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Patto di demansionamento: ultime sentenze

5 Luglio 2019
Patto di demansionamento: ultime sentenze

Lavoro subordinato; patto di demansionamento; estinzione e risoluzione del rapporto; licenziamento per giustificato motivo; soppressione del posto di lavoro; onere della prova a carico del datore di lavoro; insussistenza di posizione di lavoro analoga; impiego in mansioni inferiori; impossibilità di repechage.

Come evitare il licenziamento con il patto di demansionamento? E’ legittimo il licenziamento senza la prova del possibile impiego in mansioni inferiori? Per scoprirlo, leggi le ultime sentenze.

Patto di demansionamento: consenso tacito del lavoratore

È legittimo il patto di demansionamento, pur anteriormente alla riformulazione dell’art. 2103 c.c. disposta dal d.lgs. n. 81 del 2015, in presenza di condizioni tali da legittimare il licenziamento del lavoratore in mancanza di accordo, purché il consenso sia stato espresso liberamente, sebbene in forma tacita ma attraverso fatti univocamente attestanti la volontà del lavoratore di aderire alla modifica “in peius” delle mansioni.

(Nella specie, è stata ritenuta incensurabile la valutazione espressa dal giudice di merito circa il consenso tacito manifestato dal lavoratore con l’assunzione delle nuove mansioni senza contestazioni).

Cassazione civile sez. lav., 26/02/2019, n.5621

Patto di demansionamento: validità

Per la sussistenza e validità del c.d. patto di demansionamento è necessario la ricorrenza di un duplice requisito: che esso rappresenti l’extrema ratio, ovverosia l’unico mezzo per evitare un licenziamento (prevalendo in tal caso l’interesse a mantenere posto di lavoro sulla tutela prevista dall’articolo 2103 c.c.) e che sia disposto con il consenso del dipendente.

Corte appello Napoli sez. lav., 15/02/2018, n.7969

Prova del possibile impiego in mansioni inferiori

In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per la soppressione del posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, il datore di lavoro ha l’onere di provare non solo che al momento del licenziamento non sussisteva alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa per l’espletamento di mansioni equivalenti, ma anche, in attuazione del principio di correttezza e buona fede, di aver prospettato al dipendente, senza ottenerne il consenso, la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori rientranti nel suo bagaglio professionale.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva onerato il lavoratore della manifestazione di volontà alla stipula di un patto di demansionamento).

Cassazione civile sez. lav., 08/03/2016, n.4509

Patto di demansionamento: legittimità

È legittimo il patto di demansionamento qualora vi sia il consenso del lavoratore e sussistano le condizioni che avrebbero legittimato il licenziamento.

Cassazione civile sez. lav., 22/02/2016, n.3422

Licenziamento e mansioni inferiori

L’art. 2103 c.c. si interpreta alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un’organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello del lavoratore al mantenimento del posto, in coerenza con la “ratio” di numerosi interventi normativi, quali l’art. 7, comma 5, del d.lgs. n. 151 del 2001, l’art. 1, comma 7, della l. n. 68 del 1999, l’art. 4, comma 11, del d.lgs. n. 223 del 1991 anche come da ultimo la riformulato dall’art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 81 del 2015, sicché, ove il demansionamento rappresenti l’unica alternativa al recesso datoriale, non è necessario un patto di demansionamento o una richiesta del lavoratore in tal senso anteriore o contemporanea al licenziamento, ma è onere del datore di lavoro, in attuazione del principio di correttezza e buona fede, prospettare al dipendente la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori compatibili con il suo bagaglio professionale.

Cassazione civile sez. lav., 19/11/2015, n.23698

Mansioni inferiori e retribuzioni inferiori

Deve ritenersi valido il patto di demansionamento che, ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisca al lavoratore mansioni, e, conseguentemente, retribuzione, inferiori a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito: in tal caso, infatti, prevale l’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 c.c..

Cassazione civile sez. lav., 28/10/2015, n.22029

Difetto di soluzioni alternative al licenziamento

È legittimo il patto di demansionamento stipulato dal lavoratore, in difetto di soluzioni alternative all’estinzione del rapporto di lavoro, ai soli fini di evitare il licenziamento o fatti prodromici allo stesso (nella specie, il rifiuto di trasferimento a sede diversa e distante oltre 150 chilometri da quella precedente e soppressa).

Cassazione civile sez. lav., 06/10/2015, n.19930

Sopravvenuta inidoneità fisica alle mansioni

In tema di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica alle mansioni, l’onere della prova che incombe sul datore di lavoro relativo all’impossibilità di differente utilizzazione del lavoratore (che va fatta con riferimento a mansioni equivalenti, attesi i limiti temporali operanti per un eventuale patto di demansionamento) può essere assolto anche mediante elementi presuntivi e indiziari e non deve essere inteso in senso rigido, dovendosi esigere dallo stesso lavoratore che impugni il licenziamento una collaborazione nell’accertamento di un possibile repechage, mediante l’allegazione dell’esistenza di altri posti di lavoro nei quali egli poteva essere utilmente ricollocato.

Cassazione civile sez. lav., 12/02/2014, n.3224

Competenza specifica e professionalità meno elevata

Il patto di demansionamento che, ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisce al lavoratore mansioni, e conseguente retribuzione, inferiori a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito, prevalendo l’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 cod.civ., è valido non solo ove sia promosso dalla richiesta del lavoratore – il quale deve manifestare il suo consenso non affetto da vizi della volontà – sibbene anche allorché l’iniziativa sia stata presa dal datore di lavoro, sempreché vi sia il consenso del lavoratore e sussistano le condizioni che avrebbero legittimato il licenziamento in mancanza dell’accordo.

(Nella specie, il Trib. ha condannato l’amministrazione alla reintegra del ricorrente nelle mansioni di collaboratore professionale, atteso che le suddette condizioni non risultavano dimostrate e che l’adibizione in via prevalente del lavoratore alla raccolta rifiuti non rientrava fra le mansioni corrispondenti alla qualifica di appartenenza, così risultando violati i limiti esterni dello ius variandi del datore di lavoro, trattandosi di mansioni inferiori non marginali ed accessorie a quelle di competenza, ma rientranti nella competenza specifica di altri lavoratori di professionalità meno elevata).

Tribunale L’Aquila, 16/01/2013, n.14

Obbligo del repêchage

Una volta esclusa (come nel caso di specie) la possibilità di un repêchage, che andrebbe valutata con riferimento a mansioni equivalenti, l’eventuale disponibilità del dirigente a svolgere mansioni inferiori, in virtù di un patto di demansionamento, dovrebbe risultare da una manifestazione di volontà antecedente al licenziamento.

Tribunale Napoli, 17/01/2012, n.975

Licenziamento per riduzione dell’attività lavorativa

Il datore di lavoro che proceda a un licenziamento per riduzione dell’attività lavorativa, deve provare il giustificato motivo oggettivo e l’impossibilità di repechage, che avrà come riferimento le mansioni equivalenti a quelle espletate dal lavoratore licenziato e, se il lavoratore ha accettato la dequalificazione come “extrema ratio”, anche le mansioni inferiori. Ma è necessario che il patto di demansionamento sia intervenuto prima del licenziamento, poiché le condizioni che legittimano il licenziamento per giustificato motivo oggettivo devono sussistere ed essere verificate alla data del licenziamento stesso e non possono consistere in fatti o manifestazioni di volontà sopravvenuti. Nel caso in cui il lavoratore abbia agito in giudizio per far valere il demansionamento, il consenso alla dequalificazione non può essere ritenuto esistente e va anzi escluso.

Cassazione civile sez. lav., 18/03/2009, n.6552


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