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Creditore in malafede: che fare?

2 Giugno 2019
Creditore in malafede: che fare?

Fatture e pagamenti non dovuti, decreti ingiuntivi illegittimi e pignoramenti fraudolenti: come difendersi?

Esiste un modo per difendersi da un creditore in malafede? Che fare per impedirgli di avviare un pignoramento illegittimo? Immagina che un professionista abbia emesso una parcella nei tuoi riguardi per una prestazione da lui mai resa o per la quale nessun incarico era stato affidato in precedenza. Se non intendi pagarlo e questi agisce contro di te con un decreto ingiuntivo o citandoti in giudizio come dovrai comportarti?

Immagina, invece, di aver dimenticato di pagare una fattura di una società e che quest’ultima, dopo molti anni, a prescrizione già intervenuta, ti intimi il pagamento. Provi a far rilevare che ormai nulla è dovuto ma il creditore in malafede insiste. Che fare?

Chi, in malafede, agisce in tribunale per recuperare un credito può essere condannato non solo alle spese processuali, ma anche al risarcimento del danno per la cosiddetta «lite temeraria». In più, c’è la sanzione per comportamento processuale scorretto a carico di chi falsifica i documenti o presenta delle prove fasulle.

Per quanto invece riguarda la frode, bisogna andarci cauti: il Codice penale infatti richiede degli artifici e raggiri che non ricorrono nel caso di chi si limiti ad esigere dei soldi non dovuti.

Ma procediamo con ordine e vediamo che fare se il creditore è in malafede. Esistono diversi gradi di tutela a seconda dell’attività che il creditore ha intrapreso o minaccia di intraprendere. Procediamo dunque con ordine.

Si può denunciare un creditore in malafede?

In verità, nessuna norma contiene una descrizione di «creditore in malafede». Il concetto di malafede è espresso, in termini giuridici, con la parola “dolo” ed il dolo si verifica quando una persona è consapevole ed ha la specifica volontà di agire in un determinato modo contrario al diritto. Nel nostro caso ci deve essere l’intenzione di recuperare dei soldi che non sono dovuti. Quindi, per parlare di dolo, ossia di malafede, è necessario che chi agisce abbia la consapevolezza di essere nel torto. Non si può quindi parlare di “creditore in malafede” se questi ritiene di avere diritto al denaro, per quanto possa clamorosamente sbagliarsi ed essere colpevole di una non corretta interpretazione della legge.

In più, il solo fatto di esigere dei soldi con la coscienza di non averne diritto non costituisce frode e, quindi, non consente di sporgere querela. La frode – ossia il reato previsto dal codice penale – scatta solo quando, oltre alla richiesta illegittima di denaro, c’è anche una manipolazione della realtà: il colpevole deve raggirare la vittima, con dichiarazioni mendaci o con alterazione di documenti, al fine di trarla in inganno. Se non ricorrono queste condizioni, si può solo parlare di un illecito civile e non si può agire in via penale. Ad esempio, una società che emette una fattura nei confronti di un soggetto che non ha mai fatto un ordine non commette frode visto che il documento fiscale è effettivo e registrato nella contabilità.

Ma se non si può denunciare il creditore in malafede, cosa si può fare? La legge consente due tipi di difese.

La prima consente al debitore di agire per primo contro le ingiustificate pretese: egli può cioè rivolgersi al giudice e chiedergli di emettere una sentenza in cui dichiara inesistente il credito vantato da un’altra persona (è la cosiddetta azione di accertamento negativo del credito).

La seconda, invece, consente al debitore di attendere che sia il creditore a fare la prima mossa, magari un ricorso per decreto ingiuntivo o una citazione in giudizio; e, solo dopo questo momento, presentare una contestazione per negare l’esistenza del credito. È chiaro che questa seconda via è di gran lunga consigliabile perché non implica spese processuali (i costi del giudizio vengono anticipati infatti da chi inizia la causa, nella specie il creditore) e comporta un più facile onere della prova (se infatti il creditore non riesce a dimostrare il proprio diritto, perde il giudizio).

Call center del recupero crediti in malafede

Se il creditore in malafede si è affidato a una società di recupero crediti, potresti anche evitare di preoccuparti. Difatti, queste tendono sempre ad agire con mezzi “stragiudiziali” ossia con diffide e con telefonate, ma non possono intraprendere azioni giudiziarie né tantomeno pignoramenti (per farlo dovrebbe essere intervenuta una cessione del credito). Dunque, potrai limitarti a non rispondere al telefono e alle lettere che ti vengono inviate. La replica infatti non è obbligatoria, anche se un comportamento prudente – valutabile dal giudice in un eventuale successivo giudizio – richiede sempre di mettere nero su bianco le proprie contestazioni.

Ad esempio, con una recente sentenza la Cassazione ha ritenuto che l’opposizione proposta da un debitore a un decreto ingiuntivo, emesso sulla scorta di una fattura da questi in precedenza registrata, è poco credibile. E difatti chi registra un documento fiscale nella propria contabilità ammette tacitamente il debito. Ecco perché è bene da subito esplicitare la propria contestazione nei confronti della richiesta del creditore. Lo si può fare con una lettera raccomandata a.r. o con una posta posta elettronica certificata in cui si chiariscono le proprie ragioni e i perché il pagamento non è dovuto. Come detto non è un comportamento richiesto dalla legge ma può avere la sua importanza in un successivo processo per convincere il giudice della propria buona fede.

Decreto ingiuntivo in malafede

Quante volte si riceve un decreto ingiuntivo del tribunale con estrema meraviglia: come mai la legge consente al creditore – che potrebbe pertanto essere anche in malafede – di ottenere un provvedimento di condanna (appunto l’ingiunzione di pagamento) emettendo una semplice fattura e portandola davanti al giudice? In questo modo – si sostiene – diventa assai facile frodare la gente. Non è però un ragionamento corretto. È vero che la legge – per facilitare e accelerare il procedimento di recupero dei crediti – consente a chiunque, dotato di prova scritta (prova che può anche essere una fattura), di ottenere un decreto ingiuntivo senza bisogno di citare in giudizio il debitore, ma è anche vero che quest’ultimo può, una volta ricevuta la notifica del decreto, fare opposizione nei successivi 40 giorni. Con l’opposizione inizia una causa vera e propria nella quale non spetterà al debitore difendersi ma sarà compito del creditore dimostrare l’esistenza del proprio diritto. E in questa fase, la fattura non è più prova.

Dunque, per difendersi dal creditore in malafede si può sempre presentare opposizione al decreto ingiuntivo. Se il debitore vince il giudizio, il magistrato condanna il creditore a rifondergli le spese legali e processuali sostenute per il giudizio.

In più, se il giudice dovesse rilevare, al termine della causa, che il creditore ha agito in malafede o con colpa grave, come nel caso di chi emette una fattura senza che vi sia mai stato un contratto o un ordinativo, lo condanna anche al risarcimento del danno per la lite temeraria. Danno che, il più delle volte, viene determinato in via equitativa, sulla base di quanto appare giusto al giudice in base alle circostanze concrete.

La richiesta di risarcimento deve essere presentata dalla parte interessata prima che il giudice emetta la sentenza.

Vengono quindi valutati una serie di elementi come l’entità del diritto leso, la durata del processo, il danno che ne è conseguito, il fondamento delle ragioni della parte vincitrice e la pretestuosi della difesa di quella soccombente.

Creditore con assegni o cambiali

Può succedere di rilasciare un assegno o una cambiale a garanzia di un pagamento rateale e che il creditore, in barba agli accordi, porti ugualmente il titolo all’incasso. Se il titolo viene protestato e il creditore agisce con il pignoramento è sempre possibile presentare opposizione all’esecuzione forzata. Anche in questo caso si apre una fase processuale volta ad accertare l’esistenza del diritto del creditore; è quest’ultimo a dover dare le prove. E se non ne ha, viene condannato alle spese processuali. In più ci può essere anche qui il risarcimento del danno per lite temeraria.



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