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Mancata accettazione proposta transattiva giudice

2 Giugno 2019
Mancata accettazione proposta transattiva giudice

Conseguenze per chi non accetta una proposta formulata dal giudice nel corso di un’udienza.

Hai un processo civile in corso. Un giorno il tuo avvocato ti fa sapere che il giudice vuole incontrare te e il tuo avversario per discutere in udienza della causa. In quell’occasione il magistrato vi propone una soluzione transattiva per chiudere definitivamente la vertenza: si tratta di un riconoscimento parziale delle tue richieste. Tu però vuoi qualcosa in più e, soprattutto, che sia la controparte a pagare la parcella del tuo legale. Quest’ultima si oppone e così l’accordo salta. Ti chiedi, a questo punto, quali possono essere le conseguenze della mancata accettazione della proposta transattiva del giudice. La risposta è contenuta in una recente sentenza del tribunale di Catania [1].

Secondo la sentenza in commento, chi non aderisce alla proposta di conciliazione formulata dal giudice in udienza può essere condannato, anche se poi vince la causa, a pagare le spese processuali dell’avversario, in tutto o solo in parte. In buona sostanza il comportamento “rigido” viene sanzionato per aver fatto proseguire una causa che, con un po’ di buona volontà, poteva essere evitata. Può sembrare una lesione al diritto alla tutela giudiziaria, ma l’attuale orientamento dei giudici è particolarmente rigoroso con chi fa saltare le trattative. Ciò vale anche in sede di mediazione obbligatoria, quella fase che necessariamente deve precedere alcuni tipi di cause: la mancata comparizione personale della parte (o la delega all’avvocato non giustificata da una valida ragione) costituisce un comportamento valutabile dal giudice ai fini del decidere e può implicare la compensazione delle spese legali anche in caso di vittoria della causa.

Torniamo alla sentenza del tribunale di Catania secondo la quale, anche nel caso di vittoria in giudizio, nel caso in cui una parte non abbia aderito alla proposta conciliativa del giudice, può essere condannata al pagamento delle spese legali, totali o parziali, in favore della controparte soccombente.

Non accettare la proposta conciliativa del giudice può portare alla condanna alle spese anche in caso di sentenza favorevole, poiché il rifiuto può causare un ingiustificato appesantimento del contenzioso.

La mediazione delegata

Si parla di mediazione delegata quando, durante il processo, il giudice invita le parti a ritrovarsi dinanzi a un organismo di mediazione per trovare un’intesa. L’invito alla mediazione è fatto dal giudice in udienza ed è rivolto alle parti o agli avvocati ai quali deve essere concesso un breve rinvio per raccogliere la volontà dei propri assistiti.

In caso di insuccesso della mediazione, la causa prosegue senza che si renda necessaria la riassunzione del processo in quanto il giudice non ha sospeso il giudizio ma lo ha semplicemente differito.

Conciliazione giudiziale

Diversa però è l’ipotesi di conciliazione in udienza (o meglio detta conciliazione giudiziale) che avviene direttamente davanti al giudice e su indicazione di questi. 

Durante il processo il Codice prevede che il giudice possa o debba tentare una conciliazione tra le parti. Lo fa di solito alla prima udienza ma può rinnovare l’invito in qualsiasi altro stato e grado del giudizio. 

Se il tentativo di conciliazione fallisce la causa prosegue. Il rifiuto della proposta deve essere motivato; in assenza di adeguata motivazione, la sentenza di accoglimento della domanda giudiziale in misura non superiore alla proposta transattiva comporta la condanna della parte che ha rifiutato al pagamento delle spese processuali maturate dopo la formulazione della proposta.

Se invece le parti raggiungono un accordo e conciliano la causa, se ne dà atto nel verbale di udienza e si forma il verbale della convenzione conclusa. Questo verbale ha valore di “titolo esecutivo”: ha cioè la stessa forza di una sentenza e, in caso di inadempimento, consente di avviare il pignoramento. 

A seguito della compilazione del verbale di transazione, il giudice dichiara l’estinzione del processo con una sentenza. Sentenza però che deve essere registrata. L’imposta di registro andrà divisa tra le parti salvo diverso accordo nell’atto di transazione. Le parti però hanno un altro modo per chiudere la vertenza senza pagare l’imposta: non presentarsi alle due successive udienze. In tal caso, il giudice cancella la causa dal ruolo senza depositare sentenza. La conseguenza però è che non viene emesso alcun verbale di transazione e, quindi, le parti non hanno in mano un titolo esecutivo.  

Mancata accettazione della proposta conciliativa del giudice

Il tribunale di Catania si è occupato di una conciliazione giudiziale.

Secondo il giudice, il giudizio si sarebbe ben potuto definire con l’accettazione della proposta, e quasi quattro anni prima dell’emissione della sentenza, senza ulteriore necessità di proseguire la causa e di appesantimento del contenzioso del tribunale.

Pertanto, questo comporta che, secondo la sentenza in commento, la parte che non ha accettato la proposta transattiva del giudice, pur sostanzialmente vittoriosa, debba essere condannata al pagamento delle spese maturate dopo la proposta conciliativa che si traducono solo nella liquidazione della fase decisionale.


note

[1] Trib. Catania, sent. n. 898/19 del 1.03.2019.

Tribunale di Catania, sez. IV Civile, sentenza 1 marzo 2019, n. 898

Giudice Lo Giudice

Svolgimento del processo

Con atto di citazione regolarmente notificato in data 17.12.2012, l’Avv. (omissis…) quale tutore del Sig. (omissis…) proponeva opposizione avverso il D.I. n. (omissis…)/2012 (R.G. 9995/2012), emesso in data 19.10.2012, a mezzo del quale il Tribunale di Catania ingiungeva al Sig. (omissis…) tale titolare dell’impresa individuale ora cancellata (omissis…) di pagare la complessiva somma di Euro 11.330,53 oltre interessi e spese ivi indicati in favore della società (omissis…) per fatture non pagate, poste a base del procedimento monitorio, oltre Euro.750,03 per interessi moratori al tasso di cui all’art. 5 D.Lgs. 23 1/02 (alla data del 12,04,2012) ed Euro.453,00 per spese di recupero secondo arto D.Lgs. 231/2002, come da prospetto allegato al fascicolo monitorio.

Il D.I. veniva notificato a mani di (omissis…) nella residenza di quest’ultimo, in data 07.11.2012.

Con l’atto di citazione in opposizione a d.i. (introduttivo del presente giudizio), l’attore opponente deduceva: a) l’inesistenza, inefficacia e nullità della notifica e del decreto ingiuntivo, notificato a soggetto interdetto legalmente, piuttosto che al suo tutore; b) nel merito contestava il presunto credito, riconoscendo come dovute, solo le somme riportate dalle fatture n. (omissis…) del 04.12.2010, n. (omissis…) del 04.12.2010 e la n. (omissis…) del 06.12.2010, mentre non riconosceva tutte le rimanenti fatture del 15.12.2010, del 31.12.2010, del 31.01.2011, del 15.022012, del 05.04.2011 e del 30.04.201 1, in quanto relative ad un periodo in cui il (omissis…) stava scontando una pena detentiva (data di reclusione 14.12.2010) che lo vedeva recluso sino al Luglio del 2011 (in realtà sino al 18.05.2011, come da certificazione prodotta dal (omissis…) in seguito a tale condanna veniva dichiarato interdetto legalmente e nominato un tutore per il compimento di atti di disposizione patrimoniale, mentre la ditta individuale veniva cancellata e Fattività cessata.

Si costituiva in giudizio la (omissis…) S.p.A. con comparsa di costituzione e risposta ritualmente depositata in data 29.03.2013, con la quale contestava l’opposizione proposta perché inammissibile, infondata in fatto ed in diritto e ribadiva il proprio diritto di credito, producendo il fascicolo monitorio e i DDT richiamati dalle fatture prodotte a corredo del ricorso per d.i..

All’udienza di prima comparizione e trattazione del 23.04.2013 l’attore opponente chiedeva ed otteneva di chiamare in causa come terzo il sig. (omissis…) e la causa veniva dapprima rinviata all’udienza del 15 ottobre 2013 e, poiché la notifica dell’atto di chiamata in causa del terzo non rispettava i termini di cui all’art. 163 bis c.p.c. il G.I. rinviava all’udienza del 25.02.2014 per consentire la rinnovazione della notifica di chiamata in causa del terzo nel rispetto dei termini liberi a comparire.

All’udienza 25.02.2014 il terzo chiamato in causa non si costituiva ed il G.I. riservava ordinanza, a scioglimento della quale il giudice, atteso che il debitore aveva proposto opposizione in persona del curatore, invitava l’opponente a regolarizzare la costituzione e rinviava all’udienza del 29.09.2014.

Regolarizzata la costituzione in giudizio del tutore dell’interdetto venivano assegnati i termini di cui all’art. 183 c.p.c: solo parte opposta depositava memoria istruttoria.

In data 17.12.2014 il sig. (omissis…) nelle more scarcerato, depositava in cancelleria una nuova comparsa di costituzione e risposta in proprio, allegando il verbale di scarcerazione,

Dopo numerosi rinvii, il G.I. riservatosi per l’ammissione dei mezzi istruttori, in data 11.11.2015, disponeva la comparizione personale delle parti, formulando la proposta conciliativa ivi indicata, in virtù della quale il (omissis…) impegnava a pagare l’intero ammontare della merce consegnata, limitatamente a quella riportata dai DDT da lui sottoscritti, segnatamente quelli che vanno dal 04 al 07.02.2010 oltre le spese di lite per complessivi Euro.1000,00 oltre IVA e CPA; la (omissis…) avrebbe rinunciato alla restante parte della domanda.

All’udienza successiva del 15.12.2015 la (omissis…) non aderiva alla proposta conciliativa formulata dal G.I. e formulava una nuova proposta transattiva che prevedeva il pagamento di Euro.8000,00 a saldo e stralcio oltre il pagamento delle spese processuali, proposta che non veniva accettata dall’opponente.

Con ordinanza del 26.02.2016 il G.O.T Dr.ssa Rosaria Milone, rigettava le prove testimoniali richieste dalle parti e fissava l’udienza per la precisazione delle conclusioni.

Dopo diversi rinvii per la precisazione delle conclusioni, all’udienza del 09.11.2018 la causa è stata posta in decisione con i termini di legge.

Motivi della decisione

Va preliminarmente esaminata l’eccezione di nullità della notifica del d.i. opposto perché eseguita personalmente nei confronti di soggetto dichiarato interdetto legalmente e non nei confronti del suo tutore.

L’eccezione è infondata, in quanto la nullità della notifica effettuata personalmente nei confronti di un soggetto dichiarato interdetto e non del suo rappresentante legale, deve ritenersi sanata dall’opposizione ritualmente proposta dal tutore, con conseguente obbligo del giudice dell’opposizione di pronunciarsi sul merito di quest’ultima: in tal senso Cassazione civile, sez. III, 17/12/2014, n. 26537.

Nel merito l’opposizione è parzialmente fondata per i motivi di seguito espressi.

Occorre innanzitutto ricordare che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in quanto giudizio ordinario di cognizione, le parti, pur risultando processualmente invertite, conservano la loro posizione sostanziale, ovvero il creditore opposto quella di attore in senso sostanziale ed il debitore opponente quella di convenuto di fatto, donde il permanere dei rispettivi oneri probatori ai sensi dell’art 2697 c.c.: in altri termini, in base al principio consacrato in quest’ultimo articolo “onus probandi incumbit ei qui dicit non ei qui negai”, chi agisce in giudizio ha l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto vantato e, quindi, deve dimostrare l’esistenza del contratto da cui deriva l’obbligazione dedotta in giudizio e l’adempimento della propria obbligazione, gravando sul debitore l’onere di fornire la prova di avere adempiuto correttamente la propria obbligazione oppure di dimostrare la non imputabilità dell’inadempimento.

E’ poi ormai ius receptum che “la fattura commerciale, avuto riguardo alla sua formazione unilaterale ed alla sua funzione di far risultare documentalmente elementi relativi all’esecuzione di un contratto, s’inquadra ira gli atti giuridici a contenuto partecipativo, e si struttura secondo le forme di una dichiarazione, indirizzata all’altra parte, avente ad oggetto fatti concernenti un rapporto già costituito, onde, quando tale rapporto, per la sua natura o per il suo contenuto, sia oggetto di contestazione tra le parti stesse, la fattura, ancorché annotata nei libri obbligatori, non può, attese le sue caratteristiche genetiche (formazione ad opera della stessa parte che intende avvalersene), assurgere a prova del contratto, e nessun valore, nemmeno indiziario, le si può riconoscere tanto in ordine alla corrispondenza della prestazione indicata con quella pattuita, quanto in relazione agli altri elementi costitutivi del contratto, tant’è che, contro ed in aggiunta al contenuto della fattura, sono ammissibili prove anche testimoniali dirette a dimostrare eventuali convenzioni non risultanti dall’atto, ovvero ad esso sottostanti” (Corte di Cassazione, 28 aprile 2004, n. 8126).

In sede di opposizione a d.i. (omissis…) ha dichiarato di riconoscere come dovute solo le somme di cui alle fatture prodotte a corredo del fascicolo monitorio, e segnatamente quelle di cui ai documenti n.7 di Euro.542,28, n.8 di Euro.809,28 e n.9 di Euro.1440,17, la cui consegna è stata eseguita il 4 e il 6 dicembre 2010 e che sono state sottoscritte dal Sig. (omissis…) per un totale complessivo, comprensivo di IVA pari ad Euro.2791,73.

Parte opposta, però, ha prodotto altri documenti di trasporto datati 6 e 7 dicembre 2010, sottoscritti dal (omissis…) e mai disconosciuti dallo stesso ai sensi dell’art.214 e ss. c.c. i cui DDT sono trascritti nelle fatture prodotte nel fascicolo monitorio (non vengono tenuti in considerazione tutti gli altri DDT recanti una data diversa da quella del 06 e 07 dicembre 2010, in quanto o non sono sottoscritti o hanno una firma vistosamente diversa da quella dell’opponente).

Ci si riferisce ai seguenti documenti di trasporto: (omissis…) per complessivi Euro.596,96; il tutto per complessive Euro.4889,68 oltre Euro.979,94 per IVA al 20%.

Ne consegue, che essendo stato provato in giudizio che (omissis…) è stato costretto in carcere dal 14.122010 all’08.05.2014, è indubbio che lo stesso non può avere sottoscritto i DDT relativi al detto periodo; pertanto il decreto ingiuntivo opposto va revocato.

In ogni caso, poiché con l’opposizione a decreto ingiuntivo si è comunque instaurato il contraddittorio in ordine al merito della domanda diretta al riconoscimento del credito azionato in via monitoria, questo Tribunale ha il dovere di decidere sulla fondatezza della pretesa creditoria già azionata con il d.i. opposto, rideterminando -ove occorra- l’importo dovuto dall’opponente.

Alla luce della documentazione versata in atti, il credito complessivamente vantato dalla convenuta opposta nei confronti dell’attore opponente, IVA compresa, ammonta ad Euro.8.761,35 (pari ad Euro.2791,73 per le fatture riconosciute come dovute allegate al fascicolo monitorio + Euro.4880,68 per le forniture di cui ai DDT sopra indicati e non disconosciuti + Euro.979,94 per IVA su quest’ultimi), oltre interessi legali dalla domanda giudiziale al soddisfo.

Va infine rigettata la domanda di condanna avanzata da (omissis…) nei confronti del terzo chiamato in causa, contumace, in quanto l’attore opponente difetta di legittimazione attiva, stante che egli non ha spiegato domanda di manleva, ma ha avanzato una domanda di condanna di pagamento a favore di terzo (omissis…) per un credito che non è suo ma della stessa (omissis…).

Ogni altra questione si ritiene assorbita o rigettata.

Quanto alle spese del giudizio non può non rilevarsi che ai sensi dell’art.91 c.p.c. “il giudice… se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta, al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’art. 92 c.p.c. “.

Orbene, il precedente giudice assegnatario della causa, Dr.ssa Al. Be., con ordinanza del 09.11.2015, aveva formulato la seguente proposta transattiva: “Il (omissis…) si impegna a pagare l’intero ammontare della merce consegnata., limitatamente a quella riportata nei DDT da lui sottoscritti, segnatamente quelli che vanno dal 04 al 07.12.2010 (cfr, documentazione allegata alla comparsa di costituzione e di risposta) con condanna alle spese di lite per complessivi Euro.1000,00 oltre IVA e CPA “.

E’ appena il caso di chiarire che nessun dubbio può sussistere sul fatto che i DDT cui faceva riferimento la Dr.ssa Be. non erano solo quelli prodotti a corredo del fascicolo monitorio, ma proprio quelli prodotti dalla (omissis…) all’atto della costituzione in giudizio e ciò sia per espresso riferimento alla “documentazione allegata alla comparsa di costituzione e di risposta”, sia per il riferimento alla documentazione “del ()7.12.2010’\ non presente nel fascicolo monitorio (gli unici documenti ivi sottoscritti da (omissis…) sono solo del 04 e del 06 dicembre 2010).

Non può negarsi -quindi- che il giudizio ben poteva essere definito a quella data, senza ulteriore necessità di proseguire la causa e di appesantimento del contenzioso del Tribunale.

Pertanto, ai sensi dell’art.91 c.p.c. la convenuta opposta va condannata al pagamento delle spese processuali maturate dopo la proposta conciliativa che si traducono solo nella liquidazione della fase decisionale e che vengono liquidate come da D.M. 55/2014 e succ. integrazioni e modificazioni in Euro.1620,00 oltre accessori di legge.

In considerazione della reciproca soccombenza, le spese del giudizio vengono compensate per 1/3 e parte opponente va condannata a rifondere alla convenuta opposta, le spese di lite pari a 2/3 che, in applicazione citato D.M. 55/2014, si liquidano per la parte residua dovuta in complessive Euro.2,143,33 oltre accessori di legge.

Stante il rigetto della domanda avanzata nei confronti del terzo chiamato in causa e la contumacia di quest’ultimo, nulla va liquidato per le spese relative a tale posizione.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, così dispone:

-Revoca il d.i. opposto recante il n.2374/2012 D.I. ed iscritto al n.9995/2012 di R.G.;

-Dichiara che il credito vantato dalla (omissis…) ammonta complessivamente ad Euro.8.761,35 e conseguentemente condanna (omissis…) a corrispondere alla convenuta opposta la detta somma oltre interessi legali dalla domanda giudiziale al soddisfo.

-Rigetta la domanda avanzata da (omissis…) nei confronti di (omissis…).

-Visto l’art.91 c.p.c., condanna la convenuta opposta a corrispondere all’attore opponente la complessiva somma di Euro.1620,00 oltre accessori di legge, quale conseguenza della mancata accettazione della proposta conciliativa ex art. 185 bis c.p.c. formulata dal Giudice Istruttore con ordinanza del 09.11.2015.

-Condanna altresì lapparle opponente a rimborsare alla parte opposta i 2/3 delle spese di lite, liquidate per la parte residua dovuta in complessive Euro.2.143,33 oltre 15,00 % per spese generali, C.P.A ed I.V.A.,

-Nulla per le spese del terzo chiamato in causa (omissis…) rimasto contumace.

 


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