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Impresa familiare: quando il parente rivendica salario e rapporto subordinato

20 Novembre 2013
Impresa familiare: quando il parente rivendica salario e rapporto subordinato

Rapporti tra familiari: la giurisprudenza detta i criteri per stabilire quando scatta la subordinazione; la Spa esclude il lavoro gratis; stop alle prestazioni senza compenso anche nelle Srl con più soci.

Spesso un rapporto di lavoro tra familiari, qualificato dal datore come gratuito, viene poi riqualificato come oneroso in sede ispettiva o dal giudice. Con il risultato che l’imprenditore si trova a dover corrispondere, tutto ad una volta, corrispettivi e contributi.

Più volte la Cassazione [1] si è trovata di fronte a coniugi, sorelle o compagni del familiare imprenditore che, avendo prestato lavoro non retribuito, “ci hanno ripensato” e hanno poi rivendicato, davanti al giudice, la natura subordinata del rapporto.

È bene quindi verificare quali sono i limiti e i confini tra le due figure, in modo da non trovarsi a dover fronteggiare brutte sorprese.

Quando la prestazione è gratuita

Il lavoro si presume gratuito – ossia si ritiene che il familiare lavori non in cambio di un compenso, ma solo per solidarietà – tutte le volte che c’è:

– un rapporto tra coniugi o un vincolo tra parenti o affini fino al sesto grado [2];

– una convivenza tra il datore e il prestatore di lavoro.

La giurisprudenza più diffusa ha allargato il vincolo familiare fino alla figura del partner. Inoltre, si è affermata l’idea che la convivenza non richieda necessariamente la coabitazione. Occorre invece che i familiari condividano lo stesso tenore di vita.

L’impresa familiare

Se i familiari non trovano un diverso modo di regolare i loro rapporti (lavoro subordinato, associazione in partecipazione, società di fatto, società tra coniugi), si applicano le regole dell’impresa familiare [3] secondo cui i componenti della famiglia partecipano ai redditi prodotti e agli incrementi patrimoniali del familiare imprenditore.

Tali regole essere applicate anche senza un’esplicita volontà di costituire un’impresa familiare.

Il vincolo familiare vale non soltanto nei confronti dell’imprenditore individuale, ma anche nei confronti del socio di una Snc, Sas, Ss o di una Srl a socio unico. Non si può avere, invece, un rapporto di lavoro gratuito nell’ambito di una Spa, di una accomandita per azioni o anche in una Srl con più soci.

Per i commercianti, gli artigiani e gli operatori agricoli la collaborazione dei familiari – intesi come parenti e affini fino al terzo grado (fino al quarto nel settore agricolo) – è tra gli elementi essenziali della relativa disciplina. La contribuzione previdenziale all’Inps è dovuta dai familiari se la loro prestazione è continuativa e prevalente. Nessuna contribuzione è invece dovuta se la prestazione è occasionale (si veda l’articolo a fianco).

L’onerosità del rapporto

Un rapporto di lavoro subordinato, in cui il lavoratore è un familiare del datore di lavoro, potrebbe essere in realtà un espediente per assicurare alle parti benefici fiscali e previdenziali, contestabili in sede ispettiva.

Così la giurisprudenza ha detto che esiste invece il vincolo della subordinazione tutte le volte in cui il soggetto è sottoposto, concretamente, al potere direttivo e gerarchico del datore di lavoro; riceve compensi regolari per importo e scadenza; gli obblighi fiscali e contributivi risultano adempiuti.

Nulla vieta peraltro alle parti di concludere un contratto di lavoro – subordinato, di collaborazione, anche a progetto, prestazione come titolare di partita Iva – indipendentemente dal vincolo familiare.

Un’altra opzione è il contratto di associazione in partecipazione: gli associati possono essere anche familiari dell’associante.

Per ricorrere a questo contratto [4] è necessario che il numero degli associati impegnati nella stessa attività non sia superiore a tre, pena la conversione dei contratti in lavoro subordinato.

Dalla riconduzione sono esclusi gli associati legati all’associante con rapporto coniugale, di parentela entro il terzo grado (figli e genitori, fratelli e sorelle, nipoti e nonni, nipoti e zii, bisnipoti e bisnonni) o di affinità entro il secondo (suoceri, generi, cognati).


note

[1] Cass. sent. n. 14804 del 13.06.2013; Cass. sent. n. 9599 del 19.04.2013.

[2] Art. 77 cod. civ.

[3] Art. 230 cod. civ.

[4] Legge 92/2012 (articolo 1, comma 28).


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