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Come difendersi dai gatti del vicino

6 Giugno 2019
Come difendersi dai gatti del vicino

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Giugno 2019



Regole sulla tenuta degli animali in condominio: come denunciare il vicino di casa che utilizza i gatti per dare fastidio, sporcare e appestare l’aria. 

La tua vicina di casa vive con due gatti che lascia tutto il giorno liberi di entrare ed uscire di casa. I felini raccolgono rifiuti, animali morti e oggetti di ogni genere per poi trascinarli sin dentro il portone; con le zampe sporche salgono le scale lasciando sul pavimento le impronte e il fango. L’aria diventa spesso nauseabonda a causa degli escrementi e degli avanzi del cibo (scatolette e croccanti di odore insopportabile) che rimangono all’aria aperta e che non vengono rimossi dalla padrona. Il tuo problema è ormai diventato uno solo: come difendersi dai gatti del vicino?

Una recente sentenza della Cassazione ci offre lo spunto per trattare l’argomento [1]. Un argomento reso ancora più delicato dalla recente riforma del diritto condominiale con cui si è disposto che i regolamenti interni agli stabili non possono impedire ai condomini di possedere animali in casa. Salvo, infatti, che il regolamento sia stato approvato all’unanimità, sono illegittime le clausole che prevedono limitazioni alla detenzione di animali da compagnia negli appartamenti (gatti, cani, criceti, ecc.). 

Reato di stalking per il vicino che usa gli animali per infastidire

La sentenza della Suprema Corte che abbiamo appena richiamato è interessante perché spiega come difendersi dai gatti del vicino tutte le volte in cui il vicino si comporta “maliziosamente” ossia con dolo. Quando cioè questi ha la precisa intenzione di usare i propri animali per infastidire gli altri condomini – e quindi agisce in malafede – può essere denunciato per stalking. Sì, hai capito bene: stalking condominiale, un inquadramento giuridico che sta prendendo sempre più piede nelle aule di tribunali.

Nel caso di specie, una donna aveva volutamente lasciato i propri gatti liberi di scorrazzare fuori dall’appartamento e di fare i loro bisogni dovunque, consapevole di arrecare così fastidio, ogni santo giorno, alla dirimpettaia. La quale è passata all’attacco andando sino ai carabinieri per denunciare la responsabile degli atti persecutori. Il giudice poi, nel corso del dibattimento, ha ritenuto questa condotta rilevabile penalmente e sufficiente per una condanna per il reato di stalking.

Certo, se si fosse trattato di semplice incuria colposa nella gestione degli animali, il reato di atti persecutori (lo stalking appunto) non sarebbe scattato, presupponendo questo un comportamento doloso, cosciente e volontario. Ma, secondo i giudici, è impossibile parlare di semplice incuria in quanto – osserva la Cassazione – la donna, «nonostante le ripetute lamentele» della vicina, «ha volontariamente continuato a liberare i gatti nelle parti comuni dell’edificio, nella evidente consapevolezza delle conseguenze sul piano igienico che ciò comportava e della molestia che in tal modo arrecava alla propria vicina di casa».

Gatti del vicino che sporcano: il cibo lasciato a terra

Sebbene la legge tutela i gatti, nel senso che non vieta di dar loro da mangiare per terra, anche se si tratta di gatti randagi, numerose sentenze hanno condannato le cosiddette “gattare”: non tanto perché si prendono cura delle colonie feline, fornendo loro latte e avanzi di cibo – comportamento di per sé ritenuto lecito – quanto per il fatto di non aver pulito successivamente per terra. Pulizia obbligatoria, almeno negli stabili condominiali, per mantenere l’igiene e il decoro delle parti comuni o adiacenti dello stabile. Chiaramente, se questo vale per i randagi, vale a maggior ragione per i gatti “domestici” che potrebbero ben mangiare all’interno dell’appartamento o sul balcone.

In ogni caso, il Codice civile [2] stabilisce che ciascun condomino può utilizzare gli spazi comuni per i propri interessi e bisogni, ivi compresi quelli dei propri animali, a condizione che non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri di farne uso. Impiegare un piccolo angolo del cortile o del porticato per dare da mangiare ai gatti randagi non costituisce un comportamento vietato. Salvo, ovviamente, che vi sia una delibera dell’assemblea che disponga un divieto espresso. La votazione può essere assunta a maggioranza. Invece, con l’unanimità si può impedire del tutto ai condomini di detenere animali in caso o fuori.

Leggi anche Gatti in condominio: regole.

Chi viola le regole sulla pulizia, però, non può essere denunciato penalmente. L’unico rimedio è un’azione civile rivolta ad ottenere un ordine del giudice a cessare tale comportamento.

Gatti del vicino che puzzano

Gli animali hanno un odore sicuramente diverso da quello degli uomini. E contro questo fatto naturale non si può fare nulla. Ma se la puzza dovesse provenire dagli escrementi o dagli avanzi di cibo, tanto da superare la normale tollerabilità [3], si può ricorrere al giudice per ottenere, anche in questo caso in via civile e non penale, una inibitoria e l’eventuale risarcimento del danno. Chiaramente bisogna anticipare i costi della causa e la parcella dell’avvocato.

Troppi gatti in casa

Avere due, tre e anche quattro o cinque gatti in casa non è vietato dalla legge. Ma quando il numero diventa tale da costituire una sofferenza per gli stessi felini allora si può essere denunciati per maltrattamento di animali. Lo sa bene la proprietaria di 33 mici condannata dalla Cassazione proprio di recente [4].

A meno che non si disponga di una villa, detenere presso la propria abitazione trentatré gatti con modalità incompatibili con la loro natura e tali da arrecare loro gravi sofferenze costituisce reato. A cui si aggiunge la confisca degli animali. Decisivo, per i giudici, il richiamo alle «condizioni di sovraffollamento» e alle «pessime condizioni igieniche» della casa.

Si possono vietare gli animali in condominio? GUARDA IL VIDEO


note

[1] Cass. sent. n. 25097/19 del 5.06.2019.

[2] Art. 1102 cod. civ.

[3] Art. 844 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 1510/19 del 14.01.2019.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 marzo – 5 giugno 2019, n. 25097

Presidente Vessicchelli – Relatore Pistorelli

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Trento ha confermato, anche agli effetti civili, la condanna di To. Al. per il reato di atti persecutori commesso ai danni di Speranza Lorena.

2. Avverso la sentenza ricorre l’imputata articolando cinque motivi. Con il primo ed il secondo deduce violazione di legge e vizi della motivazione in merito alla configurabilità del reato. In proposito viene evidenziato come dalle risultanze processuali emerga che gli episodi relativi alle deiezioni dei gatti della To. siano stati occasionali e comunque dovuti ad incuria nella loro custodia, difettando dunque tanto il requisito dell’abitualità della condotta, quanto il dolo richiesto per la sussistenza del reato. Quanto invece all’esposizione all’interno del condominio di scritte e cartelli riportanti minacce ed insulti nei confronti della persona offesa alcuna prova sarebbe emersa in merito alla loro attribuibilità all’imputata. Analoghi vizi vengono denunziati con il terzo motivo, con il quale si lamenta il difetto di una tempestiva querela, posto che non ricorrono le condizioni per la procedibilità d’ufficio del reato, mentre con il quarto ed il quinto la ricorrente lamenta difetto di motivazione in merito alla commisurazione del danno liquidato in favore della Speranza e della pena irrogata all’imputata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato e per certi versi inammissibile.

2. Contrariamente a quanto eccepito dalla ricorrente, i giudici del merito non hanno sostanzialmente addebitato alla To. una mera incuria colposa nel governo dei propri animali, evidenziando invece come, nonostante le ripetute lamentele, ella abbia volontariamente continuato a liberarli nelle parti comuni dell’edificio abitato anche dalla persona offesa, nell’evidente consapevolezza delle conseguenze sul piano igienico che ciò comportava e della molestia che in tal modo arrecava alla propria vicina. Comportamento questo certamente riconducibile a quello tipizzato dall’art. 612-bis c.p., tanto più che lo stesso non può essere considerato disgiuntamente dagli ulteriori atti contestati, soprattutto ai fini della prova dell’elemento soggettivo del reato e dell’abitualità della condotta, requisiti entrambi motivatamente ritenuti sussistenti dalla Corte territoriale. Quanto alla asserita occasionalità degli episodi imputati, il ricorso si rivela invece generico, non essendosi confrontato con l’articolata motivazione della sentenza, la quale, oltre che su quanto affermato dalla persona offesa, ha fondato le proprie conclusioni basandosi anche sulle dichiarazioni dei numerosi testi – compresi gli agenti della polizia municipale allertati dalla persona offesa – che avevano avuto modo a vario titolo di frequentare l’edificio e che tutti unanimemente hanno riferito circa la presenza di escrementi animali ovvero dei persistente olezzo delle loro deiezioni. In tal senso è poi inconferente che la figlia della persona offesa non convivesse con la medesima, atteso che espressamente la sua testimonianza, per come valorizzata in sentenza, fa riferimento alle occasioni in cui la stessa si recava a far visita alla madre. Per quanto riguarda, poi, l’attribuibilità all’imputata delle scritte e dei cartelli contenenti insulti e minacce, questa è stata logicamente desunta dal giudice dell’appello dal contesto della vicenda, ma, soprattutto, dal fatto che l’edificio teatro dei fatti era una villetta bifamiliare, le cui parti comuni servivano esclusivamente, oltre che l’abitazione della vittima, quella dell’imputata, ritenendo dunque escluso che altri potessero essere stato protagonista di tali comportamenti o avere interesse a porli in essere. Quanto infine all’evento del reato, generica e manifestamente infondata è l’obiezione circa l’inconferenza della certificazione rilasciata dalla psicologa che ha visitato la persona offesa, posto che la ricorrente non evidenzia i motivi di tale assertiva affermazione, peraltro sorvolando sul fatto che lo stato di prostrazione e di ansia in cui versava la vittima è stato provato in sentenza anche facendo riferimento al contenuto delle dichiarazioni di alcuni dei testimoni, rimaste dunque incontestate.

3. Manifestamente infondato è poi il terzo motivo, posto che agli atti è presenta valida querela proposta dalla persona offesa il 26 novembre 2013 e successivamente integrata il 14 maggio 2014. Del tutto generiche sono infine le doglianze avanzate con il quarto ed il quinto motivo in merito alla determinazione del risarcimento, effettuato in via equitativa, ed alla commisurazione della pena, profili sui quali la sentenza impugnata ha adeguatamente giustificato la conferma delle statuizioni adottate in primo grado con motivazione solo assertivamente confutata.

4. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché alla refusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in Euro 2.000, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla refusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in Euro 2.000, oltre accessori di legge.

 


Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 24 ottobre 2018 – 14 gennaio 2019, n. 1510

Presidente Lapalorcia – Relatore Di Stasi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 21/11/2017, il Tribunale di Milano dichiarava Be. El. responsabile del reato di cui all’art. 727 cod.pen, perché deteneva presso il proprio appartamento di abitazione n. 33 gatti con modalità tali da arrecare gravi sofferenze, incompatibili, con la loro natura, in ragione delle condizioni di sovraffollamento degli animali e di pessime condizioni di igiene dei luoghi.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione Be. El., a mezzo del difensore di fiducia, articolando tre motivi di seguito enunciati.

Con il primo motivo deduce violazione di legge in relazione alla ritenuta sussistenza del reato di cui all’art. 727 cod.pen.

Deduce che il Tribunale aveva tratto dalle condizioni ambientali in cui erano tenuti gli animali, attraverso una sorta di automatismo argomentativo, la sussistenza di sofferenze a carico degli animali, senza accertare la sussistenza di un effettivo nocumento sofferto dagli stessi, anche nella forma del semplice patimento, né la gravità delle sofferenze.

Con il secondo motivo deduce vizio di motivazione e travisamento della prova, in relazione all’affermazione di responsabilità, lamentando l’erronea e parziale valutazione delle risultanze istruttorie e, in particolare, di quelle offerte dalla difesa (planimetria dell’appartamento della ricorrente, allegazioni fotografiche ritraenti gli animali in epoca precedente l’accertamento, fatture di acquisto del cibo differenziato anche per età degli animali) che comprovavano cura ed attenzione della Be. nei confronti degli animali; in merito alle condizioni di salute degli animali, poi, era stata semplicemente richiamata ma non valutata la consulenza tecnica a firma della dott.ssa Ci. Co., prodotta dalla difesa all’udienza del 7.11.2017, le cui risultanze consentivano di affermare che le patologie potevano essersi successivamente manifestate per ragioni diverse da negligenza nella cura o sovraffollamento; del pari non erano state valutate le significative dichiarazioni rese dai testi Ma. e Po., le dichiarazioni dell’imputata e la documentazione sanitaria degli animali, dimostrative della cura per gli animali.

Con il terzo motivo deduce violazione di legge e travisamento della prova in punto della disposta confisca, lamentando che non era stata valutata l’intervenuta modifica della originaria situazione di fatto dell’appartamento, che, successivamente ai fatti, era stato oggetto di intervento di risanamento.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. I primi due motivi di ricorso sono inammissibili.

Nei motivi in esame, si espongono, in sostanza, censure puramente contestative le quali si risolvono in una mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata, sulla base di diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, senza individuare vizi di logicità, ricostruzione e valutazione, quindi, precluse in sede di giudizio di cassazione (cfr. Sez. 1, 16.11.2006, n. 42369, De Vita, Rv. 235507; sez. 6, 3.10.2006, n. 36546, Bruzzese, Rv. 235510; Sez. 3, 27.9.2006, n. 37006, Piras, Rv. 235508).

E’, inoltre affermazione costante che, sono inammissibili, per violazione del principio di autosufficienza e per genericità, quei motivi che, deducendo il vizio di manifesta illogicità o di contraddittorietà della motivazione, riportano meri stralci di singoli brani di prove dichiarative, estrapolati dal complessivo contenuto dell’atto processuale al fine di trarre rafforzamento dall’indebita frantumazione dei contenuti probatori, o, invece, – come avvenuto nella specie- procedono ad allegare in blocco ed indistintamente le trascrizioni degli atti processuali, postulandone la integrale lettura da parte della Suprema Corte (Sez. 1, n. 23308 del 18/11/2014 – dep. 29/05/2015, Savasta e altri, Rv. 263601; Sez.4, n.46979 del 10/11/2015, Rv.265053).

2. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

E’, stato infatti, condivisibilmente affermato (Sez.4, n. 18167 del 2017, non mass.) che la detenzione di animali integrante la fattispecie di cui all’art. 727 cod.pen, costituendo reato (sia pure contravvenzionale), rientra nell’ipotesi di cui all’art. 240 comma 2 n. 2 del codice penale (in base al quale, come è noto, deve sempre essere ordinata la confisca delle cose, la detenzione delle quali costituisca reato, a meno che esse non appartengano a persone estranee al reato).

3. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


1 Commento

  1. Da quando la mia vicina ha preso il gatto non lo lascia più. Avevamo l’abitudine di guardare insieme la sera alcuni programmi tv…Ecco, ora mi chiede ancora di seguirli insieme, ma come faccio a spiegarle che non mi va di andare a casa sua in maniera delicata e non offensiva? Cioè il gattino è fantastico, ma lei lo fa salire sul letto dove dorme, poi lascia peli ovunque e lei è un po’ sciocca perché dovrebbe stare sempre a raccoglierli e non lo fa con costanza. Una volta avevo un abito nero e mi è saltato addosso… Mi ha lasciato l’abito con tutti i peli appiccicati. Dovevo andare ad una festa. Risultato? Sono andata a cambiarmi prima di uscire. fortuna che mi preparo sempre con un po’ di anticipo, altrimenti avrei fatto tardi… Insomma, animali si in condominio, però bisogna saperli tenere.

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