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Impugnazione cartella esattoriale Irpef

10 Giugno 2019
Impugnazione cartella esattoriale Irpef

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Giugno 2019



Contestazione cartella di pagamento per vizi propri e per prescrizione. La Cassazione abbraccia il termine di cinque anni anche per le cartelle per tributi erariali.

Quando si tratta di impugnare una cartella esattoriale non ha molto senso chiedersi per quale tributo essa è stata emessa; non ha importanza che sia una cartella esattoriale Irpef, una cartella per Iva, Imu, Tasi e Tari, multe stradali, ecc.. E ciò per due ragioni. La prima: le cartelle possono essere impugnate solo per «vizi propri» ossia connessi all’emissione della cartella medesima. E difatti, per tutte le contestazioni relative al “merito” del tributo bisognava agire al momento dell’avviso di accertamento intimato dall’amministrazione. La seconda: si va infittendo l’elenco di pronunce – ora supportate anche dalla Cassazione – secondo cui anche le cartelle per tributi dovuti allo Stato hanno un termine di prescrizione di cinque anni. Ecco che allora, nel momento in cui si tenta di comprendere come procedere ad  impugnazione cartella esattoriale Irpef, ci si può riportare alle regole generali per tutte le altre cartelle.

Una recente sentenza della Ctp di Milano [1] ci offre lo spunto per affrontare il tema dell’impugnazione della cartella per prescrizione. La Commissione ha sposato il principio, oggi sempre più diffuso, secondo cui anche i tributi erariali si prescrivono nel termine breve e non in quello decennale. 

Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona l’impugnazione cartella esattoriale Irpef.

Impugnazione cartella esattoriale Irpef senza accertamento

Immagina di aver presentato la dichiarazione dei redditi e di aver denunciato al Fisco, in modo regolare, tutti i redditi che hai percepito nell’anno d’imposta. Poi però, al momento del versamento dell’Irpef, ti accorgi di non avere soldi a sufficienza in banca, così non vi provvedi. In questo caso, tra te e l’Agenzia delle Entrate non c’è alcun contrasto sull’ammontare delle imposte dovute. Non c’è quindi bisogno di avviare un accertamento fiscale per verificare eventuali incongruenze tra quanto dichiarato e quanto percepito.

Ebbene, secondo la Cassazione [2] tutte le volte in cui l’Agenzia delle Entrate effettua un controllo automatico della dichiarazione dei redditi (cosiddetto «controllo automatizzato») e questo rivela un risultato diverso da quello indicato dal contribuente in dichiarazione dei redditi, è necessario che sia spedito un avviso bonario con cui si mette l’interessato nella condizione di potersi difendere o correggere l’errore. Invece quando l’Agenzia delle Entrate rileva che la dichiarazione dei redditi è corretta, ma il pagamento delle tasse fatto dal cittadino è inferiore rispetto all’imponibile da egli stesso dichiarato, allora c’è un inadempimento e il Fisco può limitarsi ad «iscrivere a ruolo le somme che lo stesso contribuente aveva dichiarato ma non versato». Non c’è qui alcun errore e quindi non è necessario porre il contribuente nella condizione di correggerlo o difendersi. In questa ipotesi, il primo atto che riceve il contribuente è direttamente la cartella esattoriale. È questa l’unica ipotesi in cui si può contestare la cartella di pagamento Irpef per vizi inerenti al tributo: ad esempio, si può dimostrare di aver pagato regolarmente le imposte. 

Di tanto abbiamo già parlato in Cartella di pagamento senza avviso bonario. 

Impugnazione cartella esattoriale Irpef per vizi propri

Fuori dal caso precedente, che costituisce un’eccezione, in tutti gli altri casi prima della cartella di pagamento il contribuente riceve un accertamento fiscale Irpef. Si pensi a chi dichiara meno di quello che ha guadagnato, a chi ha detratto dalle tasse delle somme che non andavano invece considerate, ecc. Ebbene, il contribuente che intende sollevare contestazioni contro l’Agenzia delle Entrate deve agire entro 60 giorni dall’avviso di accertamento.

Quando arriva la cartella esattoriale, l’accertamento è divenuto definitivo e, pertanto, si possono sollevare contestazioni solo contro la cartella, ossia per «vizi propri» della cartella stessa, attinenti cioè al suo processo di formazione, motivazione, notifica, rispetto della prescrizione e decadenza.

La giurisprudenza ha evidenziato alcuni vizi tipici della cartella esattoriale che, sebbene debba essere compilata secondo un modello ministeriale, è a volte errata. Ecco alcuni esempi:

  • cartella priva di motivazione: la motivazione consiste nelle ragioni a fondamento della cartella; essa può limitarsi a richiamare gli atti precedenti del procedimento. Se non è sufficientemente motivata, la cartella esattoriale è illegittima anche se il tributo, a monte di essa, non è mai stato versato;
  • cartella priva del criterio di calcolo degli interessi: la cartella deve spiegare come l’amministrazione ha calcolato gli interessi ossia la percentuale applicata a ciascuna annualità;
  • cartella caduta in prescrizione: se la cartella viene notificata dopo molto tempo dall’avviso di accertamento essa si considera prescritta (il termine di prescrizione è di 10 anni per le imposte dovute allo Stato, di 5 per le imposte dovute agli enti locali, di 5 per i contributi Inps e Inail e le sanzioni amministrative). La prescrizione viene interrotta da ulteriori solleciti di pagamento, dal preavviso di fermo o di ipoteca;
  • cartella mai notificata: il vizio dell’omessa notifica della cartella non può mai essere contestato impugnando la cartella stessa poiché il ricorso sana la nullità. Difatti con l’impugnazione il contribuente tacitamente ammette di aver ricevuto l’atto (altrimenti non potrebbe impugnarlo) e quindi dimostra che la notifica ha raggiunto il suo scopo. Il contribuente deve allora attendere il successivo atto dell’esattore (ad esempio un pignoramento) e poi, in quella sede, contestare quest’ultimo deducendo l’omessa notifica della cartella;
  • cartella emessa dopo il termine di decadenza: la legge fissa un termine variabile di solito pari a due anni per la notifica della cartella dal giorno in cui il tributo è stato iscritto a ruolo (la data è riportata sulla cartella stessa);
  • cartella già pagata o sospesa dall’autorità amministrativa o dal giudice;
  • cartella priva dell’indicazione del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo;
  • cartella priva di uno dei suoi contenuti essenziali ossia:  l’intimazione al pagamento della cifra risultante dal ruolo entro il termine di 60 giorni dalla notifica, con l’avvertimento che, in difetto, si procederà a esecuzione forzata; l’indicazione della data in cui il ruolo è stato reso esecutivo; il numero identificativo della cartella; l’ente titolare del credito per il quale l’esattore sta agendo (per es. Inps, Comune, Agenzia delle Entrate, Camera di Commercio, ecc.); la specie del ruolo; generalità del debitore (per es. codice fiscale, dati anagrafici, ecc.); l’anno o il periodo di riferimento del credito; l’importo di ogni articolo di ruolo; il totale degli importi iscritti a ruolo; il numero delle rate in cui il ruolo deve essere riscosso, l’importo e la cadenza di ciascuna di esse; l’indicazione sintetica degli elementi sulla base dei quali è stata fatta l’iscrizione a ruolo: si tratta, cioè, dell’indicazione dei presupposti e delle motivazioni che hanno determinato la decisione dell’amministrazione; qualora l’iscrizione a ruolo sia conseguente a un atto notificato in precedenza, devono essere indicati gli estremi di tale atto e la relativa data di notifica oppure l’atto stesso va allegato; l’avviso che, in caso di mancato pagamento, l’agente della riscossione potrà procedere ad acquisire, in via stragiudiziale, i dati relativi a eventuali crediti vantati dallo stesso debitore nei confronti di terzi, al fine dello svolgimento di eventuali azioni di espropriazione; l’indicazione del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo, nonché di quello di emissione e notifica della cartella stessa.

Impugnazione cartella esattoriale Irpef per prescrizione

Anche la Cassazione si è di recente schierata per la prescrizione di cinque anni di tutte le cartelle esattoriali (leggi Cartella: prescrizione sempre di 5 anni). La Ctp di Milano sposa questa interpretazione. Secondo la Commissione, deve confermarsi lo spirare del termine di prescrizione, sancito nei 5 anni, per quei tributi, anche erariali, quali Irpef e Iva, portati in cartelle di pagamento. Per cui, se dopo la notifica di tali cartelle e dopo lo scadere della prescrizione, il contribuente riceve un atto di intimazione, questo è nullo. 

A riguardo, perciò, i giudici di Milano si sono rifatti proprio alle Sezioni Unite di Cassazione [3], riconoscendo in toto, per i crediti oggetto delle cartelle su cui si pronunciavano, il termine prescrizionale quinquennale. Quest’ultimo risultava ormai già decorso, dal momento che, ricevuta l’intimazione di pagamento nel 2018, le cartelle sottese erano state invece notificate tra il 2004 e il 2011. A nulla rilevava la mancata impugnazione delle stesse, posto che, conformemente al richiamato orientamento di legittimità, ciò aveva comportato la irretrattabilità del credito, ma non la conversione del termine di prescrizione in quello ordinario decennale.  

note

[1] CTP Milano, sent. n. 1940/2019

[2] Cass. sent. n. 17396/2010.

[3] Cass. Ss.uu. n. 23397/2016

Con il ricorso, V. V., ha impugnato l’intimazione di pagamento n. (…) notificata in data 10/7/2018 riferita al pagamento non effettuato in relazione a 12 cartelle di pagamento notificate nel corso degli anni dal 2004 al 2011, per un importo complessivo di euro 96.646,30. Il ricorrente lamenta la mancata allegazione degli atti prodromici, l’omessa o comunque irregolare notifica delle cartelle elencate, nonché l’intervenuta prescrizione essendo decorso oltre un quinquennio dalla presunta notifica delle cartelle. Conclude chiedendo di dichiarare nulla l’intimazione di pagamento con vittoria di spese. L’Agenzia delle entrate Riscossione convenuta non si costituisce.

Osserva la Commissione, all’esito dell’odierna trattazione in pubblica udienza cui presenziava solo parte ricorrente, come il proposto ricorso debba trovare accoglimento. Deve preliminarmente rilevarsi come il contribuente abbia impugnato l’intimazione di pagamento nella sua interezza anche in relazione a 8 cartelle emesse per violazione del codice della strada per le quali vi è difetto di giurisdizione della Commissione adita poiché di competenza del GdP, pertanto la Commissione ritiene di decidere sull’intimazione di pagamento solo in relazione alle cartelle residue emesse per tributi di competenza: (…)

L’Agenzia delle entrate Riscossione è stata regolarmente convenuta in giudizio come documentato dalla parte ricorrente che ha esibito in sede di pubblica udienza la cartolina di ricevimento del ricorso introduttivo del giudizio ma, non essendosi costituita, non è stata prodotta la documentazione in contrasto con le affermazioni del ricorrente in ordine alla mancata o irregolare notifica delle cartelle e ad eventuali atti interruttivi del decorso della prescrizione.

Ciò posto è evidente che il principale motivo di doglianza esposto in ordine all’intervenuta prescrizione debba essere accolto, infatti la notifica più recente delle cartelle indicate risale alla data 1/2/2011, mentre l’intimazione di pagamento è stata notificata solo in data 10/7/2018 e quindi oltre il termine prescrizionale dei cinque anni di cui alla vigente normativa in applicazione del principio generale che l’irretrattabilità del credito divenuto definitivo non determina la c.d. «conversione» del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale di cui all’art. 2953 c.c. cfr Cass. 23397/2016.

Alla luce di tutto quanto precede, il proposto ricorso merita accoglimento e va pertanto accolto.

Giustificati motivi, suggeriti oltre che dalla natura delle questioni controverse anche dalla mancanza di vizi propri dell’atto impugnato come invece sostenuto da parte ricorrente per la mancata allegazione delle cartelle presupposte nonché dalla mancata costituzione dell’Ufficio, suffragano l’integrale compensazione delle spese di lite.


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