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Prescrizione debito carta di credito

9 Giugno 2019
Prescrizione debito carta di credito

Quando si prescrive l’apertura di credito regolata con una carta o con un conto corrente. Il caso delle rimesse solutorie e ripristinatorie del cliente. 

Panta rei, ossia «tutto passa», dicevano gli antichi greci. Il detto vale anche per i debiti. Un finanziamento, una bolletta, la rata del mutuo, un’apertura di credito sul conto corrente o su una carta di credito: tutto è soggetto a prescrizione. La prescrizione può essere tradotta con una semplice parola di uso comune: “scadenza”.

Un credito scade se non viene esercitato per molto tempo. Basterebbe una semplice lettera di diffida per impedire tale effetto e far sì che il diritto non vada mai in prescrizione. Ma non tutti lo fanno e, spesso disincentivati dalle ridotte capacità economiche del debitore che renderebbero inutile ogni azione di recupero crediti, si finisce per rinunciare al proprio diritto e lasciarlo “naufragare” nel mare della prescrizione.

Esiste anche una prescrizione del debito da carta di credito, quello cioè maturato da chi ha ottenuto, dalla propria banca, la possibilità di sfruttare un credito mensile messogli a disposizione proprio tramite una carta. Si tratta, in termini tecnici, di un contratto di apertura di credito, anche se il cliente vede solo una comunissima carta simile a un bancomat.

Il meccanismo è pericoloso: l’utilizzatore è infatti portato a non rendersi conto di quanto spende proprio per l’assenza dei contanti e, spesso e volentieri, utilizza più di quanto possa fare per contratto. Una volta che le somme si sono cumulate agli interessi – e gli interessi sulle carte di credito sono molto elevati – è facile non avere più la possibilità di restituire il prestito e lì scattano le azioni esecutive della banca.

Da tali azioni ci si può salvare solo grazie alla prescrizione che, come detto, si verifica quando il creditore si disinteressa, per molto tempo, del proprio diritto.

Qui di seguito, vedremo quando si verifica la prescrizione di un debito di una carta di credito; lo faremo sia con riferimento al credito rivendicato dalla banca che a quello che potrebbe invece spettare al correntista al quale siano stati applicati interessi non dovuti.

Come funziona la carta di credito

La comune carta di credito è quella che consente di pagare al pos dei negozi sfruttando il denaro presente sul conto corrente ad essa collegato. Se sul conto non c’è sufficiente deposito per coprire il pagamento, il dispositivo del commerciante dà segnale di errore e la transazione non viene eseguita.

Esistono anche delle carte di credito prepagate che, non collegate ad alcun conto corrente, consentono di sfruttare una somma pre-depositata in banca. Un po’ come succede con le schede telefoniche.

Infine, esistono le carte di credito che garantiscono un credito al suo utilizzatore, consentendogli di spendere del denaro che, in quel momento, non ha. Sono, né più né meno, un finanziamento che non viene concesso in un solo momento, ma solo se e quando il cliente deciderà di sfruttarlo.

Così, tanto per fare un esempio, la banca mette a disposizione cinquemila euro al mese che possono essere spesi dal portatore usando la carta. Non è detto che vengano effettivamente spesi o consumati tutti i cinquemila euro, ma di certo il cliente non potrebbe spenderne di più. Pena la revoca della carta.

Il problema di queste carte di credito è che, sul debito maturato dal cliente a seguito del finanziamento mensile, si applicano interessi molto elevati. E se è vero che fa ricorso a tale strumento chi non ha disponibilità economiche, è anche vero che proprio tale condizione gli impedisce di restituire poi il debito maturato.

Quando si prescrivono i finanziamenti?

I debiti derivanti da conti correnti, mutui, prestiti o finanziamenti si prescrivono in 10 anni. Il termine inizia a decorrere dalla cessazione del contratto.

Gli interessi, invece, si prescrivono in 5 anni.

Secondo la giurisprudenza, il finanziamento, per quanto vada pagato a rate, si considera come un debito unitario. Per cui il termine di prescrizione inizia a decorrere dalla sua scadenza (ossia dall’ultima rata) o, se anteriore, dalla sua revoca. Ad esempio:

  • se l’ultima rata di un finanziamento va pagata il 10 gennaio 2020, il finanziamento andrà in prescrizione il 10 gennaio 2030;
  • se il cliente non corrisponde le rate del finanziamento e la banca, con una raccomandata, gli comunica l’immediata revoca del finanziamento, ordinandogli il rientro, il debito si prescrive dopo 10 anni da tale comunicazione.

Il medesimo ragionamento va fatto anche per i contratti di apertura di credito che, alla fine dei conti, funzionano come normali conti correnti, con reciproche rimesse. Questo significa che anche il debito derivante da carta di credito si prescrive in 10 anni da quando cessa il contratto, a prescindere dalla ragione (sia essa la cessazione del termine o la revoca unilaterale di una delle parti). Un’importante precisazione quest’ultima se si tiene conto che qualcuno aveva sostenuto, in passato, che il termine di prescrizione dei 10 anni inizierebbe a decorre da ogni singolo mese a cui si riferisce il debito o la rata, impostazione quest’ultima ritenuta sbagliata.

Questo significa che, se stai utilizzando una carta con apertura di credito, finché il rapporto è “in vita” la prescrizione non inizia a decorrere.

Gli atti interruttivi della prescrizione

Difficilmente, le banche lasciano andare in prescrizione i propri crediti. Hanno dei sistemi di allerta computerizzati che consentono loro di inviare diffide e solleciti ancor prima che si compia il termine dei 10 anni. Basta, infatti, qualsiasi diffida, purché spedita con raccomandata a.r. o posta elettronica certificata, a interrompere la prescrizione e a farla partire da capo. Anche la notifica di un decreto ingiuntivo da parte della banca interrompe la prescrizione.

In tutti questi casi, si ricomincia a considerare il termine di 10 anni a partire dal giorno successivo al ricevimento dell’atto interruttivo.

Prescrizione del diritto al recupero dei crediti per interessi e anatocismo

Ma la prescrizione non interessa solo la banca. Anche il cliente potrebbe essere pregiudicato dal decorso del tempo nel caso in cui intenda agire contro l’istituto di credito per aver trattenuto, a titolo di interessi sul finanziamento, delle somme maggiori di quelle previste.

Immagina, ad esempio, di aver usato per oltre 10 anni una carta revolving, di quelle appunto con apertura di credito. Quando chiedi l’estratto conto, ti accorgi che la banca ha applicato dei tassi di interesse straordinariamente elevati. Il tuo avvocato ti consiglia di agire per ottenere la restituzione. A quel punto, anche per te, si pone il problema della prescrizione. Sei ancora in tempo per ottenere indietro le somme?

Premesso che la prescrizione è, anche in questo caso, di dieci anni, dobbiamo verificare da quando questa inizia a decorrere. La soluzione è diversa a seconda del tipo di pagamento. Distinguiamo  tra:

  • pagamenti rivolti a ripristinare l’apertura del credito (cosiddetta «funzione ripristinatoria della provvista»): ad esempio, la banca ti ha concesso una linea di credito di 5mila euro e tu non hai mai sforato da tale tetto. Tutti i pagamenti che hai eseguito nel corso del mese hanno ripristinato – in tutto o in parte – questo credito. In tal caso la prescrizione di 10 anni decorre dalla cessazione del contratto di finanziamento;
  • pagamenti rivolti a coprire l’eventuale sconfinamento (cosiddetta «funzione solutoria»): ad esempio la banca ti ha concesso una linea di credito di 5mila euro e tu invece hai speso 6mila euro. In tal caso il pagamento di quei mille euro in più che hai utilizzato si prescrive in 10 anni ma il termine decorre dai singoli versamenti.

Come si legge in una sentenza del tribunale di Parma «Nel contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, ove il cliente agisca nei confronti della banca per la ripetizione d’importi relativi ad interessi non dovuti, è necessario distinguere i versamenti ripristinatori della provvista, operati nel limite dell’affidamento concesso al cliente, da quelli solutori, ovvero effettuati oltre tale limite, ai fini della decorrenza della prescrizione decennale dell’azione rispettivamente dalla estinzione del conto o dai singoli versamenti. Ai fini della valida proposizione dell’eccezione, non è necessario che la banca indichi specificamente le rimesse prescritte, né il relativo “dies a quo”, emergendo la natura ripristinatoria o solutoria dei singoli versamenti dagli estratti-conto, della cui produzione in giudizio è onerato il cliente, sicché la prova degli elementi utili ai fini dell’applicazione della prescrizione è nella disponibilità del giudice che deve decidere la questione» [1].


note

[1] Trib. Parma, sent. n. 416/19; cfr. Cass. sent. n. 2660/2019.


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