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Europa: scacco matto all’Italia

7 Giugno 2019
Europa: scacco matto all’Italia

Cosa rischia il nostro Paese già da luglio e come il Governo ha intenzione di alzare le tasse senza alzare le tasse.

Se c’è una cosa di incongruo nel meccanismo dell’Europa è proprio questa della sanzione a chi sfora i patti di stabilità: si impone una multa pari allo 0,2% del Pil (che per l’Italia vorrebbe dire circa 3,5 miliardi di euro) a chi non ha i conti in ordine. Come dire che chi è indebitato deve indebitarsi ancora di più per rispettare gli accordi. Ed è proprio questo meccanismo che mette sotto scacco l’Italia. Sia che questa rispetti le raccomandazioni provenienti da Bruxelles, sia che invece decida di infischiarsene, dando il via alla procedura di infrazione. 

Ecco allora cosa prevede la legge comunitaria se l’Italia accetterà di aderire alle richieste dell’Ue e attiverà la fase del “rientro” dalla propria posizione dall’eccesso di deficit. 

Cosa chiede l’Ue all’Italia

Nella lettera della Commissione europea, l’Ue ci bacchetta per il grave peggioramento dei conti pubblici avvenuto dalla fine del 2018 al 2019 e nelle previsioni del 2020. L’Italia non ha rispettato i patti presi in precedenza e che, con la passata legislatura, stava invece osservando. Bruxelles chiede tra le altre cose nel 2020 una riduzione della spesa pubblica netta dello 0,1% con un aggiustamento strutturale dello 0,6% del Pil. Ma cosa succederebbe in caso di via libera alla procedura di infrazione?

Procedura d’infrazione Ue: cosa comporta 

Premesso che siamo nell’ambito di una procedura inesplorata perché è la prima volta, dai patti di Roma, che si verifica una situazione del genere, possiamo già dire che la procedura potrebbe durare in teoria anche 2 o 3 anni. La prima fase, quella del rientro, prevede una sorta di braccio correttivo sotto la guida dell’Ue. Questa sarà la fase più delicata e anche più amara per l’Italia, con l’Ue che potrebbe imporre una serie di misure per rimettere in sesto i nostri conti. 

Scatterebbe una sorta di «sorveglianza rafforzata», con uno stretto monitoraggio (ogni 2 o 3 mesi) per verificare se ci sono segnali positivi. Detto in parole povere, avremo una serie di manovre correttive «che rischiano di essere anche molto pesanti – come osserva il Sole 24 Ore – in quanto inevitabilmente comporterebbero aumenti delle tasse e tagli alle spese e ai servizi sociali. In sostanza viene definita una sorta di calendario per l’adozione delle misure di correzione richieste».

Se invece non dovessimo ritornare in linea, si aprirebbe un secondo invito, da parte di Bruxelles, ad adottare un piano di rientro. Se anche quest’ultimo dovesse risultare inascoltato, arriverebbe la sanzione con l’obbligo di un deposito infruttifero pari allo 0,2% del Pil. Questo significherebbe sanzioni e addio flessibilità. La multa avrebbe poi una pesante ricaduta sull’economia nazionale, con perdita di tutti i fondi e finanziamenti dell’Ue di cui oggi godono gran parte delle nostre amministrazioni e svariati progetti privati.

Scacco matto all’Italia

L’Ue insomma ci tiene in scacco: sia che accetteremo le raccomandazioni di Bruxelles, sia che invece preferiremo farci multare, si apre a breve la necessità di trovare enormi risorse finanziarie, risorse che non abbiamo, e che peseranno enormemente sull’economia del nostro Paese per i prossimi anni. Si tenga anche conto che oggi l’Italia va peggio della Grecia che già ha pianto amaramente le pessime amministrazioni che l’hanno governata: il nostro spread è più alto, paghiamo più interessi sul debito pubblico, il che significa che la nostra economia è più a rischio.

Chiaramente, uscire dall’euro sarebbe ancora peggio, un suicidio. Il professor Paul Robin Krugman, premio Nobel per l’economia, che inizialmente aveva manifestato la sua contrarietà all’euro, commenta così una possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica: «Vi è una grande differenza tra la scelta di non aderire (all’euro) dall’inizio e lasciarlo una volta entrati. I costi dell’uscita dall’euro e del ripristino di una moneta nazionale sarebbero enormi: una massiccia fuga di capitali potrebbe causare una crisi bancaria, si dovrebbero imporre i controlli sui capitali e la chiusura delle banche, il problema di ridenominare i contratti creerebbe una palude legale, le imprese si bloccherebbero in un lungo periodo transitorio di confusione e incertezza». Insomma, la Lira varrebbe come le banconote finte del Monopoli. Leggi l’articolo Se l’Italia esce dall’Euro cosa succede?

Come aumentare le tasse senza aumentare le tasse

L’Italia sta cercando un modo per uscire fuori dalla tenaglia. Il Governo ha promesso di non aumentare le tasse, ma da qualche parte dovrà prendere i soldi. Lo abbiamo già visto con l’aumento delle imposte locali, le addizionali Irpef, l’Imu e la Tasi: la legge di fine anno ha lasciato liberi i Comuni di aumentare le aliquote, cosa che è successa un po’ ovunque. L’Esecutivo però non si vuole sporcare le mani, non almeno questo. Ecco che allora sono allo studio una serie di misure che potrebbero portare indirettamente un aumento delle tasse senza formalmente aumentarle.

Una di queste è la revisione degli estimi, ossia un aggiornamento dei valori catastali del patrimonio immobiliare privato italiano, per adeguarli a quelli di mercato. Oggi, paghiamo le tasse sugli immobili in base a valori fermi da trent’anni. Il che avrebbe l’effetto, anche allo stato delle regole attuali della tassazione sulla casa, di far raddoppiare gli oneri fiscali. In pratica, chi paga 800 euro di Imu ne pagherà 1.600 euro senza che l’Imu sia stata toccata.

Resta comunque il rischio della reintroduzione dell’imposta sulla prima casa che aveva introdotto Monti e poi Renzi aveva tolto.

Leggi anche Come aumenteranno le tasse senza aumentare le tasse.

C’è poi il taglio alle detrazioni fiscali, su cui il Governo ha già ammesso di lavorare. Riducendo gli sconti si finisce inevitabilmente per aumentare le tasse, pur senza alzarle formalmente. Ad esempio, si vuole ridurre le detrazioni sui farmaci, lasciando ferme quelle per i disagiati e gli invalidi. Scomparirà il bonus 80 euro che sarà assorbito sotto diversa forma di detrazione. Insomma, tutto questo meccanismo porterà ad ulteriori risparmi di imposta con maggiore spesa per i contribuenti.

C’è poi il sospetto che l’Ue imponga all’Italia l’aumento dell’Iva già dal 1° gennaio 2020. È automatico e garantisce un incremento certo del gettito. I consumi però ne sarebbero fortemente penalizzati. Nella legge di Bilancio, del resto, sono state inserite clausole automatiche che, in assenza di disinnesco attraverso coperture, prevedono che l’Iva ordinaria sia destinata a salire dal 22 al 25,2% dal 2020 (e poi al 26,5% dal 2021), mentre per quella al 10% si prevede un rialzo al 13%. 

Senza contare infine le misure “spot” per salvare i gruppi industriali. Come quella appena approvata nel Decreto Crescita con cui il Governo vuole inserire il balzello nella bolletta della luce per salvare Alitalia. Leggi Bolletta della luce più cara: arriva il contributo Alitalia.

Gli aiuti alle famiglie dalla Banca centrale

Mario Draghi, da Vilnius, riferendosi al nostro Paese ha più volte usato il termine «adverse contingencies» che, in italiano, significa «eventualità negative». La congiuntura internazionale non ci aiuta. Il Brexit e i dazi americani hanno fermato l’economia europea e, di questo, ne risentiamo anche noi. La visita di Trump in UK e la promessa di un patto commerciale tranquillizza la Gran Bretagna, ma preoccupa il resto dell’Europa. Tant’è che Draghi pensa a una nuova fase di QE, il Quantitative Easing per rilanciare l’economia dell’euro zona. In pratica, le banche otterrebbero in prestito denaro dalla Banca centrale: fiumi di liquidità rimborsabile dopo anni, con un dispositivo che le deve spingere a prestare tali soldi a famiglie e imprese, invece di investirle in debito pubblico come spesso avviene in Italia.  

Ma Draghi ha anche anticipato che la Bce non farà nulla per salvare l’Italia dal suo destino. In pratica, ce la dobbiamo vedere da soli.



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