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Accettazione eredità: ultime sentenze

1 Luglio 2019
Accettazione eredità: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: accettazione dell’eredità; acquisto della qualità di erede; divisione ereditaria; formazione dello stato attivo dell’eredità; subentro di una pluralità di soggetti ad uno degli originari coeredi dopo l’apertura della successione; mutamento della natura ereditaria della comunione; onere di provare l’assunzione della qualità di erede.

La ricezione del pagamento dell’indennità per il passaggio coattivo sul fondo servente del de cuius determina l’accettazione dell’eredità? Quando si acquista la qualità di erede? Scoprilo nelle ultime sentenze.

Coeredi dopo l’apertura della successione

In tema di divisione ereditaria, la morte di uno dei condividenti successivamente all’apertura della successione ed alla stessa accettazione dell’eredità, con il subentro ad esso di una pluralità di soggetti, non determina il mutamento del titolo della comunione, da ereditaria in ordinaria, quanto, piuttosto, l’insorgere di una nuova comunione tra gli eventuali coeredi del condividente defunto, oggetto di distinta divisione rispetto a quella concernente i beni di cui il coerede defunto era comproprietario, con la persistente necessità, rispetto a quest’ultima, di procedere alla valutazione della comoda divisibilità della massa ed alla redazione del progetto di divisione in relazione al numero degli originari coeredi.

Cassazione civile sez. VI, 20/03/2019, n.7869

La qualità di erede: può desumersi dalla mera chiamata all’eredità?

In tema di successioni mortis causa, la delazione che segue l’apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, essendo a tale effetto necessaria anche, da parte del chiamato, l’accettazione, mediante aditio oppure per effetto di pro herede gestio oppure per la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 485 c.c.

Ne consegue che, in ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta, quindi, un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.

Tribunale Parma, 26/02/2019, n.336

Termine di prescrizione ordinaria e apertura della successione

L’art. 463 c.c. enumera, con elencazione tassativa, i fatti dai quali si origina l’indegnità a succedere e, al n. 6, esclude dalla successione chi ha formato un testamento falso o ne ha fatto scientemente uso. Si deve reputare che l’indegnità, a differenza dell’incapacità a succedere, non impedisca la chiamata, ma comporti unicamente la rimozione dell’acquisto successorio, in ossequio al noto brocardo indignus potest capere sed non potest retinere. In altri termini, essa opera come causa di esclusione dall’eredità e comporta l’esito di impedire la conservazione dei diritti successori acquistati dall’indegno in virtù dell’accettazione.

L’indegnità opera, in altri termini, come una sorta di sanzione civile che non si risolve nell’incapacità all’acquisto dell’eredità, ma quale causa di esclusione dalla successione, da dichiararsi con sentenza costitutiva su domanda dell’interessato. Così configurato l’istituto, si reputa che la relativa azione sia soggetta al termine di prescrizione ordinario.

Più specificamente, dalla natura costitutiva della sentenza con cui il giudice si pronuncia sull’indegnità del soggetto chiamato all’eredità (da cui discende l’effetto della esclusione dello stesso dalla successione) si ricava il corollario per cui la relativa azione non è imprescrittibile, ma è soggetta al termine di prescrizione ordinaria di cui all’art. 2946 c.c., decorrente dal giorno dell’apertura della successione.

Tribunale Palermo sez. II, 22/02/2019

Accettazione espressa e tacita dell’eredità

In tema di accettazione dell’eredità, la normativa di cui agli articoli 475 e seguenti del c.c. prevede l’ipotesi di accettazione espressa dell’eredità quando la volontà di essere erede viene manifestata in modo diretto, con un atto formale, e l’ipotesi di accettazione tacita che si verifica quando la persona chiamata all’eredità compie un atto che implica, necessariamente, la volontà di accettare, e che tale soggetto non potrebbe compiere se non nella sua qualità di erede.

Cassazione civile sez. II, 19/02/2019, n.4843

Morte di una delle parti in corso di giudizio

Nell’ipotesi di morte di una delle parti in corso di giudizio, la relativa “legitimatio ad causam” si trasmette (salvo i casi di cui agli artt. 460 e 486 c.c.) non al semplice chiamato all’eredità bensì (in via esclusiva) all’erede, tale per effetto di accettazione, espressa o tacita, del compendio ereditario, non essendo la semplice delazione (conseguente alla successione) presupposto sufficiente per l’acquisto di tale qualità, nemmeno nella ipotesi in cui il destinatario della riassunzione del procedimento rivesta la qualifica di erede necessario del “de cuius”, occorrendone, pur sempre, la materiale accettazione.

Cassazione civile sez. II, 07/01/2019, n.116

Giudizio contro il preteso erede per debiti del de cuius

In ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’articolo 2697 del Cc, l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.

Cassazione civile sez. II, 23/11/2018, n.30456

Azione giudiziaria nei confronti del presunto erede

In caso di azione giudiziaria instaurata nei confronti del presunto erede, grava su chi agisce in giudizio l’onere di fornire la prova dell’assunzione da parte del convenuto della citata qualità, in applicazione del principio generale dell’art. 2697, comma 1, c.c., rivestendo la qualità di erede natura di elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.

L’attore dovrà, dunque, dedurre e comprovare non soltanto la chiamata all’eredità del convenuto, ma altresì l’avvenuta accettazione da parte del soggetto evocato in giudizio, non essendo ipotizzabile alcuna presunzione di avvenuta assunzione della qualità di erede in virtù della mera chiamata all’eredità.

Tribunale Castrovillari sez. I, 12/11/2018, n.1010

Omicidio colposo causato dal crollo di un muro: chi ne risponde?

Risponde, nella ricorrenza dei restanti presupposti di legge, del reato di omicidio colposo cagionato dal crollo di un muro colui che sia subentrato, al momento del fatto, per effetto dell’accettazione di eredità, nella posizione di garanzia collegata alla veste di proprietario.

Cassazione penale sez. IV, 09/11/2018, n.52799

Acquisto della qualità di erede

In tema di successioni “mortis causa”, la delazione che segue l’apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è da sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, essendo necessaria l’accettazione da parte del chiamato, mediante “aditio” o per effetto di una “pro herede gestio”, oppure la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 485 c.c.; nell’ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del “de cuius”, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’assunzione della qualità di erede, che non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non operando alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva ritenuto provata l’assunzione della qualità di erede del convenuto in forza della mancata risposta all’invito di pagare il debito ovvero della mancata allegazione da parte di quest’ultimo della rinuncia all’eredità.)

Cassazione civile sez. lav., 30/08/2018, n.21436

Pagamento dell’indennità per il passaggio coattivo sul fondo servente del de cuius

Poiché l’accettazione tacita dell’eredità può desumersi dall’esplicazione di un’attività personale del chiamato incompatibile con la volontà di rinunciarvi, ovvero da un comportamento tale da presupporre la volontà di accettare l’eredità secondo una valutazione obiettiva condotta alla stregua del comune modo di agire di una persona normale, essa è implicita nell’esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che – perché intese alla rivendica o alla difesa della proprietà o al risarcimento dei danni per la mancata disponibilità di beni ereditari – non rientrino negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall’art. 460 c.c., sicchè, trattandosi di azioni che travalicano il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell’apertura della successione, il chiamato non avrebbe diritto di proporle e, proponendole, dimostra di avere accettato la qualità di erede.

(In applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha ritenuto che la ricezione, da parte del chiamato all’eredità, del pagamento dell’indennità per il passaggio coattivo sul fondo servente del “de cuius” comportasse l’accettazione tacita dell’eredità).

Cassazione civile sez. II, 06/06/2018, n.14499

Rinuncia all’eredità: quando è inefficace?

In materia di rinuncia all’eredità, per il principio di diritto sancito nel noto brocardo “semel heres semper heres”, la rinuncia intervenuta successivamente all’accettazione dell’eredità è inefficace. Nel caso di specie è inefficace la rinuncia effettuata dall’erede dopo la sua costituzione in giudizio per l’impugnazione del testamento, dal momento che, trovandosi egli nel possesso dei beni ereditari fin dal momento della morte del de cuius, non ha provveduto a redigere l’inventario entro i tre mesi dall’apertura della successione e pertanto, ai sensi dell’art. 485 c.c., deve considerarsi erede puro e semplice.

Tribunale S.Maria Capua V. sez. I, 18/05/2018, n.1711

La prescrizione del diritto di accettare

In mancanza di limitazioni normative, la prescrizione del diritto di accettare l’eredità, ex art. 480 c.c., opera a favore di chiunque vi abbia interesse, anche se estraneo all’eredità: pertanto, il convenuto che sia nel possesso dei beni ereditari può, in virtù di tale sola circostanza e senza che sia necessario che in proprio favore si sia compiuta l’usucapione, opporre la relativa eccezione a qualunque chiamato all’eredità.

Cassazione civile sez. II, 23/04/2018, n.9980



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