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Mancato pagamento stipendio: quando è reato?

6 Giugno 2019
Mancato pagamento stipendio: quando è reato?

Quando è possibile denunciare il datore di lavoro che non versa la busta paga al dipendente. 

Non versare lo stipendio ai dipendenti costituisce sicuramente una violazione del contratto di lavoro e, in quanto tale, un illecito civilistico. Questo significa che l’unico strumento che ha il lavorare per far valere il proprio diritto è iniziare una causa di recupero crediti attraverso un decreto ingiuntivo o (se è “a nero”) con un normale processo ordinario. Tuttavia esistono dei casi in cui il mancato pagamento dello stipendio è reato. Ciò di solito succede quando, all’inadempimento in sé, si accompagnano anche condotte ricattatorie o fraudolenti. In più c’è l’aspetto legato ai contributi: se le ritenute non versate dal datore all’Inps superano un certo ammontare si sconfina, anche in questo caso, nel penale.

Se, a conti fatti, al dipendente non interessa tanto la condanna penale del datore quando il recupero del credito, è anche vero che una querela ha una forza persuasiva che un normale giudizio civile non genera. Ecco perché è bene sapere quando presentarsi dai carabinieri, dalla polizia o alla procura della repubblica senza il rischio di veder archiviato il proprio procedimento. Di tanto forniremo i chiarimenti qui di seguito: spiegheremo cioè quando il mancato pagamento dello stipendio è reato. Ma procediamo con ordine.

Come recuperare lo stipendio

Per recuperare uno stipendio non versato il dipendente può agire già alla scadenza del termine fissato nel contratto. Invece, per poter dimettersi per giusta causa dal lavoro, e così rivendicare l’assegno di disoccupazione dell’Inps, è necessario attendere che l’inadempimento sia “grave”; secondo la giurisprudenza ciò si verifica quando non sono state pagate almeno tre mensilità. In tale ipotesi, la dimissione può essere data senza neanche preavviso.

Leggi Se il datore di lavoro non paga lo stipendio posso stare a casa?

Recuperare uno o più stipendi è, da un punto di vista operativo, molto semplice e non richiede neanche l’assistenza di un avvocato. Invece, sotto un profilo pratico, l’intervento del legale diventa quasi sempre necessario posto che non sempre le aziende sono “sensibili” alle richieste avanzate dai propri dipendenti.

Ci sono essenzialmente tre vie per recuperare uno stipendio non pagato. Le prime due sono rivolte a trovare una conciliazione con il datore. La terza è invece la via giudiziale, quella cioè del tribunale. Vediamole tutte quante. Con una premessa: prima di iniziare un percorso di recupero crediti è sempre bene dare un’ultima possibilità all’azienda inviando una lettera di diffida e cinque giorni lavorativi di tempo per adempiere. Questa può essere spedita con raccomandata a.r. o con posta elettronica certificata. Sarà bene indicare la mensilità non corrisposta e le coordinate bancarie ove accreditare lo stipendio (dati che, tuttavia, dovrebbero già essere in possesso dell’ufficio paghe). Se, alla scadenza del termine, non si ottiene l’adempimento, si potrà agire nei seguenti modi.

Procedura conciliativa presso l’Ispettorato del lavoro

Il dipendente, anche senza l’assistenza di un avvocato o un sindacalista, si può rivolgere all’Ispettorato del Lavoro e chiedere che venga indetta una conciliazione con il proprio datore di lavoro. Quest’ultimo sarà convocato ad una data stabilita dall’ufficio e, nel corso dell’incontro, a cui dovrai partecipare personalmente o accompagnato da un difensore, si tenterà di trovare una soluzione bonaria.

Se si raggiunge un accordo, il verbale costituisce “titolo esecutivo”, ossia è pari a una sentenza; significa che se il datore non adempie all’impegno assunto davanti all’organo di conciliazione, potrai avviare un pignoramento nei suoi riguardi. Se invece non si trova un’intesa, puoi procedere in tribunale.

Conciliazione monocratica presso l’Ispettorato del Lavoro

La seconda strada che ti si apre per recuperare lo stipendio è richiedere, sempre presso l’Ispettorato del Lavoro, quella che comunemente viene detta «conciliazione monocratica». Lo scopo di tale procedura è quello di verificare, dinanzi a un Ispettore, se l’azienda ti ha versato i contributi; chiaramente si finisce sempre per accertare anche l’omesso pagamento dello stipendio (da cui i contributi discendono).

Anche in questo caso si procede a convocare il datore dinanzi all’ufficio in una udienza che viene comunicata ad entrambe le parti e a cui le stesse devono presentarsi. La differenza però rispetto all’iter precedentemente illustrato è che, in questa ipotesi, se le parti non raggiungono un accordo conciliativo, scatta un controllo nei confronti dell’azienda che potrebbe portare a pesanti sanzioni. Il datore quindi verrà costretto a pagare allo Stato le multe per l’omessa contribuzione, con conseguenze che – nei casi più gravi – possono sconfinare anche nel penale.

Ecco perché si tratta di uno strumento sicuramente più incisivo della semplice conciliazione, ma che può risolversi in un’arma a doppio taglio: se il datore si trova in effettive difficoltà economiche, le sanzioni potrebbero aggravare la sua situazione allontanando la possibilità, per te, di recuperare il dovuto.

Il ricorso al tribunale

In ultimo puoi recuperare lo stipendio rivolgendoti al giudice. La competenza è sempre del tribunale e non del giudice di pace, anche per piccoli importi. Ti devi rivolgere al tribunale del luogo più vicino a quello in cui hai preso servizio.

Qui puoi operare in due diversi modi. Se hai un contratto scritto di lavoro, un Cud o le precedenti buste paga, puoi rivolgerti a un avvocato affinché chieda per te un decreto ingiuntivo. Viene presentato un ricorso telematico al tribunale con deposito delle prove scritte del tuo credito; il giudice emette una condanna di pagamento verso il datore che gli deve essere notificata nei successivi 60 giorni. Dal ricevimento di tale condanna (appunto il decreto ingiuntivo), il datore ha 40 giorni di tempo per presentare opposizione. In tal caso si avvia un normale giudizio volto ad accertare il tuo credito. Se invece non viene spiegata opposizione, il decreto diventa definitivo e, in caso di omesso versamento delle somme, puoi agire con un pignoramento.

Viceversa se non hai alcuna prova scritta del rapporto di lavoro – come succede nel caso di lavoro in nero – non puoi richiedere il decreto ingiuntivo ma, sempre con il tuo avvocato, dovrai fare una normale causa civile per il recupero del credito: i tempi si allungano. Non dimenticare che se hai un reddito inferiore a circa mille euro al mese, puoi accedere al gratuito patrocinio.

Mancato pagamento dello stipendio: quando è reato?

Vediamo ora tutte le volte in cui l’omesso versamento della busta paga sconfina nel penale.

Il semplice fatto che, alla scadenza, non venga accreditato lo stipendio non è un reato, ma solo un illecito civile che giustifica solo il ricorso a una delle azioni appena elencate. Il penale richiede “qualcosa in più”. Ecco cosa.

Il ricatto

Il primo caso in cui si può denunciare il datore di lavoro se non paga lo stipendio è quando questi tenta di ricattare il dipendente. Pensa al caso del datore che, dinanzi alla legittima richiesta di pagamento da parte del lavoratore, lo minacci di licenziamento: «Se insisti a chiedermi lo stipendio ti licenzio». Oppure pensa al caso in cui il datore tenti di ottenere uno sconto sulle somme dovute: «Posso darti solo metà della busta paga; se non ti sta bene te ne vai subito da qui». Il caso emblematico è quello del datore che imponga ai lavoratori di accettare un salario inferiore rispetto a quello sindacale o turni massacranti o straordinari senza l’adeguato compenso. Ebbene, secondo la Cassazione è estorsione ricattare i dipendenti con il licenziamento [1]. Il reato scatta a prescindere dalle difficili condizioni economiche in cui versi l’azienda e dall’aria di crisi che si respira: basta che l’imprenditore paventi il rischio di un licenziamento per chi non sottostà alle sue regole.

Sempre la Cassazione ha detto che ricattare i dipendenti con una paga inferiore è reato. Chi accetta può sempre decidere, in un momento successivo, di ricorrere al giudice del lavoro per ottenere le differenze retributive.

In questi casi, dunque, puoi sporgere una denuncia alla polizia, ai carabinieri o depositare la querela presso la Procura della Repubblica.

Omesso versamento malattia, permessi e assegni familiari

Ogni volta che il datore di lavoro indica, in busta paga, il versamento di una indennità in favore del lavoratore, che però materialmente non viene erogata, commette reato.  Pertanto, il datore di lavoro che non eroga al dipendente la malattia, i permessi retribuiti (ad esempio quelli della legge 104) o gli assegni familiari commette reato e può essere denunciato. Questo perché tali somme, quando indicate in busta paga, vengono dall’Inps restituite all’azienda – che le anticipa al lavoratore – mediante compensazione sui contributi da versare periodicamente all’Ente stesso di previdenza. Il rappresentante dell’azienda che, quindi, indica in busta paga di aver corrisposto al dipendente i contributi per assegni familiari, ma poi non lo fa, sta commettendo un falso a fronte del quale ottiene un conguaglio dei contributi previdenziali. Il tutto con danno alle casse erariali. Tale tesi è stata confermata dalla Cassazione [2].

Il dipendente che si accorge che non gli è stata versata la malattia o la retribuzione per i permessi retribuiti può:

  • inviare una segnalazione all’Inps (che a sua volta potrà denunciare l’episodio alla Procura della Repubblica affinché proceda penalmente);
  • inviare una segnalazione all’Ispettorato del lavoro, anche presentandosi personalmente. Quest’ultimo invierà gli ispettori in azienda per la contestazione e l’avvio del procedimento penale;
  • sporgere denuncia ai carabinieri o alla Procura della Repubblica a mezzo di avvocato o anche solo personalmente.

Truffa

La giurisprudenza ha escluso il reato di truffa tutte le volte in cui il datore ha promesso ai dipendenti lo stipendio solo per prendere più tempo ma rimanendo completamente inadempiente. La truffa richiede artifici e raggiri. Potrebbe essere il caso del datore che falsifica un documento attestante il bonifico per farsi rilasciare una quietanza di pagamento dello stipendio che, in realtà, non è mai stato pagato.

Omesso versamento dei contributi 

Un altro caso in cui si può denunciare il datore di lavoro è quando, pur corrispondendo regolamento lo stipendio, non versa i contributi e l’importo evaso all’Inps supera 100mila euro nell’anno con riferimento a tutti i dipendenti. Il limite scende a 50mila euro se non si presenta la dichiarazione modello 770.

Se hai il sospetto che il datore di lavoro non ti stia versando i suoi contributi puoi fare una verifica all’Inps della tua posizione contributiva ed eventualmente segnalare l’omissione all’istituto, il quale ne verificherà l’effettività e, se del caso, si attiverà per la riscossione senza lasciar decorrere il termine di prescrizione.

Omesso versamento delle ritenute fiscali

Un terzo reato si configura quando il datore non versa le ritenute fiscali, ossia le tasse (Irpef) che trattiene sulla tua busta paga. In tal caso il reato scatta a partire da 150mila euro complessivi in un anno. Di recente la Cassazione ha specificato che, in ipotesi di omissione da parte dell’azienda, l’Agenzia delle Entrate non può chiedere il pagamento delle imposte al dipendente se questi ha sempre percepito lo stipendio al netto delle suddette ritenute. Prima invece si sosteneva la tesi di una responsabilità solidale.

Lavoro in nero

Contrariamente a quanto si crede non puoi denunciare il datore di lavoro che non ha denunciato il tuo contratto di lavoro all’Ispettorato, tenendoti “in nero”. Avere dipendenti irregolari costituisce un semplice illecito amministrativo – che può comunque essere segnalato alle competenti autorità – dal quale scaturisce solo una maxi sanzione. Il reato invece scatta nel caso di impiego di lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno.


note

[1] Cass. sent. n. 18727/16 del 5.05.2016.

[2] Cass. sent. n. 51334/2016.

Autore immagine: 123rf com


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