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Moglie lavora in nero: spetta il mantenimento?

4 Giugno 2019
Moglie lavora in nero: spetta il mantenimento?

Il giudice deve valutare se vi sia una disparità economica fra i coniugi, considerando non solo i redditi dichiarati e la situazione patrimoniale ma anche gli stipendi da lavoro irregolare.

Tu e tua moglie vi state separando. Dinanzi al giudice lei ha chiesto un assegno di mantenimento che, a tuo avviso, è sproporzionato. Pesano, a suo svantaggio, il fatto che lavori, seppure in nero, ed è ancora giovane e perciò in grado di trovare un’occupazione più confacente alle sue capacità. Lei invece si appiglia proprio sul fatto che il lavoro non è regolare, il che renderebbe più precaria la sua posizione e, peraltro, non le garantirebbe i contributi previdenziali per la pensione. Chi dei due la spunterà al termine della causa? Alla moglie che lavora in nero spetta il mantenimento? Di recente, la questione è stata decisa dal tribunale di Catania [1] che, peraltro, ha fatto tesoro delle indicazioni offerte dalle sezioni unite della Cassazione l’estate scorsa.

Non è la prima volta che la giurisprudenza si trova ad affrontare casi del genere, il più delle volte però con riferimento al reddito non dichiarato dal marito che dalla moglie. Purtroppo – ed è inutile nascondersi dietro un dito – il lavoro in nero è una realtà piuttosto diffusa nel nostro Paese. Lo sa tanto bene il legislatore che ha previsto la possibilità, per il giudice, di disporre indagini tributarie, a carico di uno dei due coniugi, quando vi è il sospetto che questi abbia entrate non dichiarate. Indagini che, peraltro, potrebbero far scaturire anche un accertamento fiscale. Leggi Accertamento polizia tributaria separazione.

Il tribunale, peraltro, potrebbe anche limitarsi a presumere il reddito dell’interessato sulla base del tenore di vita effettivo da questi goduto: ad esempio dal possesso di un’auto di lusso, dalle dimensioni dell’appartamento e dalle spese per le utenze, dai viaggi e dalle cene di piacere, ecc., circostanze queste che possono essere provate nel corso del giudizio di separazione per accertare le reali possibilità economiche del coniuge.

Ebbene, secondo la giurisprudenza, anche uno stipendio da lavoro in nero contribuisce a incrementare le disponibilità reddituali della moglie. Non importa che non vengano versati i contributi previdenziali. Il che significa che il giudice potrà negare o ridurre gli alimenti anche in presenza soltanto di un lavoro irregolare. Peraltro – non dimentichiamolo – il dipendente non denunciato all’ufficio del lavoro può sempre azionare la tutela giudiziaria per ottenere una formale assunzione e il versamento dei contributi non versati, vedendo la propria posizione così stabilizzarsi definitivamente. Il tutto con il gratuito patrocinio se lo stipendio è inferiore a mille euro circa al mese.

Non è tutto. Se la donna è ancora giovane e ha effettive capacità di inserirsi nel mondo del lavoro, il mantenimento può essere negato già all’origine. Questo perché, seguendo l’insegnamento della più moderna Cassazione, è la moglie che chiede l’assegno a dover dimostrare di averne necessità. Necessità tutt’altro che scontata se le condizioni fisiche e di salute, nonché la pregressa formazione, consentono ancora un reimpiego nel mondo del lavoro.

Spetta allora all’ex moglie, se vuol essere mantenuta, dimostrare di non essere in grado – e non per sua colpa – di sostenersi da sola. Si legge sul punto nella sentenza in commento: in tema di separazione personale se è vero che l’onere della prova del diritto al mantenimento spetta in via generale a chi lo chiede (e, quindi, nel nostro caso, alla moglie) il giudice può comunque ricorrere a indizi (o meglio dette “presunzioni”) per valutare le effettive capacità del soggetto di inserirsi nel mondo del lavoro avendo presenti le reali condizioni del mercato, anche alla luce dell’età, del grado di istruzione e delle pregresse esperienze lavorative. La valutazione non deve essere astratta ma effettuata considerando ogni concreto fattore individuale e ambientale: conta soltanto se chi chiede il mantenimento possieda utilità o capacità suscettibili di valutazione economica, dunque l’attitudine a svolgere un’attività produttiva retribuita.

In sintesi, secondo l’attuale interpretazione, la disponibilità di un lavoro in nero – nonostante l’apparente precarietà del vincolo con il datore di lavoro – va considerata come una reale capacità economica che può comportare la negazione dell’assegno di mantenimento o, in caso di divorzio, dell’assegno divorzile.  

  


note

[1] Trib. Catania, sent. n. 290/19.


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