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Appalto illecito di manodopera: ultime sentenze

25 Giugno 2019
Appalto illecito di manodopera: ultime sentenze

Contratto di appalto; appalto illecito di manodopera; impugnazione del licenziamento; onere della prova; responsabilità civile; organizzazione aziendale; assunzione del rischio relativo all’esecuzione dell’opera; assoggettamento del lavoratore dal potere direttivo.

Quando si configura l’appalto illecito di manodopera? Cosa deve accertare il giudice al fine di dichiarare la sussistenza di appalto illecito di manodopera? Scoprilo in questo articolo in cui sono contenute le ultime sentenze.

Appalto illecito di manodopera: da cosa di può presumere?

Un appalto illecito di manodopera ben può essere desunto dalla qualità e professionalità imprenditoriale (negativamente intese) dell’appaltatore, dalla lunga durata di un’attività svolta esclusivamente a favore dell’impresa committente, dalla sproporzione tra le opere per contratto dovute e i mezzi realmente a disposizione dell’appaltatore, dall’impiego promiscuo nel lavoro di dipendenti dell’appaltatore e della committente.

Tribunale Nocera Inferiore, 29/12/1995

Accertamento di appalto illecito di manodopera

Ai fini dell’accertamento dell’ipotesi di appalto illecito di manodopera prevista dall’art. 1, comma 3, della legge n. 1369 del 1960, l’impiego, da parte dell’appaltatore, di macchine e attrezzature di proprietà dell’appaltante dietro relativo compenso non configura di per sè l’ipotesi vietata dalla legge, la quale, al contrario, va esclusa allorquando tali macchine ed attrezzature assumano una modesta rilevanza rispetto alla qualità dei servizi forniti dall’appaltatore, sì che in capo a quest’ultimo possa comunque riconoscersi un reale rischio economico di impresa.

(Nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., aveva escluso l’intermediazione illecita in relazione ad una società appaltatrice della gestione contabile e amministrativa di società facenti parte dello stesso gruppo di imprese, sul presupposto che la società appaltatrice aveva organizzato in modo del tutto autonomo il lavoro dei propri dipendenti, sicché l’impiego delle macchine ed attrezzature di una sola di tali società – dietro corresponsione di un canone a prezzo di mercato – era risultato del tutto irrilevante ai fini del raggiungimento degli obiettivi aziendali).

Cassazione civile sez. lav., 21/08/2004, n.16551

Interposizione fittizia di manodopera nell’appalto di servizi

In tema di interposizione fittizia di manodopera nell’appalto di servizi, si applica il disposto del d.lgs. n. 276 del 2003, art. 27, comma 2, dettato in tema di somministrazione irregolare e richiamato dell’art. 29, comma 3 bis, che disciplina l’appalto illecito, secondo cui tutti i pagamenti effettuati dal somministratore, a titolo retributivo o di contribuzione previdenziale valgono a liberare il soggetto che ne ha effettivamente utilizzato la prestazione dal debito corrispondente fino a concorrenza della somma effettivamente pagata.

Suddetto art. 27 cit. va collegato alla disciplina dettata dall’art. 1180 c.c., comma 1 e art. 2036 c.c., comma 3, che regolano l’adempimento del terzo e l’indebito soggettivo. Tale soluzione manifesta e ribadisce la portata dell’efficacia satisfattiva del pagamento del terzo, e in tali casi, che non sussiste errore scusabile sull’altruità del debito idoneo a determinare la ripetizione ex art. 2036 c.c., comma 1.

Tribunale Bari sez. lav., 18/03/2019, n.1234

Obbligo di pagamento della retribuzione e risarcimento del danno

In ipotesi di sussistenza di un appalto illecito di manodopera, il lavoratore che ha ottenuto il ripristino del rapporto di lavoro ha diritto alla retribuzione e non al risarcimento del danno da parte del datore di lavoro, costituito in mora, che non ottempera all’ordine giudiziale di riammissione in servizio.

Cassazione civile sez. un., 07/02/2018, n.2990

Somministrazione irregolare di lavoro

Nei casi di costituzione del rapporto di lavoro direttamente in capo all’utilizzatore, “gli atti di gestione del rapporto posti in essere dal somministratore producono nei confronti dell’utilizzatore tutti gli effetti negoziali anche modificativi del rapporto di lavoro, loro propri, ivi incluso il licenziamento, con conseguente onere del lavoratore di impugnare il licenziamento nei confronti di quest’ultimo ai sensi dell’art. 6 della legge 604/1966”.

Pertanto, se un contratto di appalto viene riqualificato come somministrazione irregolare di manodopera, gli atti di gestione compiuti dall’appaltatore illecito devono intendersi riferiti al soggetto che in concreto ha utilizzato la prestazione lavorativa e, conseguentemente, in caso di licenziamento intimato dall’appaltatore, l’impugnazione stragiudiziale dell’atto di recesso deve essere proposta nei confronti del committente che agisce di fatto come datore di lavoro, e non verso il somministratore.

Così la Cassazione ha precisato il meccanismo di impugnazione che deve essere applicato da parte di un lavoratore quando questi intende rivendicare la costituzione di un rapporto di lavoro verso un soggetto diverso dal datore apparente e, allo stesso tempo, vuole impugnare il licenziamento intimato nei suoi confronti dal datore di lavoro formale.

Cassazione civile sez. lav., 13/09/2016, n.17969

Risarcimento del danno per perdita di chance

Il lucro cessante da mancata aggiudicazione può essere risarcito per intero se e in quanto l’impresa possa documentare di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze, lasciati disponibili, per l’espletamento di altri servizi, mentre quando tale dimostrazione non sia stata offerta è da ritenere che l’impresa possa avere ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per lo svolgimento di altri, analoghi servizi, così vedendo in parte ridotta la propria perdita di utilità, con conseguente riduzione in via equitativa del danno risarcibile.

Si tratta di una applicazione del principio dell’aliunde perceptum (ben nota alla giurisprudenza civilistica: basti pensare all’aliunde perceptum del lavoratore illegittimamente licenziato e poi reintegrato), in base al quale, onde evitare che a seguito del risarcimento il danneggiato possa trovarsi in una situazione addirittura migliore rispetto a quella in cui si sarebbe trovata in assenza dell’illecito, va detratto dall’importo dovuto a titolo risarcitorio, quanto da lui percepito grazie allo svolgimento di diverse attività lucrative, nel periodo in cui avrebbe dovuto eseguire l’appalto in contestazione.

L’onere di provare (l’assenza del)l’aliunde perceptum grava non sull’Amministrazione, ma sull’impresa.

T.A.R. Catania, (Sicilia) sez. I, 09/10/2009, n.1681

Lucro cessante da mancata aggiudicazione di una gara d’appalto

Il lucro cessante da mancata aggiudicazione può essere risarcito per intero se e in quanto l’impresa possa documentare di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze, lasciati disponibili, per l’espletamento di altri servizi, mentre quando tale dimostrazione non sia stata offerta è da ritenere che l’impresa possa avere ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per lo svolgimento di altri, analoghi servizi, così vedendo in parte ridotta la propria perdita di utilità, con conseguente riduzione in via equitativa del danno risarcibile.

Si tratta, appunto, di un’applicazione del principio dell’aliunde perceptum, in base al quale, onde evitare che a seguito del risarcimento il danneggiato possa trovarsi in una situazione addirittura migliore rispetto a quella in cui si sarebbe trovato in assenza dell’illecito, va detratto dall’importo dovuto a titolo risarcitorio, quanto da lui percepito grazie allo svolgimento di diverse attività lucrative, nel periodo in cui avrebbe dovuto eseguire l’appalto in contestazione.

Consiglio di Stato sez. VI, 21/05/2009, n.3144

Danno risarcibile in caso di illegittima esclusione da procedura di gara

Il lucro cessante da mancata aggiudicazione può essere risarcito per intero se e in quanto l’impresa possa documentare di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze, lasciati disponibili, per l’espletamento di altri servizi, mentre quando tale dimostrazione non sia stata offerta è da ritenere che l’impresa possa avere ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per lo svolgimento di altri, analoghi servizi, così vedendo in parte ridotta la propria perdita di utilità, con conseguente riduzione in via equitativa del danno risarcibile.

Si tratta di una applicazione del principio dell’aliunde perceptum, in base al quale, onde evitare che a seguito del risarcimento il danneggiato possa trovarsi in una situazione addirittura migliore rispetto a quella in cui si sarebbe trovata in assenza dell’illecito, va detratto dall’importo dovuto a titolo risarcitorio, quanto da lui percepito grazie allo svolgimento di diverse attività lucrative, nel periodo in cui avrebbe dovuto eseguire l’appalto in contestazione.

Tuttavia, l’onere di provare (l’assenza del)l’aliunde perceptum grava non sull’amministrazione, ma sull’impresa, e tale ripartizione muove dalla presunzione, a sua volta fondata sull’id quod plerumque accidit, secondo cui l’imprenditore (specie se in forma societaria), in quanto soggetto che esercita professionalmente una attività economica organizzata finalizzata alla produzione di utili, normalmente non rimane inerte in caso di mancata aggiudicazione di un appalto, ma si procura prestazioni contrattuali alternative che dalla cui esecuzione trae utili.

Consiglio di Stato sez. VI, 09/06/2008, n.2751

Intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro

In caso di appalto illecito ai sensi dell’art. 1 l. 23 ottobre 1960 n. 1369 la nullità del contratto tra appaltante e appaltatore e la costituzione “ex lege” del rapporto di lavoro con l’imprenditore che abbia effettivamente utilizzato la prestazione, comporta che solo sull’appaltante gravano gli obblighi retributivi e contributivi, non potendosi configurare una concorrente responsabilità dell’interposto in virtù dell’apparente titolarità del rapporto; tale principio generale di necessaria corrispondenza tra titolarità formale e sostanziale del rapporto di lavoro non ha perduto consistenza a seguito della entrata in vigore del d.lg. 10 settembre 2003 n. 276, poiché anche nel nuovo sistema il superamento di tale principio è tassativamente limitato ai casi ivi previsti, mentre, allorché si fuoriesca dai rigidi schemi voluti dal legislatore, si rientra in forme illecite di somministrazione di lavoro che continuano a essere assoggettate ai principi enunciati dalla giurisprudenza in tema di divieto di intermediazione di manodopera.

Cassazione civile sez. un., 26/10/2006, n.22910

Cosa deve accertare il giudice?

Il giudice, al fine di dichiarare la ricorrenza di un’ ipotesi di appalto illecito di manodopera, ex art. 1 l. n. 1369 del 1960, deve accertare che non faccia capo all’impresa appaltatrice una reale organizzazione aziendale o comunque deve verificare che essa non l’impieghi, con l’assunzione del rischio relativo, nell’esecuzione dell’opera o del servizio in concreto appaltato. Inoltre deve verificare l’assoggettamento del lavoratore dal potere direttivo, gerarchico e disciplinare dell’imprenditore appaltante.

In base a queste considerazioni, nel caso di specie, l’appalto è invece da considerarsi perfettamente lecito, infatti la cooperativa presso cui il lavoratore prestava la sua opera non solo era dotata di una sufficiente organizzazione d’impresa che impiegava nell’esecuzione dell’appalto, ma il rapporto di lavoro era gestito direttamente dalla Laser a r.l., disponendo essa stessa delle prestazioni del lavoratore.

Cassazione civile sez. lav., 23/04/1999, n.4046

Mezzi di produzione da parte dell’appaltatore

La fattispecie di cui al comma 3 dell’art. 1 l. n. 1369 del 1960 ricorre allorquando l’appaltante abbia fornito all’appaltatore tutti i necessari strumenti di produzione, fatta eccezione per la manodopera, la quale ultima viene pertanto a costituire l’unico ed esclusivo oggetto dell’appalto: in una tale ipotesi, il conferimento di mezzi di produzione da parte dell’appaltatore, non è idoneo – se il conferimento è di entità marginale ed accessoria – ad evitare la presunzione legale assoluta dell’esistenza di uno pseudo appalto illecito.

Cassazione civile sez. lav., 05/12/1996, n.10858

Lavoro subordinato tra i dipendenti dell’appaltatore e il committente

Poiché l’art. 1 comma 3 legge n. 1369 del 1960 detta una presunzione “iuris et de iure” di appalto illecito di manodopera che non esclude il potere-dovere del giudice di accertare la ricorrenza in concreto della fattispecie vietata, questi può negare la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato tra i dipendenti dell’appaltatore ed il committente ogni qualvolta il primo, nel cui interesse agiscono i lavoratori, sia dotato di autonomia organizzativa ed affronti un effettivo rischio di impresa.

Pretura Torino, 17/01/1994



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