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Contributo affitto: rientra nel calcolo del Tfr?

4 Giugno 2019
Contributo affitto: rientra nel calcolo del Tfr?

Retribuzione utile Tfr: i fringe benefits rientrano nelle somme su cui viene calcolato l’accantonamento per la buonuscita? 

Gli ultimi vent’anni di lavoro li hai fatti trasferendoti da una parte all’altra dell’Italia. Lavori, infatti, per una grande azienda che ha sedi in tutto il territorio. Così, oltre al normale stipendio, il datore ti ha sempre versato un contributo per le spese dell’affitto che ti è stato accreditato mensilmente insieme alla regolare busta paga. Ora, è il momento di andare in pensione e di ottenere il trattamento di fine rapporto. Ma, a verifica preliminare, ti sei accorto che gli importi accantonati dall’azienda sono inferiori rispetto ai tuoi calcoli. È successo, in particolare, che il Tfr è stato calcolato al netto del contributo d’affitto e, quindi, su una somma inferiore rispetto a quella che tu hai sempre percepito. Questo diminuisce di quasi un terzo la buonuscita.

Deciso a fare la battaglia e a non darla vinta al tuo datore di lavoro, ti chiedi prima se il contributo affitto rientra nel Tfr.

La questione ha ottenuto una risposta dalla Cassazione che, sul punto, si è espressa con una recente ordinanza [1]. Vediamo dunque qual è stata l’interpretazione fornita dai giudici supremi in merito a questo argomento.

Retribuzione utile Tfr

Per gli assunti a partire dal 1990, l’ammontare del Tfr spettante al lavoratore è uguale alla somma, per ciascun anno di servizio, della retribuzione utile divisa per 13,5. Non sono possibili deroghe se non più favorevoli al lavoratore.

Nella retribuzione da accantonare anno per anno vanno considerate tutte le somme corrisposte al dipendente a titolo non occasionale, compreso l’equivalente delle “prestazioni in natura” ossia i cosiddetti fringe benefits.

Sono escluse le somme pagate a titolo di rimborso spese.

Nella retribuzione utile rientrano tutti gli emolumenti riferiti ad eventi collegati al rapporto lavorativo o connessi alla particolare organizzazione del lavoro o in diretta dipendenza con le mansioni stabilmente svolte dal lavoratore in seno all’azienda [2].

Non è necessario che il compenso sia stato definitivo: è sufficiente che di esso il lavoratore abbia goduto in modo normale durante il rapporto di lavoro. Non rileva, infine, per quanto tempo sia stato percepito uno specifico compenso aggiuntivo alla retribuzione se questo è da considerare come corrispettivo della prestazione normale perché inerente al valore professionale delle mansioni espletate [3].

Benefici in natura: rientrano nel Tfr?

Spesso le aziende erogano dei benefici in natura ai propri dipendenti come l’autovettura, l’uso di un alloggio, le polizze assicurative, il servizio mensa, indennità di trasferta, ecc.

Ebbene, le retribuzioni in natura vanno ad arricchire il Tfr. Trattandosi di prestazioni di beni e servizi e non di somme di denaro, è necessario determinare il loro valore. A tal fine, si fa riferimento al valore normale del bene o servizio (e non all’eventuale valore convenzionale stabilito ai fini dell’assoggettamento a prelievo fiscale e contributivo). Ciò a meno che il contratto collettivo detti criteri differenti.

Contributo per la casa

Alcune aziende mettono a disposizione dei propri dipendenti degli alloggi appositi. Si sottoscrivono così dei contratti di comodato gratuito. Anche il valore di tali benefici in natura va calcolato ai fini del computo del Tfr che, in tal modo, si arricchisce.

In alternativa, il datore di lavoro può riconoscere un contributo affitto sulla busta paga o farsi personalmente carico del pagamento dell’intero canone di locazione. Anche in questi casi, gli importi corrisposti al dipendente rientrano nel Tfr. Tale principio, che era già stato formulato in passato dalla Cassazione [4], è stato ripreso di recente dalla stessa Corte con la pronuncia in commento.

Scrivono i giudici supremi: il contributo che il datore riconosce per la casa al dipendente obbligato a trasferirsi per motivi di servizio rientra nel calcolo del trattamento di fine rapporto. E ciò perché l’erogazione ha natura retributiva: lo si desume dal fatto che l’elargizione è periodica e viene corrisposta dal datore in misura fissa senza la necessità di documentazione giustificativa. E, dunque, va calcolata nella liquidazione l’elargizione riconosciuta dall’azienda al funzionario che si trasferisce in un’altra città con la famiglia e condizionata al permanere dell’abitazione.

Al contrario, i rimborsi spese non rientrano nel calcolo del Tfr. Dunque, non hanno natura retributiva le voci che hanno l’obiettivo di tenere indenne il lavoratore da spese che non avrebbe incontrato se non fosse stato trasferito, sostenute nell’interesse dell’imprenditore.


note

[1] Cass. ord. n. 15123/19 del 3.06.2019.

[2] Cass. n. 4069 del 19.02.2009; Cass. n. 11002 del 3.02.1998 (Cass. n. 12778 del 14.06.2005).

[3] Cass. n. 24875 del 25.11.2005.

[4] Cass. n. 4341 del 2.03.2005; Cass. n. 3914 del 22.04.1987.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 17 aprile – 3 giugno 2019, n. 15123

Presidente Bronzini – Relatore Cinque

Rilevato

che, con le sentenze n. 187 e 350 del 2013, il Tribunale di Milano ha accolto le domande presentate da M.V. e B.C. nei confronti di Intesa Sanpaolo spa relative al riconoscimento della incidenza sul trattamento di fine rapporto della elargizione per l’abitazione;

che la Corte di appello di Milano n. 797 del 2014 ha confermato le suddette pronunce, condannando la Banca anche al pagamento delle spese di lite;

che avverso la decisione di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione Intesa Sanpaolo spa affidato ad un unico articolato motivo, illustrato con memoria;

che B.C. ha resistito con controricorso mentre M.V. è rimasto intimato;

che il P.G. non ha formulato richieste scritte.

Considerato

che, con il ricorso per cassazione, in sintesi, si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 69 e 53 del ccnl per il personale direttivo delle aziende di credito del 1990 e dell’art. 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.; la ricorrente lamenta che la Corte territoriale avrebbe erroneamente escluso che l’erogazione al funzionario trasferito di una somma di denaro in occasione del trasferimento (per il periodo dal 1990 al 1998 per quanto attiene al M. , e nel periodo dal 1989 al 1998 con riferimento al B. ) potesse essere stata corrisposta per “finalità similari” a quelle che caratterizzano i trattamenti previsti, in favore del funzionario trasferito, dall’art. 53 del ccnl; rileva che anche l’elargizione per cui è causa, come quelle di cui alla norma pattizia, non è diretta a rimborsare spese effettive; evidenzia che tra gli emolumenti di cui all’indicata norma sono previste una “diaria” e soprattutto la fornitura di un “alloggio nella nuova sede di residenza”, la cui finalità è proprio quella di alleviare il disagio connesso al cambio di abitazione e della residenza familiare, ovvero la medesima finalità che, a dire della Corte di merito, è alla base dell’erogazione de qua; non si giustificherebbe, pertanto, secondo la società, il diverso trattamento in termini di inclusione dell’erogazione nella base di calcolo del tfr, derivando, al contrario, in via immediata e diretta la sua esclusione dal computo suddetto dal richiamato art. 69 ccnl di categoria, con la conseguenza che è del tutto irrilevante verificare la natura dell’erogazione in discussione, in presenza della deroga contrattuale ai sensi dell’art. 2110 c.c., comma 2; censura, inoltre, la sentenza impugnata per avere ritenuto incombente sulla Banca l’onere di provare l’equivalenza del trattamento di cui all’art. 53 ccnl e della cd. erogazione abitativa;

che il ricorso non è fondato essendo la sentenza della Corte territoriale conforme all’orientamento espresso in sede di legittimità -e cui si intende dare seguito per le condivisibili argomentazioni su cui è basato (cfr. Cass. 31.8.2018 n. 21519)- secondo il quale, ai fini della determinazione della base di computo del trattamento di fine rapporto, ai sensi dell’art. 2120 c.c., comma 2 e in mancanza di una deroga espressa contenuta nella contrattazione collettiva, la natura di retribuzione di un emolumento aggiuntivo corrisposto al lavoratore per lo svolgimento di lavoro all’estero o in altra sede lavorativa è desumibile da indici sintomatici, inclusi quelli emergenti in sede di conclusione del contratto individuale, che denotino la non occasionalità dell’emolumento, dovendosi invece attribuire natura non retributiva alle voci che abbiano la finalità di tenere indenne il lavoratore da spese che non avrebbe incontrato se non fosse stato trasferito, sostenute nel’interesse dell’imprenditore. Ne consegue che all’elargizione per abitazione corrisposta a un funzionario bancario trasferito con familiari conviventi, deve attribuirsi natura retributiva, desunta dal carattere periodico dell’erogazione, dalla sua corresponsione in misura fissa e senza documentazione giustificativa, al suo essere condizionata al permanere dell’abitazione e all’avvenuto assoggettamento a retribuzione;

che alla stregua di quanto esposto il ricorso deve, pertanto, essere rigettato;

che al rigetto segue la condanna della ricorrente, secondo il principio della soccombenza, alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità, con distrazione; nulla va disposto per quelle relative al’intimato non costituito;

che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso forfettario in misura del 15% da corrispondersi all’Avv. Michele Iacoviello, antistatario. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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