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Quanto tempo può stare un telefono in assistenza

2 Giugno 2019
Quanto tempo può stare un telefono in assistenza

Prodotto in garanzia: tempi di assistenza. Se la riparazione è troppo lunga e dura più del tempo dovuto cosa puoi fare?

Hai acquistato un telefonino nuovo ma, dopo qualche settimana, ha iniziato a mostrare dei difetti di funzionamento. Sei così andato al negozio per risolvere la questione. Il titolare ha trattenuto il cellulare per la riparazione, ma da allora non ne hai avuto più notizia. Ogni volta che vai a informarti, c’è sempre una scusa diversa. Ora è passato più di un mese da quando sei rimasto senza il tuo smartphone nuovo e la cosa inizia a puzzarti. Così ti chiedi: quanto tempo può stare un telefono in assistenza? È possibile chiedere eventualmente un altro dispositivo in sostituzione di quello precedente se quest’ultimo non dovesse funzionare bene? Oppure è possibile “ripensarci” e chiedere la restituzione dei propri soldi? Ecco cosa dice la legge a riguardo. Legge di recente interpretata dalla Cassazione [1]. La sentenza è stata pubblicata proprio in questi giorni. Ne parleremo qui di seguito e ti forniremo le istruzioni da seguire per ottenere la riparazione o la sostituzione del tuo telefonino.

Prodotto in garanzia: cosa dice la legge?

Prima di parlare dei tempi di riparazione di un telefono in assistenza vediamo cosa dice la normativa in merito alla garanzia dei prodotti difettosi.

Sia che si tratti di un problema software o hardware ti è dovuta una garanzia di due anni sul tuo smartphone. Come già spiegato in Prodotto difettoso: cosa dice il codice del consumo?, la garanzia consiste nella possibilità di chiedere, a tua scelta, o la sostituzione del telefono con uno nuovo o la sua riparazione “a regola d’arte”. 

Puoi esercitare questo diritto nei confronti del venditore, il quale non può scaricare la colpa sul produttore e chiederti di rispedire il prodotto a un centro assistenza o direttamente alla casa madre: sono attività che, eventualmente, deve compiere lui perché è con lui che hai concluso l’affare. Il codice del consumo attribuisce al venditore la responsabilità, nei confronti del consumatore, per qualsiasi difetto di conformità esistente, al momento della consegna del bene.

Se la riparazione dovesse rivelarsi troppo onerosa per il venditore (come nel caso in cui è necessario sostituire una parte essenziale del prodotto) o la sostituzione è impossibile (come nel caso in cui non vi siano altri modelli dello stesso tipo) puoi optare per una di queste due soluzioni: o una riduzione del prezzo di vendita commisurata alla diminuzione di valore (quindi, se hai già pagato, ti deve essere restituita una parte dell’importo) oppure la risoluzione del contratto ossia la restituzione integrale dei soldi spesi con riconsegna del cellulare. 

Questa tutela specifica si applica alle sole ipotesi di difetto originario di conformità del bene acquistato.

I diritti di chi compra un telefonino

Già da ciò possiamo tracciare alcune istruzioni pratiche:

  • se il telefono non funziona non puoi chiedere la restituzione dei soldi, a meno che non ti sia stata data una cosa diversa da quella che avevi acquistato nel qual caso saremmo invece nel campo dell’illecito contrattuale (ad esempio credevi di comprare un prodotto originale e invece non lo è);
  • se il telefono non funziona puoi, in prima battuta, chiedere a tua scelta la riparazione o la sostituzione con un modello diverso;
  • solo se queste due soluzioni dovessero mostrarsi troppo difficili o impossibili, puoi chiedere – sempre a tua scelta – o la restituzione integrale dei soldi (dietro riconsegna del cellulare) oppure una riduzione del prezzo di vendita;
  • la garanzia è dovuta dal venditore: è lui che deve farsi carico di riparare il cellulare o, se non è in grado di farlo, di spedirlo al centro di assistenza o alla casa madre;
  • la garanzia dura due anni: tuttavia, per far operare la garanzia, devi segnalare il problema entro 60 giorni da quanto te ne sei accorto.

Tempi di attesa per telefono in assistenza

Se decidi di far riparare il tuo telefono non funzionante, quanto tempo dovrai attendere prima che l’assistenza lo aggiusti? 

Le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate senza spese per il consumatore, entro un «lasso di tempo ragionevole» e senza inconvenienti per il consumatore. Di conseguenza, il venditore non può chiederti dei soldi per ripristinare la conformità del prodotto, a prescindere dalla circostanza che ciò avvenga tramite la riparazione o la sostituzione del bene non conforme. Non può chiederti neanche i soldi di spedizione dell’oggetto. L’obbligo di ripristino o sostituzione in capo al venditore prescinde dal luogo in cui il consumatore è tenuto a mettere a disposizione del venditore il bene acquistato a distanza.

La Cassazione spiega che, in caso di riparazione o sostituzione del prodotto difettoso, il venditore ha l’obbligo di adoperarsi, affinché esse siano eseguite entro un «termine congruo e senza arrecare notevoli inconvenienti al consumatore» tenuto conto comunque della natura del bene e dello scopo per cui è stato acquistato. Nel caso deciso dalla Corte si trattava di un difetto di funzionamento di un autoveicolo ma il principio può essere traslato a qualsiasi altro tipo di bene. 

Quindi, se anche non c’è un’indicazione di un termine preciso entro cui debba avvenire la riparazione, questa non può certo durare così tanto tempo da costringere l’acquirente ad acquistare un altro oggetto né può arrecargli disagi particolarmente onerosi. Sul consumatore non si possono neanche far ricadere i ritardi derivanti dall’arretrato di lavoro del venditore o dal servizio postale perché sono problemi che ricadono su chi è tenuto a eseguire la prestazione (del resto è il venditore a scegliere l’eventuale corriere per la spedizione del prodotto in casa madre).

Se la riparazione dovesse rivelarsi troppo lunga, spetterebbe all’acquirente esigere la restituzione del prezzo di vendita.


note

[1] Cass. sent. n. 14775/19 del 30.05.2019.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 21 marzo – 30 maggio 2019, n. 14775

Presidente Armano – Relatore Di Florio

Svolgimento del processo

1. O.R. ricorre, affidandosi a due motivi, per la cassazione della sentenza del Tribunale di Verbania che, in riforma della pronuncia del giudice di pace, aveva respinto la domanda da lui proposta per ottenere, previo accertamento della difformità per difetto originario dell’autovettura BMW acquistata presso la concessionaria ARG Srl, la condanna della società alla riduzione del prezzo ed al risarcimento del danno.

2. Per ciò che interessa in questa sede, il giudice d’appello ha rilevato che:

a) la statuizione del giudice di pace che aveva respinto la domanda relativa alla riduzione del prezzo per insussistenza dei presupposti non era stata oggetto di appello incidentale ed era, dunque, coperta dal giudicato;

b) il presupposto che ricorresse un difetto originario doveva, quindi, ritenersi processualmente escluso;

c) conseguentemente nessuna responsabilità poteva essere accollata alla concessionaria per il mancato ristoro delle maggiori somme pagate per le riparazioni in officine non convenzionate: al riguardo, il Tribunale ha escluso che potessero trarsi argomenti contrari dall’avvenuto pagamento del massimale da parte della compagnia di assicurazioni, perché la polizza aggiuntiva riguardava anche guasti non originari; e che il mancato rispetto del congruo termine di cui all’art. 130 comma 5 del Codice del Consumo (ricondotto alla tardiva risposta della concessionaria) doveva riferirsi all’azione di riduzione del prezzo e non poteva quindi costituire un valido presupposto per il risarcimento riconosciuto in primo grado.

3. L’intimata si è difesa con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che era stato oggetto di discussione fra le parti.

1.1. Lamenta che il Tribunale, nel riformare la pronuncia di primo grado, aveva omesso di valutare una circostanza fondamentale e cioè l’intervenuto riconoscimento del vizio originario del bene da parte della venditrice appellante “a prescindere dalla qualificazione ad esso data nella domanda principale” (cfr. pag. 10 primo cpv del ricorso): in particolare, l’O. assume che detto riconoscimento poteva desumersi dalla tesi difensiva prospettata con il primo motivo d’appello, con il quale la società, nel criticare la decisione impugnata, si doleva del fatto che il giudice di primo grado, da una parte, aveva ritenuto tardiva la dichiarazione di disponibilità a provvedere alla riparazione effettuata il 30.1.2014, preceduta da comunicazione telefonica del 29.1.2014 e, dall’altra, non provata l’offerta di riparazione tramite officina convenzionata che avrebbe consentito di contenere i costi entra il massimale assicurativo.

1.2. Assume che tale argomentazione difensiva, con la quale la ARG srl aveva sostanzialmente riconosciuto la sussistenza del vizio originario, non era stata affatto valutata dal giudice d’appello che aveva omesso anche di valorizzare che la società aveva offerto tardivamente il contatto con un’officina convenzionata, con ciò rendendosi responsabile del maggior esborso che egli aveva dovuto sostenere rispetto al massimale assicurativo pagato; assume altresì che il riconoscimento del difetto implicava “la nascita di una nuova obbligazione”, dal cui inadempimento derivava il risarcimento del danno.

1.3. Il motivo è infondato.

Il fatto storico al quale è riferita la censura, infatti, non è decisivo per la soluzione della controversia, ed inoltre è stato, comunque, preso in considerazione nella sentenza impugnata (cfr. pag. 4 penultimo cpv nel quale è stato esaminato il contegno tenuto dalla ARG srl).

1.4. Al riguardo, si osserva che il giudice d’appello ha intrapreso un corretto percorso argomentativo, in quanto, partendo dal presupposto che la statuizione del giudice di pace – che escludeva la sussistenza dei presupposti per ritenere che il difetto fosse originario – era passata in giudicato (visto non era stata oggetto di appello incidentale dalla parte a ciò interessata), ha tratto le corrette conseguenze in punto di risarcimento del danno.

1.5. Il dovere della concessionaria sancito dall’art. 130 comma 5 del Codice del Consumo (e cioè provvedere alle riparazioni o alle sostituzioni entro un congruo termine dalla richiesta) è, infatti, riferibile soltanto alle ipotesi di difetto originale di conformità, in ragione della necessaria sussistenza di un nesso causale fra il danno e la responsabilità che il concessionario assume nella vendita del bene: difetto che nel caso in esame deve essere processualmente escluso, in ragione della definitiva statuizione sul punto.

1.6. Nè può essere presa in considerazione la tesi secondo la quale il riconoscimento del difetto “implicava la nascita di una nuova obbligazione” (cfr. pag. 12 del ricorso), dal cui inadempimento derivava, comunque, il suo diritto ad essere risarcito: si tratta, infatti, di una tesi difensiva del tutto nuova, prospettata in totale assenza di autosufficienza e come tale inammissibile.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la votazione e falsa applicazione di norme di diritto.

Prospetta la stessa questione oggetto della precedente censura, sotto il profilo della violazione dell’art. 130 comma 5 e comma 9. CdC: la critica continua a riferirsi al difetto di conformità del bene insistendo ad affermare che, comunque, le condizioni contrattuali della polizza assicurativa erano state sottoscritte anche dalla Concessionaria.

2.1. Il motivo è infondato.

L’art. 130 del Codice del Consumo prevede, infatti, una specifica tutela per la non conformità della cosa, disponendo, in premessa (art. 130, comma 1) che il venditore è responsabile nei confronti del consumatore per qualsiasi difformità esistente al momento della consegna del bene e disciplinando, nelle successive disposizioni, le relative conseguenze: in particolare, per ciò che qui rileva (rispetto alla censura proposta) si prevede che “le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate entro un congruo termine dalla richiesta e non devono arrecare notevoli inconvenienti al consumatore, tenendo conto della natura del bene e dello scopo per il quale il consumatore lo ha acquistato” (art. 130, comma 5); e che “dopo la denuncia del difetto di conformità, il venditore può offrire al consumatore qualsiasi altro rimedio disponibile, con i seguenti effetti:a) qualora il consumatore abbia già richiesto uno specifico rimedio, il venditore resta obbligato ad attuarlo, con le necessarie conseguenze in ordine alla decorrenza del termine congruo di cui al comma 5, salvo accettazione da parte del consumatore del rimedio alternativo proposto;b) qualora il consumatore non abbia già richiesto uno specifico rimedio, il consumatore deve accettare la proposta o respingerla scegliendo un altro rimedio ai sensi del presente articolo.” (art. 130, comma 9).

2.3.Tali disposizioni sono riferite esclusivamente all’ipotesi di cui in premessa: ma in tutti gli altri casi di inadempimento, come previsto dall’art. 135 CdC, ricorrono le regole ordinarie, rispetto alle quali è necessaria una specifica allegazione (circa la natura contrattuale o extracontrattuale della responsabilità) e prova.

2.4. Il Tribunale ha fatto corretta applicazione di tali principi, mentre il ricorrente insiste sull’argomento concernente il difetto di conformità del bene, ritenendo che la polizza assicurativa integrativa avrebbe reso responsabile la società per qualunque danno: ma in tal modo omette di considerare, in primis, che il difetto originario deve ritenersi – per ciò che è stato sinora argomentato – processualmente escluso; secondariamente, che in relazione alle condizioni di polizza e cioè nei limiti del massimale, egli era stato comunque soddisfatto; ed, infine, che esclusa la difformità del bene, nessun’altra responsabilità poteva essere ascritta alla concessionaria, in mancanza di specifica allegazione e prova del nesso etiologico fra una condotta illecita qualificata ed il danno verificatosi a distanza di tempo dal momento dell’acquisto.

3. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

4. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2500,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre ad accessori e rimborso spese generali nella misura di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

 


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