con cui convivono. Se il figlio non vuol vedere il padre è spesso non per una sua decisione, maturata consapevolmente e a ragion veduta; si tratta, il più delle volte, degli ostacoli – diretti o indiretti – posti dalla madre. E non è raro che il minore venga usato come arma di reciproca vendetta. Sono però numerosi i precedenti giurisprudenziali che hanno condannato comportamenti di questo tipo: condanna che può variare dalla perdita dell’affidamento alla sanzione economica.

La Cassazione però ribadisce: si può denunciare la madre per violenza psicologica sul figlio quando lo manipola al fine di metterlo contro l’ex marito e ostacolare il diritto di visita di quest’ultimo.

La madre non fa incontrare i figli col padre

La Corte non condanna solo le madri che parlano male del marito in presenza dei bambini in modo da ingenerare in questi un inconscio – e a volte involontario – odio, fino alla totale alienazione della figura paterna (la cosiddetta Pas, sindrome di alienazione genitoriale). Nel mirino dei giudici ci sono anche – e inevitabilmente – i comportamenti materiali di chi non porta il minore agli incontri col padre. E ciò perché il genitore non affidatario ha il diritto di vedere il figlio, mentre il comportamento della donna elude l’ordine del giudice della separazione.

Che fare se il figlio non vuol vedere il genitore

Non è una giustificazione il fatto che il figlio rifiuti di vedere l’altro genitore. La bigenitorialità è un diritto che va quasi… imposto, proprio come quando si fa mangiare il bambino controvoglia. Questo perché è nel suo stesso bene crescere con accanto la figura paterna e materna. Al fine di non creare traumi e grosse fratture derivanti da una costrizione fisica, i giudici hanno spesso suggerito un passaggio graduale con sedute davanti a uno psicologo per recuperare nel minore il legame con l’altro genitore.

Ecco perché la madre non può neanche limitarsi a prendere atto del rifiuto del bambino di vedere il padre ma al contrario deve sforzarsi di comprenderne le ragioni e rimuovere tutti gli ostacoli possibili. Se non lo fa si rende “compartecipe” e personalmente responsabile dell’alienazione parentale.

Se poi è la madre a manipolare il figlio, mettendolo in tensione prima degli incontri, allora può scattare la condanna penale.

Mancata esecuzione dell’ordine del giudice

Il reato in contestazione è quello di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice [2]: la madre infatti non rispetta il calendario di visite imposto dal tribunale al momento della separazione o del divorzio.

E se la bambina piange, rifiuta di scendere dall’auto e di staccarsi dalla mamma non è per avversione verso il padre ma per compiacere la madre che gliel’ha messa contro. La donna sa di contravvenire all’ordine del giudice perché conosce bene la sentenza di separazione/divorzio che ha fissato i giorni e gli orari delle visite del padre. Non può far finta di nulla, non può scaricare la responsabilità sul bambino che è ancora immaturo.

Entrambi i genitori sono figure centrali per la crescita e l’equilibrio psicologico del minore: il genitore collocatario o affidatario, dunque, compie reato se rende vane le legittime aspettative dell’altro, ostacolando gli incontri con il figlio fino a recidere ogni legame.

Invece, se maggiorenne, il figlio può decidere ciò che vuole fare e nessuno, neanche il giudice, può costringerlo in un senso o nell’altro.

 


note

[1] Cass. sent. n. 23830/19 del 30.05.2019.

[2] Art. 388 cod. pen.


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